I Tre Schiaccianoci

Prima c’è il primo ovvero un racconto di uno scrittore horror tedesco del 1816 morto prematuramente a 46 anni di nome Ernst Theodore Amadeus Hoffmann (l’eroina si chiama Maria). Poi arriva il secondo che però è anche il primo adattamento di quel racconto fantastico da parte di un francese, nel 1845, di nome Alexandre Dumas padre, il quale in quegli anni sta avendo molto successo con la pubblicazione de I Tre Moschettieri (l’eroina cambia nome in Clara). Il secolo XIX non può chiudersi senza il terzo rielaborato di quel testo del 1816 ma stavolta non in forma scritta bensì nelle piroette delle coreografie di un balletto ideato nel 1892 da Marius Petipa presso il Teatro Mariinskij di San Pietroburgo con le musiche di un certo Pëtr Il’ič Čajkovskij. Il 18 dicembre di quell’anno c’è la prima (l’eroina dall’iniziale Clara passerà a Masha).
Dunque ricapitolando: 1816, 1845, 1892. I Tre Schiaccianoci.
Uno dei padri dell’horror moderno adorato, e stracitato, da Sigmund Freud di nome E.T. A. Hoffmann + fiaba meno spaventosa di Alexandre Dumas padre + balletto diventato leggendario di Petipa & Čajkovskij.
Chi manca all’appello?

Disney

Che elegante stranezza questa versione cinematografica Disney con la sobria gentilezza di Hallström e l’energica CGI di Johnston. C’è stato qualche problema produttivo? Volevano Narnia o Frozen e si sono trovati di fronte un più esistenzialista La Mia Vita In Quattro Regni da parte del regista de La Mia Vita A Quattro Zampe? Sappiamo che c’è stato un massiccio reshooting da parte dell’allievo lucasiano Johnston dopo che lo svedese hollywoodiano Hallström aveva consegnato il suo film. Il risultato è bizzarro, squilibrato e peculiare. Che meraviglia la fotografia realistico-fantastica del premio Oscar Linus Sandgren con questa sgargiante naturalezza con cui la luce colpisce le forme fantasmagoriche dei regni incantati dove la corrucciata Clara di Mackenzie Foy (fresca come la giovinezza e turbata come la maturità) viaggia con il buffissimo Capitano Phillip Hoffman di un ligio al dovere ma imbambolato come un rookie della guerra Jayden Fowora-Knight (stupendo quasi esordio per lui). E’ difficile non far cariare gli occhi, come succede invece ne La Bella e La Bestia di Condon, quando si tira fuori l’armamentario della fiaba al femminile con neve, fiori, boschi, palazzi dalle guglie aguzze, ricevimenti, balli, vestiti da sera, carillon, argenterie, buone maniere e arzigogolate capigliature. L’idea è stata: facciamo il fantasy come se fosse reale e secolarizzato con meno unghie sporche della Terra Di Mezzo di Jackson ma con quello stesso approccio lì senza esagerare in scenografie fastidiosamente dolciastre e ipertrofiche che schiacciano tutto il resto come in tanti, purtroppo, ultimi film di Tim Burton. E allora eccolo il fantasy umano, sobrio e dunque svedese di Hallström & Sandgren in cui Helen Mirren appare con le rughe in evidenza senza vergognarsene e Keira Knightley tira fuori una prova pazzesca che potrebbe essere il turning point di una carriera per troppi anni in attesa di una rivoluzione.

Conclusioni

Gli uomini in questo sofisticato Schiaccianoci sono passivi e subordinati alla potenza del femminile. Un padre catatonico (Matthew Macfadyen), un godfather più appariscente che presente nell’azione (Morgan Freeman), due sovrani preoccupati con mezze star sotto il make up ma irriconoscibili (il passionale messicano Eugenio Derbez + il glaciale inglese Richard E. Grant) e il soldatino impettito ma sotto sotto terrorizzato e impreparato alla situazione che sta affrontando con Clara dell’adorabile Fowora-Knight non black panther ma più black kitten.
Stupendi, e pieni di personalità, i due animali protagonisti in CGI ovvero la regale civettona che tutto placidamente osserva dall’alto con il suo sguardo di intelligente saggezza e il bellicoso topolastro che sulla terra combatte e agita il pugnetto della zampa prima in un modo e poi nell’altro (forse è il personaggio più indimenticabile di tutto il film).
Conosciamo i nostri amici della stampa anglosassone. Quando un prodotto non appare “dritto”, uscendo soprattutto da una factory ormai imperiale e imperialista come Disney, loro segnano con la penna rossa mettendo un bel 4 come voto finale. Già stanno fioccando le prime, scontate, stroncature di un film che con la stessa eleganza con cui racconta un’avventura più interiore che esteriore cita il mitico balletto di Petipa & Čajkovskij in una scena in cui omaggia, con grande classe, anche Fantasia (1940).
Per noi europei, da cui Lo Schiaccianoci proviene nelle tre versioni ottocentesche, questo film è invece uno sfizio dannatamente affascinante.