Dopo averci fatto da guida all’interno dei Troublemaker Studios, incontriamo nuovamente Jon Landau durante le riprese in esterna di Alita: Angelo della Battaglia che si svolgono la sera stessa in un campo da football ad Austin. Stessa carica, stessa energia, Landau conferma l’impressione data qualche ora prima: è il motore instancabile che tiene le redini di questa gigantesca produzione.

Il film è l’adattamento cinematografico della graphic novel giapponese in 9 parti ambientata in un mondo post-apocalittico popolato da uomini, macchine e cyborg. Nonostante questa premessa, Landau tiene a precisare l’universalità e in un certo senso anche la semplicità del tema di fondo della storia:

…È il viaggio di una giovane donna alla ricerca di se stessa, alla scoperta di sé, dell’amore e del come fare la differenza. Cosa c’è di più intramontabile dell’idea di fare la differenza? Del dire a una ragazza anche un po’ ingenua che sì, nella vita può fare quello che vuole. Che è una cosa che poi in fondo è dentro tutti noi, maschi, femmine, giovani, vecchi, europei, sudamericani, asiatici, non importa. E credo che Jim sia affascinato da questo.

Perché secondo te James Cameron è stato attratto da una storia di questo tipo?
Credo che Jim sia affascinato dai temi universali, temi che non hanno confini, o che sono legati a una cultura in particolare, a un’età o a un luogo. Se pensate ai film di Jim i temi vanno sempre al di là del genere perché il tema è quello che ti porti a casa con te quando esci dalla sala, mentre la trama non la porti con te, la lasci al cinema.

Cosa era necessario che venisse mantenuto del manga originale dal vostro punto di vista?
Tenevamo alle sue sembianze, e in particolare agli occhi, i suoi occhi grandi che sono una cosa tipicamente manga. Lo stesso pensavamo quando stavamo facendo Avatar: gli occhi sono lo specchio dell’anima e diventano una sorta di grande “finestra” sul mondo. Per questo si riduce tutto a quando il personaggio viene inquadrato in volto e si accentuano i suoi occhi, non solo per essere fedeli allo stile dei manga in generale ma anche per trasmettere qualcosa emotivamente, da un punto di vista cinematografico.

Per portare Alita in vita state utilizzando parecchia tecnologia, è diventato più facile o difficile ora rispetto a circa dieci anni fa quando avete iniziato a parlare del progetto?
Certamente più semplice, perché quando stavamo facendo Avatar era la prima volta che affrontavamo un percorso di questo tipo, adesso conosciamo già la strada e ci possiamo focalizzare sul fare tutto meglio. Le attrezzature sono più avanzate, soprattutto quella del head-rig che si mette sul volto degli attori. In molte delle scene intime ed emotive l’attrice non indossa l’head-rig, e possiamo in ogni caso trasmettere la sensazione grazie a quello che abbiamo imparato con Avatar, Il Pianeta delle Scimmie e altri film.

Cosa pensi di chi sostiene che il 3D sia passato di moda nel cinema?
A quelli che credono che il 3D sia al capolinea vorrei dire: “Non svegliatevi domani!” Perché nel domani, quando si sveglieranno, vedranno in 3D. La nostra vita la vediamo e viviamo in 3D. Stanno facendo lo stesso errore di quando si iniziò a usare il six-track stereo sound. Ai primi tempi in cui si usava, e si sentiva il suono di un uccellino che usciva dallo speaker posteriore la gente al cinema si girava nella direzione di provenienza del suono. Ora se vai al cinema, quando si spengono le luci e lo schermo si illumina, rimane sempre una barriera tra lo spettatore e il film. Lo sai che sei al cinema. Con il 3D invece, se ad esempio guardi Titanic, sei catapultato dentro il film, sei al tavolo con Jack nelle scena delle cena. Anche nella scena in cui i due protagonisti sono in macchina. Quelli sono i momenti in cui il 3D funziona al massimo, se lo usi bene. E se guardiamo ai numeri di mercato il 3D non sta scomparendo, forse in paesi come il Nordamerica c’è ancora poca familiarità con gli occhialini ma in posti come la Cina o la Russia per loro è naturale indossarli.

Cosa conta di più dal tuo punto di vista per far funzionare un film?
La cosa fondamentale per ogni film è la storia che si racconta. Non importa che tecnologia usi. Molti credono che sia l’opposto, a mio avvisto conta la sceneggiatura. Il 3D non rende bello un film brutto. Le avanzate capacità tecniche, la messa a fuoco totale ad esempio, non possono sostituire il punto di vista registico, che rimane fondamentale nel direzionare lo sguardo dello spettatore. Trovo ridicolo ad esempio chi ha criticato Lo Hobbit per l’utilizzo dell’HFR a 48fps. Quello che penso io è che il film a loro non è piaciuto perché non era come Il Signore degli Anelli, perché Peter Jackson ha fatto un film dalla tonalità molto differente. Ma se pensiamo alla scena di Indovinelli nell’Oscurità, a 48 frame, beh è pazzesca.

Come è stato creare questo nuovo universo?
È un processo che mi era già capitato in passato. Se ripenso alla mia carriera, quando ho iniziato con Tesoro mi Sono Ristretti i Ragazzi. Quella è stata la prima volta in cui ho provato una grande carica nel creare un nuovo mondo. Cosa che mi è capitata anche più avanti, per esempio facendo Dick Tracy. Ero giovane e lavorare fianco a fianco con Vittorio Storaro, grandissimo direttore della fotografia, era incredibile. Lo stesso posso dire di Titanic e soprattutto di Avatar. Ora ho un’altra opportunità simile con Alita.

Quale è stata una cosa fondamentale nel film?
Sicuramente la scelta degli attori. Non abbiamo iniziato a disegnare il look di Alita finché non abbiamo scelto Rosa Salazar.

Che differenza c’è tra il Cameron regista e il Cameron produttore?
È molto diverso nel senso che da regista ha una sua visione singolare, sa quello che vuole. Come produttore invece è più come se avesse una missione e il mio ruolo in questo caso è fare da intermediario. A volte facciamo un po’ poliziotto buono, poliziotto cattivo. Altre volte Jim mi dice quello che non vuole che Robert Rodriguez faccia, fa lo Yoda della situazione e non viene qui a dire di farlo diversamente, ma chiede: “Alla fine di questa scena, come vuoi che io mi senta?”. E ottenuta la risposta direbbe: “Puoi farlo in questo modo o puoi farlo anche in quest’altro modo?”. E alla fine sei convinto che si possa fare anche nell’altro modo. Ma non è stato lui a darti l’ordine e a dirti di farlo, ti ha solo chiesto una domanda che ti ha aperto gli occhi su come guardare in maniere diversa la stessa cosa. Un approccio molto intelligente, perché nessuno alla fine si sente come se gli fosse stato impartito un ordine.

Se Jim è Yoda tu chi sei?
Non credo ci sia una risposta giusta. Quello che mi piace è essere in un posto e domandarmi: “Come posso essere utile? Che ruolo devo avere?”. Spesso i produttori sanno esattamente quale è il loro ruolo ma il tuo ruolo cambia ogni giorno. Io ho un rapporto diverso con Christoph di quello che ho con Rosa, con Keean Johnson o con Jennifer Connelly. Con Jennifer ci siamo trovati a New York per parlare del film. Rosa invece, quando l’abbiamo presa, era una ragazzina di 13 anni e le si era appena rotto il telefono, allora per il suo compleanno la settimana seguente glie ne ho mandato uno nuovo. E credo sia lo stesso per Jim quando è un produttore, il suo ruolo non è solo uno.

E con Christoph Waltz che ruolo hai invece?
È un attore incredibile e l’ho capito dal primo giorno in cui abbiamo lavorato insieme. C’era una scena senza dialogo ma capivi cosa stesse pensando, lo sentivi. Christoph sa che sono qui per supportarlo, che non sono qui per parlare con la stampa o assicurarmi che Robert sia puntuale, o che stiamo rispettando il budget. Sono qui per assicurarmi che stiamo facendo la migliore versione di questo film e ci sono per qualsiasi cosa lui abbia bisogno.

Nei film di Cameron sono sempre centrali le storie d’amore. Come sarà la versione di Robert in questo caso?
La storia d’amore nel film è molto alla James Cameron, quella tra Alita e Hugo appunto. È la storia tra due persone che sono totalmente all’opposto ma che trovano l’uno nell’altra quello che tutti cerchiamo di trovare e cioè il vero amore. C’è una scena nel film in cui Alita dice a Hugo di aver fatto una cosa per lui, e lui le risponde di non fare cose per le altre persone ma di preoccuparsi solo di se stessa. E verso la fine del film è lei a chiedere a Hugo il motivo di una sua azione e lui risponde: “L’ho fatto per te, perché ti amo”. Esattamente l’opposto di quello che le aveva detto di fare, e questo è tipico di James Cameron!

 

Cosa ne pensate? Ditecelo nei commenti!

Il film è l’adattamento cinematografico della graphic novel giapponese in 9 parti intitolata Battle Angel Alita e ambientata in un mondo post-apocalittico popolato da uomini, macchine e cyborg. Lo scienziato Dr. Ido recupera una cyborg, Alita, da una discarica del 26esimo secolo. Divenutone un surrogato di padre, Ido scopre che Alita è una sorta di Angelo della Morte che potrebbe rompere il cerchio di morte e distruzione nel quale ruota il mondo post-apocalittico, devastato 300 anni prima da una terribile guerra mondiale.

Alita: Angelo della Battaglia uscirà il 1 gennaio 2019 in Italia.