Quando arriverà in sala Shark – il Primo Squalo (in originale The Meg) scopriremo se Jason Statham è riuscito a fare il salto di qualità e, passato il weekend, capiremo anche se gli incassi lo hanno ratificato e legittimato, rendendolo di fatto reale.
Sarebbe il salto nel mondo del cinema d’azione che non dipende dal fisico e dalla prestazione, quello in cui ha regnato in questi ultimi 16 anni da quando The Transporter lo lanciava nell’Olimpo dell’action di serie B vero (quello in cui ci si sporca le mani, in cui gli attori fanno anche gli stunt, in cui si monta poco e mena tanto). Con Shark – il Primo Squalo potrebbe confermarsi un protagonista vero per film d’azione di serie A.

Unico in Occidente a resistere (o quasi) a ritmi e lavorazioni da Oriente, dal 2002 Jason Statham è stato un brand e ha dato vita ad un sottogenere tutto suo, il film-Statham, tutti coerenti come tipologia di trama, eroismo, mutismo e concezione dell’azione. Nel resto del cinema, sia quello più sofisticato (Spy) che quello più oneroso (Fast & Furious) c’è arrivato da comprimario. Ora invece Shark – il Primo Squalo è un primo tentativo di correggere la rotta e posizionare Statham in quella casella lasciata vuota da Bruce Willis per raggiunti limiti d’età. Duro, pelato, barba sfatta, nessun legame familiare, solo con meno autoironia.

Questa produzione sino-americana che sembra strappata a forza all’Asylum, scritta meglio (ma non sembra tantissimo meglio, ed è giusto così) e confezionata come si deve, è l’ibrido tra la serie B e la serie A che serve. Un megalodonte dalle proporzioni preistoriche, bambine in difficoltà, compagini che si immergono alla ricerca, fondo dell’oceano buio in cui aver paura e poi calamaroni e vittime a profusione. C’è tutto quello che ci deve essere. Nel trailer si intravede un solo stunt, probabilmente il migliore, ed è già pieno di computer grafica. È un’affermazione che grida forte il fatto che Jason Statham qui è protagonista di un film che non è un film-Statham, ma uno in cui deve dimostrare di poter essere un credibile e carismatico eroe d’azione senza usare realmente il fisico.

Cosa serva in questi film è presto detto: la faccia. Per un attore con un passato da atleta (tuffatore olimpico per quanto non eccellente) che ha sempre puntato sul fisico non è facile. L’espressione giusta Statham ce l’ha, quella durissima, che non ammette repliche ed è minacciosa anche quando non viene pronunciata una minaccia, adesso mancano il resto delle sfumature che rendono possibile lo storytelling e l’interazione con gli altri. Se è davvero riuscito a fare il salto nel mondo di Bruce Willis, cioè è riuscito ad aumentare lo spettro recitativo senza però cambiare personaggio, trovando come declinare la durezza che lo caratterizza nel dramma, nel sentimento, nella tensione e via dicendo, senza perdere in coerenza. Beh allora il gioco è fatto.

Intorno a lui in Shark – il Primo Squalo ballano i consueti personaggi macchietta (Rainn Wilson) e una linea femminile che per marginalità e innocenza ricorda i film anni ‘80 (Li Bingbing, non esattamente Fan Bingbing ma comunque già approvata da Michael Bay per Transformers 4), in uno script redatto da un team che ha già sulla coscienza diversi film d’azione che dovevano lanciare qualcuno come action hero (Red, Paycheck, Lara Croft, Battleship).

Tuttavia, per quanto possa sembrare triviale, il dettaglio che più rinfranca lo spirito e crea hype verso un film che non ha nemmeno bisogno di crearlo (ce l’ha di suo, parliamoci chiaro: squalo gigante preistorico + Statham a dargli la caccia è il pitch perfetto) è l’uso di Beyond The Sea nella stessa versione usata per Alla Ricerca di Nemo (quella di Bobby Darin) che suggerisce un notevole spirito autoironico.

Shark – il Primo Squalo esce al cinema il 9 agosto.