Life is Hardy

Quando era giovane somigliava incredibilmente a un primo Kevin Costner mentre ora che gli anni passano sta procedendo spedito verso un maturo Marlon Brando. Non escludiamo che da vecchio possa diventare grasso. In lui c’è qualcosa della naturalissima coolness di Steve McQueen. Ama contorcersi, nascondersi nel buio e soffrire davanti al nostro sguardo. Nella vita è stato tossicodipendente, amante, marito, divorziato, padre, traditore e tradito. Adora i cani (compaiono fin dai primi cortometraggi pazzerelli tipo Get A Grip) e ha dei denti piuttosto storti che vediamo spessissimo mentre gli occhioni blu, masochisticamente, tende a non concederceli spesso.
La voce arriva sempre prima del volto.
Ha studiato, non proprio da primo della classe, al Drama Centre London con un giovane compagno di corso al secolo Michael Fassbender. Per lui non vanno bene le definizioni di eroe, antieroe, protagonista, non protagonista o caratterista.
Tom Hardy è semplicemente Tom Hardy.
Ma come è cominciata, esattamente, questa benefica malattia?

Teatro

Esplode nel 2003 quando interpreta Skank presso l’Hampstead Theatre di Londra nella pièce In Arabia We’d All Be Kings del futuro premio pulitzer Stephen Adly Guirgis. Il suo personaggio è un ex attore di una certa notorietà finito come gli altri abitanti dell’opera a biascicare rimpianti e recriminazioni in un bar di Hell’s Kitchen a New York. I critici sono subito impressionati da un giovane interprete molto bello ma in grado di attorcigliarsi fisicamente davanti agli sbigottiti spettatori del teatro da 300 posti. Il ventiseienne Hardy si trova in quegli anni spesso e volentieri in una relazione non proprio salutare con alcool e crack. Chissà che gli spasmi fisici del suo Skank non dipendessero anche da quelle dipendenze. Grazie a questo show vince un premio piuttosto importante (London Evening Standard Theatre Award) e ne perde uno molto importante (Laurence Olivier Award). Ma ormai è fatta. Tutti in Inghilterra si sono accorti di lui. Manca solo il resto del mondo.

Cinema

Non sarà uno degli Star Trek più memorabili di sempre ma La Nemesi (2002) ci permette di vederlo giocare a livello internazionale dopo le partecipazioni in Black Hawk Down (2001) di Scott e The Reckoning (2002) di McGuigan. Entra in scena con il volto al buio e il cranio pelatissimo in luce. La voce è meno ostentatamente gracchiante del solito come se, non vedendo la sua bellezza, lui cercasse apposta di risultare foneticamente meno “caratterista”, per non usare il termine sgradevole, mentre, tutte le volte che lo riusciamo a vedere nel film al 100% ci sembra che volutamente faccia una voce non da star. O è ormai un’allucinazione “hardiana”? Può essere. Fatto sta che il suo Shinzon in Star Trek: La Nemesi lo candida a un Saturn Award e lo rende globale. È malato, pieno di acciacchi e con un labbro leporino alla Joaquin Phoenix. A pochi secondi dalla prima apparizione si taglia subito la mano con un coltello e poi dopo avrà le vene della testa che si gonfieranno a dismisura. Quando Jean-Luc Picard lo infilzerà con una lancia improvvisata nel finale, lui si infilerà la lama ancora più profondamente nel corpo. Puro Hardy.

Televisione

C’è tutta quella generazione di attori inglesi nati nei ’70 in Band Of Brothers (2001): Simon Pegg, Fassbender, Stephen Graham, Jamie Bamber, Damian Lewis. A fare da chioccia il più anziano e mentore Dexter Fletcher. Hardy è il soldato semplice John Janovec ed è così ragazzino che l’elmetto sembra stargli gigantesco quasi peggio che a Rick Moranis in Balle Spaziali di Mel Brooks. È magrissimo e guascone come il Costner di Silverado (1985) di Kasdan quando interpreta l’adorabile soldato semplice Janovec, dai bollenti spiriti e dall’irresistibile, e dolcissima, ingenuità. Ovviamente finisce male anche qui.

Conclusioni

Se Hardy guida da solo nella notte verso l’amante occasionale cui comunque vuole fare compagnia durante il parto… ascolterà ovviamente la sua vita andare in frantumi in viva voce davanti ai nostri occhi (Locke, 2013). Se il buon Tom fa Mad Max al posto di Mel Gibson sarà così rincitrullito dal sole da lasciare il ruolo dell’action hero… a una collega di nome Charlize Theron (Mad Max: Fury Road, 2015). Se l’inglese fa il criminale sembra un guitto inoffensivo (Bronson, 2008) e se il nativo di Londra fa il villain dentro i Batman di Nolan… ovviamente è quello che sente più dolore di tutti e in un flashback sembra pure pacioccone come i suoi adorati amici quattrozampe.
Pilota un aereo durante la II Guerra Mondiale? L’altruismo lo farà cadere prigioniero dei nazisti (Dunkirk, 2017).
Per parafrasare al contrario L’Anno Scorso A Marienbad di Alain Resnais: “Può vincere ma perde sempre”.
Tom Hardy è Tom Hardy.