Three stars were born

O forse quattro? Abbiamo deciso di non comprendere nel saggio A Che Prezzo Hollywood? (1932) di George Cukor perché formalmente non fa parte della saga È Nata Una Stella anche se ha lo stesso produttore del film del 1937 (David O. Selznick), lo stesso regista della versione del 1954 (George Cukor) e quasi la stessa trama delle versioni del ’37, ’54 e ’76. Quasi la stessa perché c’è una bella differenza tra un maschio scopritore di un talento femminile che fa il regista e un maschio scopritore di un talento femminile che fa il collega sposabile e sorpassabile a sinistra. Inoltre in quel film di Cukor il personaggio femminile è un’arrampicatrice sociale. Le quattro versioni successive sarebbero state meno misogine, più moderne e drammaticamente efficaci anche grazie a copioni con battute memorabili con la firma di Dorothy Parker, Alan Campbell e Robert Carson. E quindi prima di tuffarci nell’aggiornamento 2018 di A Star Is Born dopo l’anteprima mondiale trionfale a Venezia 75, le recensioni entusiastiche e il prepotente Oscar buzz già partito per il 2019… andiamo a riassumere il gusto e la personalità di tutte quelle esperienze che precedettero il bell’esordio alla regia di Bradley Cooper.

A Star Is Born, 1937, di William Wellman

“Wild Bill” Wellman dirige un gran film. Fanfara, nome di Selznick che giganteggia, Max Steiner in colonna sonora, le mille luci di Los Angeles sullo sfondo ma anche qualcosa di rivoluzionario: la pagina della sceneggiatura del film viene esibita davanti allo spettatore come fosse il “C’era una volta” dei Fratelli Grimm. Come se ci dicessero apertamente: la favola del ‘900 è la favola hollywoodiana e noi che l’abbiamo realizzata non abbiamo nessun problema a farvi vedere la sua ossatura senza che questa scansione ai raggi x del nostro lavoro vi tolga un briciolo della magia emotiva che otterremo dopo grazie alla sospensione dell’incredulità. Era il 1937. Non erano ancora arrivati né Orson Welles né tantomeno Jean-Luc Godard o i corsi di cinema all’università e questi pionieri già abbracciavano il metacinema giocando a carte scoperte con uno spettatore da trattare con il massimo rispetto e complicità intellettuale. Il film si apre con la nostra “Cinderella From The Rockies” che nella sua casetta del North Dakota sente la nonna farle la ramanzina perché la giovane sogna Hollywood quando i vecchi della famiglia fino al giorno prima si scannavano ancora con gli indiani. Il sogno di una generazione (avanzare metro dopo metro nel selvaggio Ovest) diventa noia per quella successiva schiava, a sua volta, dei propri desideri (avanzare metro dopo metro nella selvaggia Hollywood). Esther Blodgett è un’ottima Janet Gaynor qui in versione Emma Stone più dimessa. Appena arrivata nella Mecca del Cinema proverà a “calzare” le stesse orme lasciate dal divo Norman Maine sulla walk of fame (grande idea visiva pre-incontro non ripresa poi dagli altri tre film) prima di beccarlo all’Hollywood Bowl ubriaco fradicio intento a picchiare un fotografo. Il film di Wellman è il migliore di tutti sul fronte “le fatiche di Esther”. La vediamo senza un dollaro, occupare un residence decrepito, fare amicizia con un assistente alla regia sfigato (Danny) e poi partecipare a un Hollywood party in versione cameriera imitando Mae West per catturare l’attenzione dei cinematografari presenti. Guadagnerà 5 dollari da quella serata e ne ha un gran bisogno. C’è molta più commedia rispetto agli altri A Star Is Born grazie al ritmo da operetta e al divertimento quasi infantile che scatta subito, una volta che si sono conosciuti al party, tra il divo alcolizzato Norman Maine e quell’adorabile sconosciuta di gran dignità al secolo Esther Blodgett. Abbiamo a che fare con un bel technicolor e un racconto per immagini sovrabbondante di dissolvenze in nero, incrociate e chiusure circolari delle immagini da cinema muto (si parla nel cinema americano da “soli” 10 anni). Il Norman Maine di Fredrich March è un tenerone in difficoltà che vede in Esther la star del futuro: qualcuno verso cui il pubblico americano si identificherà perché normale e non dalla fisicità iperbolica. Le dinamiche dello studio system sono più esibite qui che nel remake di Cukor anche se il responsabile delle pubbliche relazioni Libby di un giovane Lionel Stander è più una macchietta comica (tutto il film ha un ritmo da farsa rispetto al dramma musicale di Cukor) a confronto con il Libby gigantesco mafioso del 1954. Diciamolo: questi Norman ed Esther sono la coppia di innamorati più simpatici di tutta la saga (vedere la sequenza della bislacca luna di miele in campagna per credere). Grazie a tutta questa contagiosa simpatia, però, il dramma arriva in modo leggermente troppo improvviso e quindi, in termini cinematografici, insoddisfacente. La carriera di Norman va giù (il termine è slipping), quella di Esther, diventata Vicky Lester, esplode e i due si ritrovano all’Oscar vinto da lei con lui ubriaco che le dà, inavvertitamente, il famoso sganassone inaspettato. Tutto meno melodrammatico rispetto al Cukor del 1954 anche quando, nella clinica di riabilitazione dove Norman è finito (si cena alle 1730 così la serata è più lunga; grande sceneggiatura), vediamo il nostro salire le scale che lo portano nella sua stanza con il bodyguard che quasi lo abbraccia con tenerezza. Il gran finale con rissa con Libby alle corse di cavalli, arresto per ubriachezza molesta e suicidio di Norman viene rivitalizzato dall’arrivo della super nonna di inizio film. La Granny From The Rockies dell’incipit rappresenta l’accettazione del sogno hollywoodiano (era contraria) basta che venga vissuto con la responsabilità di Esther (una donna) e non con la smodatezza di Norman (un uomo).
La chiusura è quindi già totalmente #Me Too 15 anni prima che Harvey Weinstein venisse al mondo.
Lui delirante ci lascia per via dei suoi eccessi mentre lei responsabile può essere diva ma con saggezza.
L’uomo è simbolo ancestrale (non ha passato) mentre la donna è più realistica perché con famiglia al seguito.
Domani è un altro film ma in quella pellicola del futuro la protagonista sarà: “Mrs. Norman Maine”.
Nonostante la qualità molto alta del risultato, arriverà solo un Oscar per il soggetto originale a Wellman (unico vinto dal veterano in carriera) e Robert Carson. Anche il botteghino non è particolarmente proficuo. Che peccato.
Quel giovane regista che rifiutò di dirigerlo perché lo considerava troppo simile nella trama al suo inferiore A Che Prezzo Hollywood? tornerà sul luogo del delitto 17 anni dopo. Evidentemente voleva far rinascere la stella.

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A Star Is Born, 1954, di George Cukor

Il più bello. Cukor accetta ciò che rifiutò nel 1937 perché sarà il suo primo CinemaScope e per l’idea di sposare il dramma d’amore d’ambiente hollywoodiano con il musical anche se tecnicamente questo A Star Is Born è più come The Blues Borthers di John Landis (grande estimatore di questa versione) ovvero una serie di performance professionali che non fanno mai sì che il cantato, magicamente, si sostituisca fluidamente al parlato e viceversa. Quello che è buffo della produzione è soprattutto il fatto che la diva Judy Garland venga da un periodo travagliato come quello di Norman Maine nel film. È lei quella forse già bruciata (manca come protagonista di un film da ben 4 anni) e infatti Cukor avrà parecchi problemi a dirigerla nel ruolo di Esther Blodgett, la fiera signorina nessuno aiutata da Norman Maine a diventare grande star. È la versione di A Star Is Born dove abbiamo l’Esther più convincente sul fronte del “brutto anatroccolo” e infatti tra lei e James Mason non si sente mai la pur minima tensione sessuale rendendo il film povero dal punto di vista passionale ma ancora più affascinante da quello psicologico. Norman è uno strepitoso Mason, geniale nei suoi velocissimi cambiamenti di umore e momenti di disperazione in cui si riesce a mangiare letteralmente le mani davanti ai nostri occhi senza farlo mai apparire un gesto eccessivamente teatrale. Guardatelo il futuro cattivone di Intrigo Internazionale: emaciato, delicatamente androgino, tenebroso, aggressivo ma anche fragilissimo. Bradley Cooper è un cagnone zuppo d’alcool uscito da Lilly il Vagabondo, March un segugio che ha perso la strada, Kristofferson un enorme danese in un negozio di cristalleria mentre Mason… ha il fascino ambiguo e le movenze delicate del gatto. È l’unico Norman Maine felino dei quattro prodotti a Hollywood in questi anni. Judy Garland sembra, oltre che anatroccolo, un ragazzino perbene che si prende cura di una vecchia signora con le paturnie (come si sente che il regista è gay). I due sono poco erotici (difetto) ma tremendamente eroici nel volersi un bene dell’anima nonostante tutte le difficoltà cui andranno incontro. Cukor riesce a fare il vero e proprio capolavoro hollywoodiano: il massimo della fantasia e del glamour (scenografie e costumi ultraterreni) senza perdere mai credibilità psicologica e intelligenza contenutistica (da che inizialmente non vogliono vedere la faccia di Esther, fino alla famosa scena del velo strappato al funerale di Norman per poterle fotografare il viso; c’è un miglioramento rispetto alla versione del 1937). Hollywood non è più un luogo di animosa operetta ma uno studio system sempre più stagionato e quasi malinconico dove il pr Libby sembra un corpulento goodfella di Scorsese e non un pioniere del West ex saltimbanco come quello di Lionel Stander nella versione del 1937. Incomprensibilmente, essendo ricordato ancora oggi come uno dei film più belli del cinema americano di sempre, la pellicola di Cukor (assai tagliata in prossima della premier) piace molto al pubblico ma non all’Academy che lo candida a 6 Oscar senza dargliene nemmeno uno (!). Quando Grace Kelly vince Miglior Attrice Protagonista al posto di Judy Garland, Groucho Marx scherza pesantemente, e pubblicamente, citando una famosa rapina della cronaca nera nordamericana.
Insomma, dice lui, è stato commesso un furto clamoroso.

A Star Is Born, 1976, di Frank Pierson

Quello country rock con un sosia di Carlo Cracco più alto e più fico dello chef ma non particolarmente più espressivo o empatico soprattutto nelle scene drammatiche. È il più vituperato È Nata Una Stella ancora oggi e non a torto per molti motivi ma almeno ha il pregio di aver dato la linea a Bradley Cooper per spostare l’ambiente di contorno agli Esther e Norman della situazione dalla Mecca del Cinema alla rutilante e casinara scena del rock’n’roll. Dovremmo essere in piena New Hollywood e invece è un legnosissimo Star System che più classico e asfissiante non si può visto che Barbra Streisand produce, con il partner dell’epoca Jon Peters, monopolizzando costantemente la scena e facendo del film un puro inno allo Streisand, più che women, Power. Però… ci sono alcuni però a tutto questo peggioramento. È la prima Esther Blodgett che non prende minimamente in considerazione di cambiare nome una volta che ha sfondato (storicamente lucido: una signora non ha più bisogno di farlo). Quando la Streisand entra in scena, forte del suo Oscar già vinto per Funny Girl nel 1969, tutta la pellicola di Pierson diventa un suo panegirico, dal continuo elogio del suo bellissimo sedere, alle esibizioni canterine ben più autoconsapevoli rispetto a quelle più naturali della Garland. Viene solo accennato quel giocare con la lunghezza del suo naso, due volte più lungo di quello di Lady Gaga. Eppure dobbiamo darle merito: l’idea c’è già se si sta attenti e Bradley Cooper, evidentemente, attento lo è stato. Ha espanso quel gesto facendolo diventare un bellissimo tormentone nella sua versione attualmente in sala. Il sosia dell’ex giudice di Masterchef Kris Kristofferson, già estremamente noto in ambito country e con 10 pellicole al suo attivo (in quel 1976 esce al cinema addirittura con ben tre film), fa la rockstar alcolizzata e non solo (Gary Busey gli dà della cocaina da sniffare ogni tanto) di nome John Norman Howard. Ha il vezzo di fare piccoli incidenti con la motocicletta, sparare agli elicotteri, prendere a cazzotti il futuro Freddy Krueger (Robert Englund lo provoca in un bar), possedere un materasso ad acqua e gironzolare per tutto il film con gli addominali scolpiti in grande rilievo. È pessimo nelle scene drammatiche anche se a suo discolpa vogliamo aggiungere che si ha la netta sensazione che Kristofferson per primo capisca di essere un mero oggetto di arredamento in tutto il film mentre la Streisand è sempre in iperventilazione sfoggiando un vestito appariscente dopo l’altro e producendosi in estenuanti numeri musicali con canzoni scritte da Paul Williams. C’è un pizzico di sesso in più tra tutti gli A Star Is Born fin qui prodotti e questo lo si deve ai costumi più lascivi dell’epoca. È giusto che John Norman Howard se la voglia portare subito a letto rimanendo sinceramente basito dal rifiuto di lei (c’erano groupie disposte a tutto in quei circoli musicali) e non è male l’idea che lui vada a letto con un’aspirante giornalista quando si è reso conto che nessuno se lo fila più (da slipping siamo passati a blowing, il verbo di un’intera generazione anche nella sibillina battuta di Easy Rider) rispetto ad Esther. Ma visto che siamo in uno Streisand Movie e non bisogna concedergli nessuna soddisfazione… lui non riuscirà nemmeno ad avere un’erezione come si deve quando si trova in compagnia della giovane amante. È il più carnale dei quattro È Nata Una Stella (ma in questo senso anche il più ridicolo soprattutto quando i due si rotolano nel fango ridendo come degli scemi) e quindi è ancora più sconcertante che la Streisand sia incomprensibilmente blanda nella scena in cui va a fare il riconoscimento del corpo del marito sul ciglio della strada dopo il telefonatissimo incidente automobilistico. Il più grande paradosso di tutti è che, a fronte di incassi ottimi (costato 6 milioni di dollari, il film arriva a incassarne ben 80 nei soli Stati Uniti) sia del film che della colonna sonora, ma con una critica molto più tiepida rispetto all’opera di Cukor… la pellicola diretta da Pierson arrivi a portare a casa un Oscar, su quattro nomination, rispetto allo zero assoluto della versione del 1954. Rimane oggi importante per aver fornito a Cooper una base interessante da cui ripartire con Lady Gaga senza il minimo stress di dover fare chissà che cosa per superarlo a livello cinematografico.
Chiudiamo con un rimpianto: chissà come sarebbe stato il film con Elvis Presley al posto di Kris “Carlo Cracco” Kristofferson. La parte gli era stata offerta e l’ipotesi resse per parecchi mesi. Chissà.