You go, we go

Qual è il film preferito di Joe Swanson, vicino di casa dei Griffin? Forse lo stesso citato in Hot Fuzz (2007) di Edgar Wright, preso in giro in Tartarughe Ninja III (1993) e mai superato dopo la sua uscita nei cinema dai successivi film su e con pompieri come Squadra 49 (2004) e, in chiave di commedia, Io Vi Dichiaro Marito E… Marito (2007). Uscì nelle sale statunitensi il 24 maggio 1991 pochi mesi dopo un thriller intitolato Il Silenzio Degli Innocenti. Due forti punti di contatto tra i film: 1) L’esposizione oggi impossibile in una produzione di serie A hollywoodiana di dettagli macabri ai limiti, se non addirittura dentro, il cinema cosiddetto horror. Ci riferiamo a cadaveri abbrustoliti dalle fiamme inquadrati con una certa attenzione dalla macchina da presa di un regista di solito poco truculento come Ron Howard 2) C’è uno psicopatico in prigione che può aiutare gli investigatori a capire chi possa esserci dietro delle morti violente provocate dalle fiamme. Ma lo psicopatico, interpretato alla grande da un Donald Sutherland che sussurra ogni singola parola, prima di dare la sua consulenza vuole entrare in connessione con il giovane investigatore carpendo qualcosa del suo passato e assaporando qualche trauma personale (ricorda qualcuno?). Che buffa coincidenza. Sapevano qualcosa i due team produttivi delle reciproche lavorazioni? Il gusto mainstream di Hollywood andava verso il macabro enfatizzando la figura dell’alleato psicopatico così per caso o c’era stata una premeditazione? Il Silenzio Degli Innocenti (vedi Bad School) avrebbe sconvolto le categorie e cambiato per sempre la faccia degli Oscar vincendo a sorpresa Miglior Film, Regia, Sceneggiatura Adattata, Attore e Attrice Protagonista. Invece Fuoco Assassino di Ron Howard sarebbe stato “solo” un buon successo commerciale con tre nomination Oscar per Miglior Suono, Montaggio Sonoro ed Effetti Visivi. Oggi, a 27 anni dalla sua distribuzione cinematografica, lo ricordiamo con piacere in relazione a Fire Squad di Joseph Kosinski il cui motto è riassumibile dal latino Esse Quam Videri ovvero la sostanza è più importante dell’apparenza. La battuta più bella del film di Howard, citata anche in La Festa Prima Delle Feste (2016), è “You Go, We Go” (ma noi adoriamo anche: “I’m Brian” e la sarcastica risposta “I’m sorry”) per noi adattata come “Giù tu! Giù noi!”. La pronuncia un personaggio secondario a uno addirittura terziario. Entrambi sono pompieri. Il senso non è tanto: “Siamo una cosa sola”. Lo vogliamo leggere piuttosto come: “Non puoi permetterti di mollare e lasciarti cadere nel vuoto perché se cadi te, cadiamo giù anche noi”. Infatti alla pronuncia dell’ormai storica battuta, il pompiere che si stava demoralizzando decide di risalire quella presa da cui penzolava nel vuoto per tornare in formazione con i compagni.

Pompieri

Nel bel film di Kosinski si racconta una storia vera di colline, boschi e campagna, collocata temporalmente tra il 2007 e il 2013, quasi tutta ambientata sotto il sole dell’Arizona in campi lunghi sia fisici che cinematografici, con protagonista il gruppo di pompieri Granite Mountain Hotshots capitanati da Josh Brolin con Miles Teller come rookie problematico. Fuoco Assassino di Ron Howard ci porta dentro un fantasioso thriller di città dei primi anni ’90, dentro una Chicago rumorosa e sudaticcia (si sente che gli umidissimi anni ’80 erano finiti sì ma da pochi “minuti”) accanto al reparto del 17° corpo dei vigili del fuoco guidato da Kurt Russell con William Baldwin come rookie titubante visto che è anche il fratello di quel pazzoide soprannominato Bull a guida degli Engine 17. Il film di Kosinski racconta il Reale trasformandolo in Mito con ellissi temporali, attenzione quasi documentaristica alla vita professionale dei personaggi, sobrietà melodrammatica, colonna sonora ruspante (Metallica, ZZ Top, Pearl Jam), esaltazione della comunità di Prescott, Arizona. Il film di Howard parte dall’Epica cercando di non dimenticare completamente il Reale (lo sceneggiatore Gregory Widen era stato pompiere prima di avere successo con il copione di Highlander) ma con il piacere non nascosto di esibire tutta la sua identità glamour con divismo a favore di camera (soprattutto da parte dei fratelli McCaffrey di Russell e Baldwin laddove Brolin e Teller, invece, si nascondono e quasi mostrificano), paranoia populista (la schifosa politica vuole fottere i pompieri di Chicago), soundtrack imperioso di Hans Zimmer e repertorio sofisticato (viene evidenziata la presenza di Sunshine of Your Love dei Cream e della ribelle War versione Edwin Starr), forte giallo dentro la trama (c’è un piromane in città e Robert De Niro deve acciuffarlo!), dramma familiare (riusciranno i fratelli McCaffrey a rivolersi bene dopo quel trauma legato alla morte di papà: idea recentemente copiata dal godibile b-movie Hurricane – Allerta Uragano) e due love story tra giovani (William Baldwin – Jennifer Jason Leigh) e maturi (Kurt Russell – Rebecca De Mornay). Non potrebbero esistere due film più diversi a tema pompieri. Il fuoco, poi, è il crocevia da cui le strade si dividono.

Fuochi

Interiore quello di Fire Squad, assolutamente star quello di Fuoco Assassino. Così lontano e nascosto quello del film di Kosinski da costringere Brolin a sognarlo per dargli una maggiore presenza fisica nella sua mente (con la bella immagine dell’orso vestito di fiamme che corre verso l’obiettivo della camera) e, addirittura, a rivolgersi a lui in più di un’occasione per non farci dimenticare che anche “esso” fa parte della pellicola oltre ai lavoratori e alle loro magagne professional-esistenziali. Dall’altro lato… sentitelo e osservatelo in tutta la sua potenza cinematografica nel film di Ron Howard. Si muove, aspetta, ha un corpo, quasi una forma minacciosa e sibilante (a volte lo sentiamo parlare o è solo una nostra impressione? Peter Jackson prese spunto per dare voce, genialmente, a un certo Anello?). È un “lui”, non un “esso”. Delusa dal suo ruolo di pr di un politico Jennifer Jason Leigh confida a Ron Howard durante le riprese che la parte del “fuoco” sarebbe stata per lei molto più eccitante da recitare. Evidentemente Widen aveva descritto questo “personaggio” in tutta la sua fenomenologia già a partire dalle pagine stampate di un copione che la Leigh aveva letto con attenzione. Questo “villain” è in grado quasi di ipnotizzare oltre che nascondersi tra le mura o furbescamente dietro le porte. Fa anche esplodere in aria dei barili come fossero dei proiettili della sua invisibile pistola cercando di beccare i pompieri che si trovano sopra di “lui”. Anche Kurt Russell ci parla come Brolin. Ma il suo dialogo è più da action movie che non da dramma esistenziale. Il responsabile degli effetti visivi e pirotecnici Allen Hall svolge un lavoro così sopraffino da essere addirittura citato nelle recensioni dei critici più importanti (tipo Roger Ebert) per far capire quanto questo miracolo visivo sia stato ben gestito sia in fase di produzione analogica (dimenticatevi la CGI in quegli anni, al massimo qualche sovrapposizione di immagini) che di meticolosa post-produzione sonora.

Conclusioni

Kurt Russell grandissimo specie quando è terrorizzato da se stesso e dalla piega che ha preso la sua vita più che dal fuoco o dalle magagne dei politici. La sua prova è magnifica perché dà un senso di predestinazione che gioca in due o tre momenti con la possibile dannazione (e se fosse lui quello che usa come arma il fuoco assassino?). William Baldwin, con un passato da modello, si trova in quel periodo nel suo momento d’oro reduce da Affari Sporchi (1990) di Figgis e Linea Mortale (1990) di Schumacher prima che quell’occhio bovino da ragazzone un po’ troppo viziato e pasciuto non facesse scomparire dai radar il più ostentatamente sexy dei Fratelli Baldwin. Jennifer Jason Leigh? Sprecata. Scott Glenn? Eccessivo. De Niro? Al minimo sindacale ma solido. Sutherland? Sopraffino e terrificante. J.T. Walsh? Grazie a lui il politico bastardo raggiunge nuove vette di bastardaggine. Dopo essersi radicato nel tempo come miglior film di sempre sui pompieri, il culto per Fuoco Assassino ha addirittura giustificato un sequel sulla carta non particolarmente ambizioso con William Baldwin ancora nei panni di Brian McCaffrey, diretto da Gonzalo López-Gallego e destinato non al circuito dei cinema di prima visione. C’era un ‘epoca in cui Ron Howard non usciva dalla panchina per dirigere Solo: A Star Wars Story ma cresceva sempre di più come regista classico capace di passare in pochi anni dal fantasy (Willow) alla commedia agrodolce familiare (Parenti, Amici E Tanti Guai) fino a questa bizzarra creatura simpaticamente in bilico tra l’adorabile eccesso hollywoodiano e una certa raffinatezza psicologica. Il tutto scaldato con furore da un perfido, incalzante fuoco assassino.
“Lui” è quello che è invecchiato meglio.