Negli anni ‘80 l’animazione classica era morta mentre quella moderna era in crisi profonda. Crisi di creatività che come spesso accade è una crisi di produzione, cioè nessuno aveva voglia di investire nell’animazione con nuovi talenti, nuove tecniche e gli sceneggiatori migliori per via di una serie di insuccessi e l’emergere in contemporanea della prepotente new wave nipponica di animazione adulta e clamorosa. Il pubblico non andava a vedere i film e i film non invogliavano il pubblico.

Nel 1981 un lungometraggio ambizioso che unisse live action e cartoni in modo nuovo sembrava quindi una buona idea alla Disney. L’impresa si era già vista in Mary Poppins ma l’idea di adattare il romanzo Who Censored Roger Rabbit? prevedeva di andare un po’ più in là e creare qualcosa di unico e gigante. Così gigante che non si riuscì a farlo nella sua prima versione (con Paul Reubens, cioè Pee Wee Herman, come doppiatore e curiosamente una candidatura di Zemeckis per la regia, scartata perché all’epoca aveva solo insuccessi in curriculum). Ci volle un nuovo presidente alla Disney nel 1985 (Michael Eisner) e un nuovo capo del dipartimento animazione (Jeffrey Katzenberg) per riportare lo script in produzione associandosi con l’uomo che a Hollywood poteva tutto: Steven Spielberg. Loro sono stati i tre poli che hanno reso possibile il film: il denaro, l’abilità politica e la creatività.

 

 

Se Chi Ha Incastrato Roger Rabbit esiste nella forma che conosciamo è sostanzialmente grazie a Spielberg. Lui ha scelto Zemeckis, forte di Ritorno al Futuro (da che il progetto era stato offerto a Terry Gilliam che aveva rifiutato per pura pigrizia, perché gli sembrava troppo difficile), lui ha convinto tutti gli altri studi di animazione a concedere i loro personaggi (i quali accettarono solo per lavorare con Spielberg) e il suo nome e il suo prestigio hanno impedito la chiusura della produzione quando il budget aveva superato ogni previsione. Lui infine ha scelto Richard Williams, uno dei più grandi geni non riconosciuti dell’animazione mondiale, per dirigere la parte animata del film.
Nessuno voleva indispettire Spielberg, tutti volevano lavorare con lui, tutti erano convinti che un film prodotto da Spielberg non poteva fallire. E non fallì.

Visto oggi Roger Rabbit è stato il film Disney che ha sdoganato i diversi livelli di lettura. Non solo ha di fatto rimesso l’attenzione sull’animazione, riportato gli investimenti in quel settore e quindi aperto la strada al rinascimento Disney degli anni ‘90 (di cui Katzenberg è una pedina fondamentale) ma è anche stato l’antesignano del tono-Pixar, l’idea cioè che tramite un prodotto per famiglie si possa parlare a tutti in modi diversi. Senza contare che nella prima scena, il corto con Roger Rabbit e Baby Herman, fa la sua prima comparsa l’animazione in computer grafica.
Eppure nessuno, ancora oggi, ha eguagliato il gusto di Chi Ha Incastrato Roger Rabbit per l’eccesso, per l’esplorazione in una storia per ragazzi di dinamiche sessuali con dei non-detti clamorosi, la sua terribile componente spaventosa e il tono disperato da noir. Grazie a Richard Williams, il film finito sembrava così poco per bambini che la Disney non ci volle mettere il marchio e lo distribuì tramite la sua costola, la Touchstone Pictures.

Chi Ha Incastrato Roger Rabbit è davvero come Baby Herman: infantile fuori, adulto dentro.

 

 

Prendendo spunto da Chinatown, in cui l’intreccio di potere porta allo svelamento di un piano di sfruttamento criminale dell’impianto idrico, la storia è una che intreccia corporation e speculazione per la nascita della Los Angeles che conosciamo. Ed era una storia vera! Per davvero le compagnie di automobili avevano boicottato quelle ferroviarie per far costruire le autostrade là dove c’erano i binari, il tutto smantellando diversi quartieri popolati da minoranze etniche. Il film ha solo sostituito le minoranze con i cartoni, che comunque sono trattati come reietti. I cartoni sono pedine fondamentali del successo di Los Angeles (che campa sull’industria dell’intrattenimento) eppure cittadini di serie B, relegati in un ghetto, cacciati e genericamente odiati o incolpati di qualsiasi cosa.

 

 

Per arrivare a questo Eisner aveva previsto 30 milioni di dollari, il budget più alto di sempre per un cartone animato, ma alla fine si arrivò circa a 58 milioni (alcune voci dicono 70 ma non è mai stato confermato), il film più costoso mai realizzato fino a quel momento (battuto poi da Terminator 2), con relativi rischi di chiusura di tutta la baracca. Spielberg dovette lavorare di vasellina e fare da paciere assieme a Katzenberg il quale, per salvare il film, ebbe la geniale idea di farlo passare ad Eisner come una grande sperimentazione per il futuro: unire live action e cartoni avrebbe salvato la Disney!
Eisner di fronte alla propaganda di Katzenberg e la sua visione totalmente artificiale di un futuro radioso per la compagnia e la produzione non fu interrotta.

 

 

Proprio per ragioni economiche però non furono presi Harrison Ford e Eddie Murphy nel ruolo principale ma Bob Hoskins (prima del quale era stato contattato anche Bill Murray che notoriamente non ha agente e si può contattare solo tramite la sua segreteria telefonica, ma in quel caso sostiene di non aver sentito il messaggio), come non fu preso Tim Curry per il ruolo che poi è andato a Christopher Lloyd perché giudicato davvero troppo spaventoso. Tutto il giudice Morton in generale ha subito tagli per ragioni economiche. Doveva avere sempre un avvoltoio sulla spalla e fu tagliato, troppo lungo e complesso da disegnare. Doveva girare con dei mini canguri in una valigetta che funzionavano da giuria ma le loro scene furono tagliate. E con un’idea geniale anch’essa tagliata doveva essere stato lui il cacciatore che fuoricampo uccide la madre di Bambi (quella sì una scena da morire dal ridere). L’unica grande idea rimasta era la più economica: Zemeckis suggerì a Lloyd di non sbattere mai le palpebre per dare al personaggio un’aria ancora più minacciosa.

 

Betsy Brantley, controfigura per le scene dal vero di Jessica Rabbit

 

Grande artefice del tono molto poco infantile del film è tuttavia Richard Williams.
Genio vero dell’animazione canadese, lontani anni luce dai radar Disney (che lui non tollerava), indipendente nell’animo, guerriero delle matite e dei fogli all’epoca già all’opera su un progetto dalle dimensioni senza senso, fu contattato dalla Amblin e gli fu promesso che se avesse collaborato a Roger Rabbit loro l’avrebbero aiutato a vendere alla Disney la sua follia: The Thief And The Cobbler (che ha una storia ancora più gigante di quella di Roger Rabbit, durata quasi 30 anni che merita un articolo a sé lungo il doppio di questo).
Williams ha fatto l’impossibile, piegando la Disney al gusto cinico e nero di un animatore indipendente. Ha ideato il design di Roger Rabbit unendo il volto dei personaggi dei Looney Tunes con il busto tipico di quelli Disney, una salopette come Pippo, i guanti di Topolino e il farfallino di Porky Pig. Così che tutti fossero contenti.

 

 

Per lui Chi Ha Incastrato Roger Rabbit doveva essere la summa del mondo dell’animazione classica e non solo di Disney, doveva avere lo humor pazzesco di Tex Avery e le sue allusioni, così per Jessica Rabbit si ispirò alla protagonista del suo Red Riding Hood, con in più un tocco noir da Veronica Lake e Rita Hayworth con gli occhi a mezz’asta di Lauren Bacall per renderla un ponte credibile tra i cartoni e il genere della parti dal vero.

 

 

Attorno a questi due cartoni se ne muovono molti altri inventati per l’occasione e circa 140 già esistenti per i quali i diritti furono chiesti alla Warner Bros. in primis (i più duri, concessero 19 personaggi a patto che Bugs Bunny e Daffy Duck avessero lo stesso identico minutaggio di Topolino e Paperino, una bestemmia per Disney che però si sarebbe buttata nel fuoco per Spielberg), MGM, Paramount Pictures/Fleischer Studios, Universal Studios, 20th Century Fox, King Features Syndicate e Al Capp. Molti altri, tra cui Superman, Tom e Jerry e Braccio di Ferro, invece non ce la fecero, dovevano essere parte del grande funerale di R. K. Maroon, tagliatissimo.

 

 

Ovviamente lo sforzo più clamoroso di tutti e ciò che gonfiò il budget fu quello di unire animazione e attori in carne ed ossa in un film in cui la macchina da presa si muove di continuo. Per farlo furono usati dei sistemi di motion control applicati alle macchine da presa, così che gli animatori avessero i dati precisi dei movimenti di macchina e potessero disegnare i personaggi di conseguenza, mentre la Industrial Light And Magic (perché là dove c’è innovazione…) inventò un sistema a tre strati di illuminazione, tutto rigorosamente non computerizzato s’intende, per dare diversi tipi di luce ai personaggi animati esattamente come a quelli reali, così da fornire l’illusione della tridimensionalità.

 

 

Paradossalmente le parti a Cartoonia furono quelle relativamente più semplici, perché lì è Bob Hoskins ad essere aggiunto ad un mondo animato con il classico bluescreen, erano semmai quelle a Los Angeles l’inferno di aggiunte e compositing manuale!

Anche per questo all’epoca Chi Ha Incastrato Roger Rabbit aveva i titoli di coda più lunghi di sempre: 10 minuti per 800 nomi.

Alla fine fu il secondo incasso dell’annata dietro a Rain Man, un successo non intaccato dal tempo e l’inizio dell’era moderna dell’animazione. Da lì rinasce la Disney e prende il via la Pixar (che già esisteva ma beneficiò del ritorno di fiamma dell’animazione), da lì nasce la convinzione che il pubblico fosse pronto a storie pensate per bambini e ragazzi ma contenenti suggestioni, allusioni e secondi livelli di lettura per adulti.