Era molto atteso dall’industria e dalla stampa di cinema italiana l’incontro organizzato dalla Festa Del Cinema di Roma con Thierry Fremaux, delegato generale del festival di Cannes.

Molto si è detto e molto si è scritto riguardo le recenti novità del festival di Cannes, su tutte quella di bandire dal concorso qualsiasi film che non abbia in mente una distribuzione canonica, in sala, sul territorio francese. Il bando è arrivato dopo che nel 2017 il festival aveva messo in concorso due film di Netflix (che è la principale società di produzione e distribuzione che non rispetta la regola), ovvero Okja di Bong Joon-ho e The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach. Intorno a questa nuova regola si è scatenato un dibattito più grande, se il cinema che non passa per la sala sia tale e se debba godere della medesima dignità dei film che invece hanno le sale come primo obiettivo.

Intanto un altro anno è passato e non solo gli altri festival internazionali hanno continuato a ospitare film di Netflix ma in alcuni, come l’ultimo festival di Venezia, questi hanno anche vinto. E, beffa delle beffe, il film in questione (Roma di Alfonso Cuaron) era uno di quelli pronto per Cannes e che poi, per via del bando, è scalato a Venezia.

A fronte delle molte discussioni non c’era stato ancora modo di chiarire la posizione del delegato generale del festival, cioè della sua carica più importante assieme al presidente (Pierre Lescure). Sono molto chiare le regole del festival di Cannes ma non quanto queste siano ferme o in transizione. Specie dopo l’ultima edizione di Venezia.
Non a caso l’esito della conversazione, lo spoileriamo subito, è che assolutamente non c’è certezza e lo stesso Fremaux ha detto di non sapere ancora come funzionerà per il 2019, aggiungendo anche un chiaro riferimento al fatto che secondo lui, prima o poi, anche a Cannes questi film saranno in concorso.

Per prima cosa Fremaux ci ha tenuto a rimarcare come il cambiamento si inserisca nella storia delle tecnologie del cinema, che poi è la storia della sua fruizione.

Noi convenzionalmente sosteniamo che il cinema l’abbiano inventato i Lumière ma gli americani non ci stanno, loro dicono che il cinema l’ha inventato Edison. Tuttavia Edison, che era un genio, non ha inventato il cinema, ha inventato il kinetoscopio, una macchina per fruire di immagini in movimento su pellicola individualmente. I Lumière hanno visto il kinetoscopio e hanno pensato di farne qualcosa di più collettivo e socializzante con cui condividere le emozioni.
Con la loro invenzione i Lumière hanno vinto, per almeno 120 anni sono stati i vincitori. Ora Netflix riporta il consumo individuale, è la rivincita di Edison. Anche se in realtà noi sappiamo che non è una vera rivalità questa ma una somma, oggi possiamo andare al cinema e possiamo anche fruire del cinema con varie apparecchiature (prima i dvd poi lo streaming). Insomma viviamo un’era di Lumière + Edison.

Quel che cambia è la definizione di opera cinematografica secondo Fremaux, anche se non sappiamo ancora verso cosa, almeno lui non lo sa.

Prima l’opera cinematografica era ciò che stava al cinema, poi abbiamo cominciato a vedere i film in DVD e oggi addirittura le piattaforme producono il cinema. Sono opere cinematografiche anche se non saranno al cinema? Non voglio rispondere alla domanda, non lo so”.

Andando più a fondo nella rievocazione degli eventi che portarono al bando Fremaux li sintetizza così.

Io non ho preso una vera posizione sul diniego a Netflix, tant’è che nel 2017 volli due loro film in concorso. Il consiglio d’amministrazione però mi ha chiesto a quel punto di non mettere più in competizione film che non usciranno in sala. Questo è normale se si considera come in quel consiglio ci siano le associazioni degli esercenti che sono giustamente preoccupati da queste novità. Fosse per me invece prenderei tutti i film che mi piacciono, non ne ho potuti invitare alcuni nel 2018 e per il 2019 vedremo. Dovrete aspettare la prossima puntata… Davvero non lo so cosa accadrà l’anno prossimo.

La sua posizione quindi sembra non allineata per niente al consiglio d’amministrazione e l’ha specificato

Non sono né pro Netflix né contro Netflix. Il mio lavoro è mostrare lo stato del cinema oggi, nell’era in cui Scorsese sta facendo un film con Netflix. Penso che alla fine il processo che porterà Cannes e i festival a regolare la presenza dei film prodotti dalle piattaforme sarà un processo lungo. In Francia poi siamo particolarmente lenti con le novità.

Proprio a proposito di questo in un’intervista di qualche mese fa aveva accennato al fatto che proprio l’aver messo quei due titoli in concorso nel 2017 stava per fargli perdere il lavoro. Dopo un po’ di manfrina e di elusione di una domanda diretta Fremaux ne ha parlato

Decidemmo di prendere quei due film assieme al presidente Lescure, sapevamo che era un argomento scottante ma lo volevamo porre pubblicamente. Il consiglio d’amministrazione poteva decidere che avevo infranto delle regole [e licenziarmi, sottintende ndr] ma non è successo, perché è un mondo nuovo e anche le regole sono nuove. Non fossi daccordo con questa decisione potrei dimettermi ma non ci penso proprio, perché trovo tutto questo appassionante, siamo qui per inventare un futuro e nuovi modi di fruizione del cinema. Ad ogni modo gli esercenti sono molto potenti a Cannes ed è vero che erano furibondi con me.

Per chiudere la questione Fremaux ha anche parlato del suo punto di vista su cinema in sala e a casa

Il problema è un altro io credo, quello della creazione mondiale. Perché Scorsese sceglie Netflix? Perché Cuaron sceglie Netflix? Perché il processo di produzione non è più quello di una volta, perché oggi gli studios non accettano di produrre un film in scope e bianco e nero come quello di Cuaron. Chi lavora a Netflix sono veri cinefili e ovviamente sono anche ricchi.
Ma oltre a questi ci sono i film piccoli, che fanno un cinema di ricerca e particolare, quelli potrebbero sopravvivere sulle piattaforme, perché i giovani non vanno più a vedere i film in sala. Bisogna lottare per riportarli nelle sale ovviamente ma è importante capire che il desiderio dei film esiste, è ancora forte, e internet risponde ad esso.
In fondo siamo nel 2018 il ventunesimo secolo è iniziato solo da vent’anni dobbiamo immaginare il seguito. Su internet sono molto bravi, si muovono bene e noi dobbiamo cercare di essere altrettanto bravi con i festival.

Fremaux più volte ha menzionato il festival di Venezia nei suoi discorsi e ad un certo punto ci ha tenuto a rimarcare in ogni modo possibile quanto Roma in particolare sia in realtà un film di Cannes, anche se non c’è andato.

La settimana scorsa Alfonso Cuaron mi ha fatto il piacere di dirmi che l’idea del film è nata a seguito di un momento trascorso da noi due insieme, ubriachi di Mescal. Eravamo al festival di Lione [gestito da Fremaux anch’esso ndr] e io gli dissi che dopo Gravity e Harry Potter aveva bisogno di tornare a casa, di fare un vero film messicano, un film personale. Dopo quest’episodio ha scritto e poi girato Roma.
Lo vidi presto, a Novembre scorso, anche se non era ancora completo (mancavano musiche e missaggio sonoro). Mi piacque molto e lo invitai a Cannes subito. Dopo qualche mese però, Alfonso, che del film è anche produttore, mi disse che Roma era stato comprato da Netflix. Mi sono subito reso conto che ci sarebbe stato un problema, non l’avrei potuto mostrare come invece ha potuto fare Alberto Barbera a Venezia.
Io poi il film proprio a Venezia l’ho visto, alla proiezione incontrai Cate Blanchett [che era stata presidente di giuria al festival di Cannes cui Roma sarebbe dovuto andare ndr] e le chiesi cosa ci facesse lì, lei mi rispose: “Sto andando a vedere l’ultimo film del concorso di Cannes

Oltre a questo Fremaux, che in quanto direttore di Cannes è probabilmente uno dei politici del cinema più abili del mondo, ha anche aggiunto qualcosa in relazione a chi va a Cannes e chi va a Venezia, lasciando intendere che qualche film sceglie la seconda è perché lui l’ha rifiutato per il suo bene

Io non ragiono chiedendomi se un film è bello o brutto, se mi piace o no ma penso “È buono per Cannes o no? E se sì qual è la sua posizione migliore?” stare a Cannes è rischioso per alcuni film mentre Venezia lo è meno. A volte rifiuto un film e questo poi va a Venezia, e lì vince. È successo spesso. Sono film che quasi sicuramente invece a Cannes non avrebbero vinto.
A Cannes inoltre la stampa è più esigente e violenta, richiedono di vedere due capolavori al giorno e siccome ci sono film che amo voglio proteggere, so che se li prendessi potrei metterli in pericolo, quindi li lascio.

Infine ha voluto dire qualcosa anche sul cinema americano (che da qualche anno sceglie Venezia più che Cannes)

Quest’anno si è posta una questione contro di noi e a favore di Venezia, quella del cinema americano. Si è detto che non c’erano abbastanza film americani e che Venezia aveva fatto un’edizione straordinaria proprio per via dei molti film americani. Non capisco cosa sia quest’ossessione per i film americani. Il mio amico Barbera non aveva il film di Kore-eda, non aveva film giapponesi, coreani, egiziani, libanesi in concorso. E dall’altra parte noi avevamo i film di Spike Lee e John Cameron Mitchell più altri americani. Credo che sia questo il principio dell’universalità, penso che un festival debba mostrare il cinema di tutto il mondo. Venezia fa il suo gioco e ha ragione a mostrare i film di Netflix se Cannes non li presenta, e ha ragione a giocare la carta dei film americani perché la stampa a livello internazionale è ossessionata dagli Oscar. Per la stampa sembra contare di più una serata a Marzo ad Hollywood che i 6 mesi da Luglio a Dicembre. La stampa mondiale vuole sincronizzare gli orologi sul cinema americano, io credo ci voglia di tutto. Detto ciò Cannes ama il cinema americano.

L’altra grande questione ovviamente è il nuovo rapporto tra sessi al cinema e quanto i festival si debbano adeguare

La questione delle donne al cinema è diventato un argomento molto importante. A volte i giornalisti mi dicono “Dovresti lasciare il posto ad un donna” ma chi me lo chiede sono sempre uomini. E quelli che mi parlano dei film fatti da donne, di quanti ce ne sono, lo fanno perché va di moda, non sanno niente della storia della storia delle registe donne. Non sanno nulla di Ida Lupino o Muriel Box. Adesso va di moda e se ne parla come dieci anni fa si metteva in discussione Cannes rispetto al cinema africano. Era gente che parlava di cinema africano una sola volta l’anno, a Cannes.

Infine lo spostamento della proiezione per la stampa in contemporanea, se non dopo, quella per gli invitati, con il fine di annullare l’effetto delle reazioni a caldo sulla premiere. Fremaux la difende e fa un esempio

È capitato ad un film francese di essere presentato con un’ottima accoglienza alla premiere e una più fredda con la stampa. Noi siamo stati contenti per le reazioni contrastanti ma spontanee, mentre i compratori del film che hanno assistito alla proiezione alla serata di gala hanno comprato il film anche se la stampa era stata tiepida.

Infine Fremaux ha commentato sul problema di una struttura forse non più buona per la quantità di professionisti che vi affluiscono

La domanda è giusta. 70 anni fa, dopo la guerra, il modello dei festival era quello di una cittadina con dell’acqua: Cannes, Venezia, Locarno, Mar de la Plata… Oggi il modello è un festival in una grande città: Berlino, Roma, New York, Toronto, Busan…
Cannes è una città magnifica ma con il sindaco e il presidente Lescure abbiamo iniziato a riflettere su alcuni cambiamenti.

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