La vittoria di un Oscar rende di per sé popolare un film e del resto va solo a film popolari. Essendo una manifestazione che premia a posteriori e una con una giuria di circa 6.000 votanti, gli Oscar premiano solo film che sono già noti, perché per essere votato un film deve essere stato visto, dunque un film visto da pochi votanti non vincerà mai.

Negli ultimi anni i film che hanno vinto hanno oscillato tra molto poco popolari (Moonlight), poco popolari (Hurt Locker), popolari (Gravity), molto popolari (Il Gladiatore) e popolarissimi (Il Signore Degli Anelli) ma è indubbio che se guardiamo solo gli ultimissimi anni la tendenza è quella di premiare film poco popolari.

Birdman, La Forma Dell’Acqua, Il Caso Spotlight, The Artist, Argo, 12 Anni Schiavo non sono blockbuster, non sono equivalenti a Shakespeare in Love e simili. Il motivo non è dovuto ad un irrigidimento dell’Academy ma ad un cambiamento dell’industria. E proprio questo cambio irreversibile ha reso necessaria (nella mente del nuovo presidente dell’Academy John Bailey) l’istituzione di una nuova categoria.

Una volta i film che venivano premiati agli Oscar erano anche tra i più visti, il pubblico andava al cinema a vedere anche e soprattutto quel tipo di produzioni, oggi invece quegli stessi film incassano meno per quanto continuino ad avere caratteristiche pienamente mainstream. Superati a destra dal cinema dei franchise e dei supereroi, i film più adulti sono paradossalmente considerati quasi al limite dell’arthouse.

Esiste dunque tutta una fetta di cinema, ad altissima produzione e altissimo incasso che è fuori da quelle che sono le usuali caselle di “film da Oscar”. Sono opere amate ma che non vengono premiate, perchè nella mentalità dei 6.000 membri dell’Academy i film da Oscar sono altri, quelli che ieri erano di grandissimo successo e oggi sono solo di buon successo.
Il pubblico segue e paga per Avengers, Il Pianeta Delle Scimmie, Fast & Furious e Mission: Impossible e l’Academy vuole quel pubblico. Il che non è il massimo considerata l’inflenza che la rete televisiva che manda in onda la serata ha sull’Academy (la ABC) e il fatto che la ABC sia della Disney, la quale è anche padrona dei Marvel Studios. Non proprio limpidissimo come giro.

Il mondo è cambiato ma la categoria Miglior film popolare (o come si chiamerà) non risolverà le cose. Anzi. Il rischio è quello di inseguire il presente in maniera goffa.
L’Academy non fa le nomination, le fanno le associazioni di categoria (i registi per i registi, gli attori per gli attori ecc. ecc.) quindi non può inserire i grandissimi blockbuster nella cerimonia o tra i premi (e meno male). Ha già ampliato, cambiato e diversificato la composizione dei votanti, così da ampliare la “rappresentanza” ma per inserire altri film l’unica cosa che può fare è creargli un recinto dorato e metterli là dentro, sperando che coinvolgerli in una categoria amplifichi il pubblico di una serata che quest’anno ha toccato il vertice più basso quanto ad ascolti.

Per quanto resti da vedere come saranno i criteri di assegnazione, il senso stesso di premiare la popolarità non c’è. Perché non è un criterio ben identificabile. Chi finirà in nomination? I film superiori a 300 milioni di incasso? Ci finirebbe un eventuale La La Land? E tra le nomination come si deciderà il vincitore? Ragionevolezza vorrebbe che fosse il più bello a detta dei giurati, caso in cui tuttavia non saremmo più dalle parti del “premio alla popolarità”. La cosa più sensata allora sarebbe anche la più scalcinata, farli votare al pubblico, trasformando quella statuetta nel tombolino premiato via sms.
Insomma come la si gira la si gira è una caduta di stile per una cerimonia che invece ha da sempre il compito di premiare l’elite, com’è intrinseco già nel concetto di premio. Se tutti sono degni di premio, nessuno allora è degno di premio.

Soprattutto, citando Mad Men, non c’è nessun bisogno di premiare un grande successo, ci sono i soldi per quello! Aver incassato molto è il premio che ha un film popolare. La legittimazione artistica o critica o dei propri pari è un altro discorso, ma se viene grazie ad una categoria/ghetto creata appositamente che senso ha? Inoltre, e più nello specifico, può la presenza di un pugno di film di grande successo in gara in una sola categoria attirare più pubblico alla trasmissione della serata per il resto costellata di film (potete ridere se volete) “di nicchia”? Quanti vedranno la cerimonia in attesa di sapere se Infinity War si è dimostrato il film più popolare?

È impossibile da fuori capire se tutto ciò sia il frutto semplicemente di una psicosi da industria che si percepisce in declino, se sia il desiderio di un nuovo presidente di farsi vedere attivo e propositivo, se sia l’assurda ennesima declinazione della fobia costante da legittimazione politica attraverso i film delle giuste rivendicazioni sociali di quelle che prime erano minoranze e che proprio nel cinema più popolare stanno cambiando tutto (tradotto: far vincere un Black Panther, far vincere un Hunger Games), o se ancora sia il comprensibile desiderio di non lasciare che esista un’ampia, ampissima fetta dell’industria, così potente e capace di smuovere milioni, al di fuori della grande cerimonia che festeggia il cinema americano. Di fatto quella della categoria del miglior cinema popolare appare una decisione scellerata, il peggior modo di raggiungere una finalità anche nobile e comprensibile, una paternalistica pacca sulla spalla a “quelli che fanno film commerciali” data da un’industria che fa film ugualmente commerciali, solo (oggi) di minor successo.

A questo punto viene da dire che almeno in Italia, con tutto il quoziente di discutibilità che ha la cosa e la snoberia un po’ inutile che si porta dietro, ai David premiamo film davvero di nicchia e non commerciali. Questo rende quei premi vituperati e poco discussi tra il pubblico reale ma almeno mantiene serietà alla loro assegnazione, un senso e un prestigio, a differenza di tanti altri premi che si danno in Italia e che cercano ogni anno di inseguire le novità per includere tutto l’includibile e non farsi sfuggire niente.

Un premio, di per sé, non è mai inclusivo ma è necessariamente esclusivo sulla base dei criteri per i quali è assegnato.