Ho avuto una visione ad Amityville

Anche noi. Ciò che vedemmo con Lorraine Warren (Vera Farmiga) nella casa di Ronald De Feo all’inizio di The Conjuring – Il Caso Enfield (2016) fu una suora allo specchio. Alta, spalle larghe, naso tagliente più della lama di un pugnale, occhi infossati gialli, parecchia cipria sbavata. Un uomo? Una donna? L’abito era da donna ma qualcosa lasciava suggerire che la sessualità non fosse proprio quella di una signora. D’altronde potrebbero essere demoni, creature così potenti da sfuggire questa semplice classificazione. E poi ci riferiamo a horror venuti fuori dalla testa un tempo dai capelli color fucsia del piccolo grande James Wan e del suo formidabile entourage di sceneggiatori composto da Leigh Whannell (con lui creò i franchise Saw e Insidious) + i fratelli gemelli Hayes (quelli della saga The Conjuring da cui The Nun nasce). Sappiamo che il transgender è sempre di casa in un Wan Movie un po’ perché il piccolo malesiano-austrialiano ama il teatro giapponese supertruccato del Kabuki (che cita come fonte visiva per i suoi mostri), un po’ perché si chiacchiera molto di una sua sessualità non proprio strettamente etero e un po’ perché tutti i suoi mostri più celebri venivano messi in scena attraverso l’utilizzo quasi scespiriano di un esibito travestitismo. Ma Shakespeare lo faceva perché, nei suoi anni di attività, le donne non potevano recitare. Wan invece perché è anche figlio del glam rock di Marc Bolan, Bowie e Brian Eno e tutto questo gli piace un mondo perché sa che le sue creature, da travestiti, sono contemporaneamente più moderne, più misteriose e più spaventose rispetto alla media della tradizione horror notoriamente fallocratica. Stiamo parlando non tanto del serial killer Jigsaw (un pupazzo e poi un composto signore dai lineamenti chiari malato di cancro senza inclinazioni sessuali ma solo morali) quanto del più cosmeticamente impressionante Lipstick-Face Demon (letteralmente: Il Demone Dalla Faccia di Rossetto) della saga Insidious, sempre interpretato dal compositore musicale Joseph Bishara, all’interno della quale fece furore, nel secondo capitolo, quel Parker Crane mostro dell’Altrove e nemesi di Josh Lambert che aveva l’abitudine di vestirsi da donna anche per via di una mamma che da piccolo lo truccava da femmina chiamandolo pure Marilyn. Basta aggiungere a quel Marilyn un famigerato Manson (usato, nell’accezione di Charlie, da questi brillanti autori horror per le fondamenta del franchise di Annabelle) ed ecco spuntare il punto di riferimento visivo di Wan & Co. per questa suora gigante dagli occhi gialli interpretata da Bonnie Aarons già usata da Lynch come barbone da incubo sotto la luce del sole in Mulholland Drive.

Dalla visione al franchise

Quello che adoriamo di questi artisti capitanati dal piccolo grande Wan non è solo la capacità di portare il genere horror verso un pubblico meno banalmente eterosessuale grazie a questi sublimi messaggi subliminali a carattere transgender ma come poi questo sincero, quasi bambinesco, entusiasmo per ciò che fanno si riesca a sposare benissimo con il cinismo di cineasti che sfruttano la curiosità creatasi attorno a un personaggio che è solo una “visione” di qualche secondo di Lorraine Warren per poi mettere in piedi in men che non si dica un film da 22 milioni di dollari come The Nun, convinti di poter puntare su una plusvalenza interessante a prescindere dall’effettiva qualità della pellicola. Avevano già lavorato in questo modo sulla bambola Annabelle vista nel primo The Conjuring, per noi L’Evocazione (2013), ed esplosa nell’immaginario collettivo come tutti quegli artefatti conservati nella cantina degli esperti di paranormale Ed e Lorraine Warren. Modus operandi: c’è una “visione” veloce (nel caso della bambola posseduta Annabelle era un piccolo corto dentro il primo film), poi una curiosità famelica che si sparge a macchia d’olio negli spettatori coinvolgendo i social e infine la ragione stessa per fare di quella “visione” iniziale, ed idea solo leggermente abbozzata, un bel film orgogliosamente di serie b. È come se il concetto stesso di franchise venisse trasformato in una sorta di universo on demand a seconda di dove i realizzatori vedono che va l’interesse del loro pubblico. Il patto con gli spettatori è sano e onesto: nessuno di noi si aspetta di vedere un grande horror OGNI volta che i franchise Insidious e The Conjuring sfornano un nuovo film ma ognuno di noi sa che ci sarà sempre quel sapore che ci piace, quel qualcosa di dannatamente eccitante da scoprire in un eterno gioco di seduzione in cui la nostra curiosità deve, giustamente, non essere mai pienamente soddisfatta dal cineasta. E allora eccolo The Nun, il cui marketing truffaldino è più bello del film anche se il film non è niente male affatto. L’immagine manifesto gioca chiaramente sul possibile passato della nostra suora mostro facendoci credere che il film ci racconti le sue origini partendo da una giovane novizia. Chi l’ha corrotta? Era innocente? La Chiesa è malata? In realtà…

Il Demone Sotto La Chiesa

Siamo nella Romania del 1952 in cui arrivano ad indagare circa la misteriosa morte di una suora impiccatasi nel monastero di Cârța tre personaggi che sono visioni del mondo: un prete esorcista sempre nero (spesso è inquadrato controluce) ossessionato da un ragazzino che severamente purificò anni or sono, una gioviale postulante dagli abiti immacolati convinta che si possa credere contemporaneamente in Dio e nei dinosauri non presenti nella Bibbia e un commerciante detto “francese” spiritoso nonché miscredente (“Marito geloso o padre arrabbiato?” chiederà alla postulante circa il suo essere stata spedita in Romania non prendendo minimamente in considerazione il metafisico) parecchio attratto dalla giovane donna dl gruppo. Il prete è il Vecchio Testamento, la postulante il Nuovo Testamento e il commerciante “francese” il Laicismo. Insieme i tre formano un bellissima squadra di gente contemporaneamente umana e metaforica. C’è quel tocco sublime perché subliminale dei Wan Movies? Sì certo, a partire da un casting che sceglie la deliziosa Taissa Farmiga come sorella Irene giocando con Lorraine Warren (Taissa è la sorella dell’attrice Vera, la quale interpreta quella Lorraine di cui questa sorella Irene pare essere più che strettamente collegata) mentre Demián Bichir è un Padre Burke afflitto dagli esorcismi del passato e Jonas Bloquet un socialista ante litteram molto più sexy in originale che non nel bambinesco doppiaggio italiano. Sotto quel monastero di Cârța (setting solo sulla carta perché in realtà la troupe non ha mai girato in quel luogo) si agita un demone, Valak, risvegliato da quelle parti in tempi bui dal depravatissimo Duca di Santa Cârța (nessuna sua traccia negli annali). Dunque niente Chiesa depravata che trasforma una suora idealista in The Nun. Siamo invece in un old school horror a tema possessione senza nessun gioco sul passato innocente del mostro (se volete recuperare un horror su amicizia morbosa ai limiti del saffico prima che una delle due “amiche” diventasse creatura magica, recuperate Lights Out di quello che poi sarebbe diventato il regista del secondo Annabelle). C’è uno strato di follia ribollente pagana sotto la pietra cattolica. Qualcosa è stato seppellito e sigillato lì sotto come accadeva ne La Chiesa (1989) di Michele Soavi da cui il film prende molte delle immagini più forti per quanto riguarda la concretizzazione del malefico in ambito e ambiente religioso insieme alle due esplicite citazioni (religioso che s’impicca; qualcuno viene sepolto vivo) di Paura Nella Città Dei Morti Viventi (1980) di Fulci in cui l’ottimo Soavi era solamente attore.

Conclusioni

Nel film assistiamo a tre viaggi dei tre amabili protagonisti. Il Vecchio Testamento (prete esorcista) nelle sue punizioni del passato, il Nuovo Testamento (postulante) nella solidarietà di un’esperienza femminile centrale nella storia segreta dell’abbazia e il Laicismo (“francese”) nella realtà sociale di quella Transilvania del 1952 bombardata durante la II Guerra Mondiale (domande nella locanda del villaggio). Il primo fa autocritica, la seconda capisce l’eroismo dietro l’apparente colpa di quelle monache di clausura mentre il terzo… verrà appiccicato con vero e proprio guizzo editoriale da correttore bozze dentro l’Universo The Conjuring ricollegando al primo film del 2013 questo spin-off nato dal secondo capitolo del 2016.

Speriamo che in futuro possa nascere una generazione di cineasti italiani con questo stesso gusto per il divertimento mitopoietico unito al sano cinismo imprenditoriale di James Wan e la sua banda di investigatori cinematografici dell’occulto di cui il regista inglese quarantatreenne Corin Hardy è l’ultimo prezioso acquisto.

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