Conosciuto

E dire che era nato come surrealista che non incassava. Poi Paolo Genovese, arrivato nel 2016 con Perfetti Sconosciuti al decimo film in filmografia ma solo settimo da solista dopo la separazione da Luca Miniero, fece bingo. Non che prima fosse stato alfiere di un cinema di nicchia. La magia dell’high concept movie e il fascino del divismo lo avevano sempre convinto. Eccolo shooter adattarsi a fare il direttore d’orchestra nel 2010 per Aldo, Giovanni e Giacomo in un momento in cui il trio stava entrando nella terza età (La Banda Dei Babbi Natale). Il risultato fu più che soddisfacente. L’anno dopo avrebbe iniziato a lavorare alla formula Perfetti Sconosciuti con Immaturi ovvero prendere un cast largo di attori pop e inserirlo dentro una if comedy però realista (e se il nostro esame di maturità non fosse mai stato ratificato?) che sarebbe entrata in connessione con alcune delle paure più inconsce e, da bravo surrealista, radicate nelle attività oniriche di tutti (chi non ha mai sognato di dover rifare quell’esame?). Ma Immaturi era anche tremendamente… infantile e puerilmente incantatore con il suo gruppo di trentenni amiconi italiani tutti belli, ricchi (anche i poveri) e rilassati quando il paese in quel 2011, e soprattutto quella generazione di protagonisti, stava soffrendo le pene dell’inferno tra crisi economica e agghiacciante scenario politico. Ma l’evasione immatura dalla realtà funzionò a tal punto da generare un sequel greco nel 2012 (sembravano tutti felici e contenti anche da quelle parti mentre la Grecia era in atroce bancarotta) e poi anche una serie tv tedesca nel 2017 e italiana nel 2018. Genovese ci piace anche quando non ci piace perché è cineasta reattivo, spiritoso, riflessivo e di mondo. Prima che fosse lui oggetto di remake ne fece uno (Una Famiglia Perfetta) dove cominciò a sperimentare la perfidia di un finto idillio messo in scena come spettacolo truffaldino (stava facendo autocritica?). Poi diventò letterario, scrisse un romanzo e abbracciò una complessità meno immatura, anche grazie all’influenza di una sensibilità femminile sui generis come quella di Paola Mammini, con Tutta Colpa Di Freud. Poi partì di nuovo la schicchera verso il favolismo meridionalista con Sei Mai Stata Sulla Luna? Infine… arrivò il capolavoro.

Perfetto

Non è una commedia. Non è un dramma. È un thriller. Una macchina da guerra di 97 minuti in cui la definizione cinematografica del genere preferito da Hitchcock calza a pennello perché è thriller, e non per forza poliziesco o giallo, qualsiasi prodotto audiovisivo in cui il creatore manipoli lo spettatore facendogli provare ansia e tensione in relazione al destino sullo schermo di creature nei confronti delle quali precedentemente si è stabilito un rapporto di tipo empatico. Genovese e la sua squadra di complici Paolo Costella, Paola Mammini, Filippo Bologna (ora in sala con l’esordio alla regia Cosa Fai A Capodanno?) e Rolando Ravello radunano un gruppo di amici a cena e giocano con gli equivoci e i tradimenti giocosi di Feydeau mischiati al lento ma inesorabile destino tragico dei protagonisti di Čechov. Ci sono puri archetipi attorno a quel tavolo: il traditore (Leo), il responsabile (Giallini), il mammone (Mastandrea), l’alternativa (Rohrwacher), la regina (Smutniak), la velleitaria (Foglietta), il nascosto (Battiston). Si tirano in ballo il rapporto con i figli, il calo del desiderio sessuale (ma quanto è geniale non legarlo ai tradimenti di Leo come motivazione), i problemi a lavoro, l’amicizia diventata competizione, i nostri genitori che invecchiano, l’omofobia. Abbiamo paura quando loro hanno paura. “Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari” diceva Čechov che infatti mise in pratica la teoria per il finale di Ivanov stranamente simile a Il Braccio Violento Della Legge di Friedkin. In Perfetti Sconosciuti cos’è la pistola? Il cellulare. Strumento di morte il cui sparo è una suoneria che ci agita più dello scatto del grilletto di un revolver. Si parte da un gioco (è la regina a proporlo con aggressività) e si finisce con un massacro (rendere pubblici tutti i messaggi e chiamate che si ricevono al cellulare durante quella serata tra amici rivelando vite segrete e bugie). Manca un invitato a tavola: è lo spettatore. Genovese vuole che siamo così dentro la storia da non optare per un finale lampante in cui tutto crolla (così, dice, lo spettatore si distacca e pensa che il dolore sia lontano da lui, solo sullo schermo; abbiamo “litigato” sull’argomento sia per iscritto che in video) bensì, con uno stacco al montaggio che grida vendetta per quanto è violentemente avulso dalla concatenazione degli eventi (vedremo Rohrwacher abbracciare Leo uscendo dal palazzo), fa finire la cena come se magicamente non fosse successo niente e quel gioco con i cellulari non si fosse mai fatto. Improvvisamente il suo intento si fa più sociologico che drammaturgico come fosse un fustigatore di costumi: Battiston, avvertito dal suo congegno, si fermerà ligio al dovere per fare la ginnastica programmata dal cellulare sempre in quella realtà alternativa in cui la verità dei rapporti non è squillata davanti agli occhi degli amici. Alex De La Iglesia non vuole uscire dalla casa, non è interessato a chiudere sul nostro schiavismo da smartphone e sente che per quel finale magico alternativo al massacro consequenziale così precisamente voluto da Genovese… manca proprio la magia. Ecco allora una bufera incantata dettata dall’eclissi lunare degna di una vera e propria if comedy hollywoodiana dopo che, in omaggio a Donne Sull’Orlo Di Una Crisi Di Nervi di Almodóvar, la regina ha gettato la pistola-cellulare per strada e, quando tornerà dentro una casa tornata indietro nel tempo, sarà l’unica del racconto a ricordarsi quello che era successo nella realtà precedente al tornado, tenendoselo per sé e, soprattutto, sfruttando il lancio del telefonino per accettare l’impossibilità di quel gioco che come in surreale loop temporale… qualcuno degli amici sta già proponendo tutto felice.

Conclusioni

Era una vita che un film italiano non penetrava così tanto tra il pubblico… italiano. Chi lo odiava, chi lo adorava, chi lo vedeva e rivedeva, chi ti afferrava per strada e ti chiedeva se l’avevi per caso visto. Perfetti Sconosciuti aveva rimesso un’esperienza cinematografica al centro delle nostre vite. Andare a vedere un film come strumento per ridere, riflettere o terrorizzarci di quell’immagine più grande di noi che parlava… di noi tra noi. Questo è il cinema. Quanto manca alla sua fine? Ma quello che ci esaltò forse più di tutto del film di Genovese, oltre ai quasi 20 milioni di euro incassati e al giustissimo Miglior Film ai David, fu la sua modernità borghese. Non eravamo più solo il paese dei carretti siciliani, della decadenza felliniana o del gangsterismo gomorriano ma anche una cinematografia in grado di esportare nel mondo una sapienza thriller su uno strumento ormai comune a tutti, in Occidente e non. Cominciò la Grecia (Teleioi Xenoi a fine 2016), poi la Spagna del grande De La Iglesia (Perfectos Desconocidos, Natale 2017), la Turchia prodotta da Ferzan Ozpetek con esordio alla regia di Serra Ylmaz (Cebimdeki Yabanci, inizio 2018), la Francia finanziata dai nostri Valsecchi e Nesbitt (Le Jeu, uscito giusto un mese fa) e la Corea Del Sud (Wanbyeokhan Tain, da circa due settimane in sala).
Gli Stati Uniti mancano all’appello perché il remake lo voleva fare Harvey Weinstein e… diciamo che c’è stato qualche problema nel portarlo a compimento.
Aspettando che Hollywood arrivi anche lei ci chiediamo come sono andati o stiano procedendo questi rifacimenti di un nostro orgoglioso prodotto nazionale capace, come neanche Darò Un Milione (1935) di Camerini o I Soliti Ignoti (1958) firmato da Monicelli, di generare riadattamenti internazionali più o meno ufficiali.
Qui è tutto alla luce del sole e si va da Ponente (Usa) a Levante (Corea Del Sud o addirittura Cina visto che chiesero allo stesso Genovese di dirigere la versione ambientata a Pechino).
I risultati sono ottimi (in Spagna il film di De La Iglesia ha quasi pareggiato gli oltre 25 milioni di dollari di Star Wars – Gli Ultimi Jedi) per non dire eccezionali (12 milioni di dollari in Corea Del Sud in soli 15 giorni; 8,5 milioni in Francia).
Se l’originale Perfetti Sconosciuti diretto da Paolo Genovese è già arrivato a 31 milioni di dollari worldwide (poco più di 27 milioni di euro) che cifra possiamo raggiungere sommando tutti i box office definitivi dei suoi “doppi” stranieri? E dire che era partito come surrealista che non incassava ma faceva simpatia in coppia con Miniero.
Dopo il thriller Perfetti Sconosciuti, ha diretto l’horror The Place (da serie tv americana) e ancora una volta siamo rimasti ammirati di come il sogno immaturo della filmografia di un tempo si sia trasformato sempre di più nell’incubo di un presente degno di Black Mirror. The Place è un film che fa veramente paura.
Prossima tappa: Il Primo Giorno Della Mia Vita.
Il primo film newyorchese del nostro amato Genovese in cui, pare, tornerà la speranza.
Non vediamo l’ora di vederlo.

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