Padri

Non sappiamo in fondo mai molto di loro in un film di Debra Granik.

In Un Gelido Inverno si chiamava Jessup, faceva le anfetamine, era stato sempre leale nei confronti del boss locale Thump Milton fino a che, dopo l’ultimo arresto, non aveva deciso di diventare un informatore della polizia. La figlia lo avrebbe cercato nei boschi aridi dell’altopiano Ozark fino al momento in cui lo avrebbe trovato cadavere in fondo a uno stagno melmoso. Gli avrebbe stretto la mano morta aspettando piangendo che qualcuno gliela segasse via dal corpo gonfio d’acqua per permetterle di portarla alla polizia come prova della sua morte. Si chiama Will il genitore di Senza Lasciare Traccia. È un reduce di guerra proveniente dall’Iraq (nell’esercito voleva arruolarsi la figlia di Jessup in Un Gelido Inverno), lavorava in una fattoria con la moglie ora defunta (la consorte di Jessup era viva ma in stato catatonico) e ora non sopporta il contatto con altre persone. Tiene stretta la mano della figlia e si sposta con lei tra i boschi rigogliosi e umidi dei parchi naturali dell’Oregon (in Un Gelido Inverno la selva era arida e squallida). Di lui sappiamo qualcosa di più grazie alla scena più bella del film della Granik, quando quest’omino perfettamente interpretato da Ben Foster, misantropo ma con bonarietà, risponde solo soletto, dopo che l’hanno costretto a vivere in una comunità, alle domande di un test psicologico in cui deve pronunciare le parole “vero” o “falso” rispetto a una sfilza di quesiti.
È solo l’inizio della 435 domande complessive con 3 secondi di tempo per dare la risposta prima che un beep faccia avanzare il test. La scena dura a malapena 60 secondi.
1) Si sveglia rilassato nella maggior parte delle mattine: “vero”, risponde senza esitazioni 2) Ama leggere gli articoli di cronaca nera: “falso”, sempre piuttosto veloce e tranquillo 3) La vita di tutti i giorni è piena di cose che lo interessano: “vero”, dopo un secondo 4) Ha degli incubi o dei sogni spaventosi: non risponde e arriva il beep 5) Pensa a delle cose che sono troppo brutte da dire: scena muta e secondo beep dopo che lo vediamo lanciare un’occhiata verso la direzione verso cui è uscito lo psicologo 6) Le cose non stanno andando come i profeti dicevano: “falso” ma in ritardo e praticamente sul beep 7) È come se nessuno mi capisse: “falso” e quasi lo urla al secondo 2.
È solo un minuto di film ma Ben Foster meriterebbe la nomination all’Oscar solo per questa scena per come ci fa capire quanto la vita nei boschi gli permetta di rimanere sereno (1 e 2), nonostante la presenza dei traumi (4 e 5), senza un credo religioso granitico che faccia di lui un fanatico (6) e con al fianco una persona in grado di confortarlo (7; si riferisce chiaramente alla figlia Tom che nel libro da cui è tratto il film è una più femminile Caroline).

Figlia

Will (nel testo originario di Peter Rock è definito solo Padre) è un ausiliare del verbo essere legato al tempo futuro oppure un sostantivo che significa “volontà”, “piacere”, “testamento”. Nel suo futuro Will non vuole vivere in comunità. Nemmeno in una gestita da simpatici campeggiatori come quella in cui si imbatte con la figlia Tom verso la fine del film dopo aver rischiato di morire. Non ha paura Will. È certo, per non dire tetragono, circa le proprie  convinzioni. La sua gentilezza quasi affettata (ringrazia sempre ma non parla mai) nei confronti di chi gli offe un passaggio con l’autostop o riparo o cibo è sempre la prova più lampante che non ci sia possibilità alcuna per lui di resistere a una se pur minima convivenza sociale. La figlia Tom, invece, non ne può più. Ha imparato a leggere grazie al padre e secondo una psicologa è “più avanti rispetto alla sua età” nonostante non abbia frequentato mai alcuna scuola già a ben 13 anni suonati. Ma la scuola non serve all’intelligenza (anzi… il film da questo punto di vista è quasi irriverente) bensì alla socializzazione, cosa di cui Tom ha estremo bisogno non perché glielo impongano gli altri ma perché lo vuole proprio lei con tutte le sue forze. Ecco perché era tanto contenta di accarezzare i conigli insieme ad altri ragazzini (a quelle esercitazioni lei è più incuriosita dagli esseri umani che non vede mai piuttosto che da quegli animali eccentrici) quando con il papà ha vissuto per qualche giorno in mezzo ai suoi simili.

Conclusioni

Ancora scritto in compagnia della fidata Anne Rosellini, ancora con una giovane protagonista (ma la neozelandese  Thomasin McKenzie è disperata e rarefatta laddove Jennifer Lawrence sembrava cocciuta e statuaria) e ancora con la veterana Dale Dickey in un ruolo da spalla dopo quella prova incisiva in Un Gelido Inverno come leader della banda di donne del gangster Thump Milton. Sarebbe curioso capire l’origine della fissazione di Debra Granik per il bosco e, in una chiave cinematografica che la colloca non lontana rispetto alla nostra Alice Rohrwacher, per quel tipo di racconto cinematografico che isola i suoi eroi dentro un contesto naturale impermeabile rispetto al cemento che lo circonda. Non si usciva quasi mai dalle catapecchie nei brutti boschi del Missouri in Un Gelido Inverno e idem in Senza Lasciare Traccia dove il padre c’è ma è come se non ci fosse realmente.
Quindi un altro tema che un giorno vorremmo discutere con la Granik è anche la disconnessione traumatica tra le figlie protagoniste dei suoi film e questi misteriosi maschi che le hanno generate per poi, chi in un modo chi in un altro, lasciarle sole al loro destino.