A Christmas Story

L’inizio grazie a Bob: “La verità è che nel 1977 sembrava che la Warner Bros. avesse ingaggiato John Carpenter per dirigere una delle sue prime sceneggiature: la storia era ambientata sulle montagne del Tennesse e ruotava attorno a un gruppo di squilibrati. Poi, però, il film saltò e allora John che era sempre stato un fan di Black Christmas (1974) mi chiamò e mi chiese se avessi intenzione di realizzare un sequel. Io gli dissi: ‘John, questo è l’ultimo mio horror: io adoro il genere, ma non voglio diventare un ‘regista horror’, ho diversi altri progetti da realizzare’. E allora lui mi chiese: ‘Ma se, ipoteticamente, lo dovessi fare, che storia racconteresti?’ E allora io risposi: ‘Lo ambienterei alcuni anni dopo. Il killer fugge dall’ospedale psichiatrico in cui era ricoverato e ritorna alla Sorority House per cercare vecchie e nuove vittime. Lo intitolerei Halloween‘”*. (Bob Clark)

La fine grazie a Tommy Lee: “Io avevo pensato di chiudere il film sull’immagine del cortile vuoto che indicava la scomparsa di Michael. Poi Tommy Lee Wallace, il mio montatore ( futuro regista della versione tv di It, N.d.R.), mi ha detto: “Perché non ci giochiamo un po’ di più con questo finale? Espandiamo l’idea”. Perciò abbiamo recuperato alcuni fotogrammi che avevamo già girato -in pratica si tratta dei fotogrammi delle location vuote, girate proprio un attimo prima che l’attore entri in scena- e li abbiamo montati in sequenza, tanto per allungare il finale un po’ di più. Mi piacerebbe dirti che si è trattata di una mia intuizione geniale, ma è stata un’idea di Tommy Lee Wallace, il quale ha fatto un lavoro superbo”* (John Carpenter)

Mito

L’inizio sequel grazie a Bob Clark e la fine che “espande” concettualmente un universo filmico grazie a Tommy Lee Wallace sono aneddoti perfetti per affrontare la valenza mitica di Halloween di John Carpenter. Il primo aneddoto calza a pennello alla mitologia perché c’è la voglia di proseguire a raccontare la stessa storia con passaggio di testimone da cantore a cantore come succedeva ai tempi di Omero tra aedi e poi anche dopo ai tempi di Euripide e Sofocle tra tragediografi. È sempre il racconto che si continua a raccontare attorno al fuoco. Puro mito è anche l’accenno all’intuizione wallaciana finale. Non solo Michael Myers non è più sotto il balcone deceduto ma manca anche da tutti quei punti nevralgici della cittadina di Haddonfield in cui lo abbiamo visto agire spietatamente fino a qualche minuto prima. “Espandere il concetto” significa liberare il boogeyman dalla prigionia di un finale per lui definitivo permettendogli di volare in altri racconti e occasioni narrative ovvero 10 sequel compreso l’ultimo, bellissimo in declinazione women power firmato David Gordon Green. Ma cosa rimane, ancora oggi, tra l’inizio ispirato a Black Christmas di Bob Clark e quel finale elegante e risonante ideato da Tommy Lee Wallace?

Un film perfetto

Tante le ragioni. Il gusto e stile in soggettiva del primo slasher americano-canadese Black Christmas, il titolo magnifico sempre di Clark (che poi però ammette fosse stato scelto precedentemente da altri forse già il produttore Irwin Yablans), lo spirito dei malvagi del passato che confluisce magicamente in quella notte tra 31 ottobre e 1 novembre dentro uno psicopatico del presente rendendolo più forte (ecco perché sopravvive alla caduta finale), la storia sanguinosa di una cittadina che vuole rimuovere il ricordo del Male (Haddonfield come San Antonio Bay di The Fog di Carpenter), la repressione sessuale come elemento in comune tra Michael Myers e Laurie Strode (Carpenter: “La ragione per cui il personaggio di Jamie Lee Curtis resta in vita è perché, non avendo altre distrazioni, riesce a concentrarsi di più su quello che sta succedendo e rimane all’erta”), la maschera del Mostro che non è né bella, né brutta, né uomo, né donna, né William Shatner (ammettiamolo: chi di noi direbbe che gli somiglia veramente?), le facce che non ricordiamo del bimbo iniziale e del ragazzo finale (leggi: Michael Myers senza maschera non esiste), lo sguardo obliquo di Michael sulla natura morta di fronte a sé come fosse un pittore che osserva di sguincio i suoi quadri di sangue, la colonna sonora di Carpenter ossessivamente ripetitiva ispirata ai Goblin di Profondo Rosso e, infine, la collaborazione uomo-donna John Carpenter-Debra Hill in fase di sceneggiatura e produzione (maschile e femminile creano un horror epocale come nel caso di Suspiria).

Conclusioni

Il cinema  di genere è ciò che più si avvicina alla mitologia. È sempre la stessa storia che vogliamo sentire e risentire. Per avvertirci di qualcosa o di qualcuno che molto spesso abitano dentro di noi. I registi che operano in questo settore non hanno alcun problema a riconoscere l’operato altrui come necessario al completamento del proprio. Bob Clark ha sempre stimato un certo collega (“Carpenter ha fatto tutto da solo: ha scritto la sceneggiatura, ha scelto il cast e le location, ha dato forma e stile al racconto, ha diretto e composto la splendida colonna sonora. Magari, visto che era fan di Black Christmas, né stato anche influenzato un po’, però per il resto è tutto merito suo. Quindi non mi sembra giusto dire che mi ha ‘copiato’. Per me è completamente innocente) e Carpenter ha fatto lo stesso con David Gordon Green (“È la versione migliore dai tempi del primo film” fonte Enterteinment Weekly) anche se a rendere meno disinteressata questa sua dichiarazione rispetto ad altre… c’è il fatto che lui sia uno dei produttori dell’ultima versione attualmente nelle nostre sale.
Business, arte, mito, tradizioni popolari, giorni di festa, nuovi e vecchi mostri, espandere le idee, collaborazione.
Tutto questo è Halloween.

* Le dichiarazioni di Bob Clark e John Carpenter sono tratte da American Nightmares – Conversazioni con i maestri del New Horror americano di Paolo Zelati, Profondo Rosso, Roma, 2014