È sulle pagine di Entertainment Weekly che Kevin Feige, presidente dei Marvel Studios, ha scritto un tributo nei confronti di Stan Lee a quasi due settimane dalla morte della leggenda Marvel.

Ve lo riportiamo tradotto qui sotto:

Avrete sentito la leggenda, che in realtà penso sia vera, di quando Stan Lee era un giovane sceneggiatore della Marvel Comics e, stufo di fare sempre le stesse cose, venne incoraggiato dalla moglie Joan a scrivere il tipo di storie che per primo desiderava leggere.

Ecco come nacquero i Fantastici Quattro. E poi Hulk, Spider-Man. Poi Iron Man, gli X-Men e tutto il resto. Realizzò, nel mezzo della sua straordinaria corsa degli anni sessanta, che la gente stava rispondendo a ciò che a stava creando nello stesso modo in cui lui rispondeva da piccolo alla mitologia che leggeva. E così pensò: “Aspetta un minuto, fammi trasformare uno di quei personaggi in un eroe.” E così nacquero Thor, Loki e Hela.

Stan era un cheerleader carismatico ed eloquente dei suoi personaggi e dei fumetti in generale. Era anche un narratore molto progressivo: correva dei rischi, scriveva di ciò in cui credeva.

È nota la citazione di uno dei suoi vecchi “Stan’s Soapbox” riguardo a come “una storia senza un messaggio è come un uomo senza un’anima”. È vero, ed è chiaro in ogni storia che ha scritto.

Ciò che Ryan Coogler è stato in grado di fare con Black Panther non sarebbe mai stato possibile se non l’avessero fatto prima Stan Lee e Jack Kirby, correndo il rischio di inserire un personaggio africano (nemmeno afro-americano, ma africano) nelle loro storie, un personaggio molto più intelligente, ricco e tecnologicamente avanzato di ogni altro eroe. Questo nel picco del movimento dei diritti civili, una cosa per me incredibile. Aveva davvero un buon cuore.

Era ottimista, credeva nelle qualità dell’umanità. Ma credeva anche nelle sue debolezze, e nel fatto che potessero essere superate.

Stan esplorava questioni e sfide intime, desiderava comprendere l’identità. Sembrerà ovvio, ma Stan Lee è riuscito a comunicare questi messaggi in maniera coinvolgente e intrattenendo, catturando sempre l’attenzione del pubblico.

Alcune delle sue lezioni sono rimaste taciute. Non arrivava sul set leggendo lo script e supervisionando il montaggio: arrivava, faceva un cammeo che entusiasmava tutti, e lasciava che il suo lavoro parlasse da solo.

Quando interagivo con lui era sempre simpatico, anche in quella che è stata l’ultima conversazione tra noi, due settimane prima della sua morte. Andai a casa sua per incontrarlo, abbiamo parlato dei suoi vecchi cammeo e di quelli futuri: pensava sempre al futuro.

Sapeva che stava per scadere il tempo a sua disposizione? Non saprei. Col senno di poi, mi è sembrato leggermente più malinconico che in passato. Parlava del passato più del solito, quindi forse per certi versi lo sapeva.

Quando l’ho fatto accomodare sulla sua poltrona nel nostro ultimo incontro, l’ultimissima cosa che mi ha detto è stata: “So che vorresti che fossi protagonista di uno dei prossimi film, ma devo limitarmi ai cammeo. Dovrai lasciare i ruoli da protagonisti agli altri attori. Mi dispiace.”

Avrebbe fatto di tutto per continuare a venire sui set. Ma quello che cercava di fare era inserire più battute. Scherzava sempre (ma in realtà era serio!) che voleva più battute, anche se capiva il motivo per cui non potevamo. Ci mancava solo che facesse finire in secondo piano l’eroe! Era proprio il tipo di cosa che poteva fare un personaggio come Stan Lee.

Ricordiamo che l’unico cammeo davvero confermato, finora, è quello in Avengers: Infinity War.

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