Jonathan rappresenta l’esordio nel mondo dei lungometraggi di Bill Oliver, regista che si è fatto notare a livello internazionale grazie al corto The Wrong Son, seguito da The Debutante e da vari spettacoli teatrali. Il film, presentato in anteprima al Trieste Science+Fiction Festival ha come protagonista Ansel Elgort, star di Baby Driver, in un doppio ruolo (qui potete leggere la nostra recensione).
In questa intervista Oliver ci parla della genesi del progetto e rivale qualche curiosità sulla sua realizzazione e sui progetti futuri a cui sta lavorando.

Durante l’incontro con il pubblico, al termine della presentazione del film qui a Trieste, hai svelato che inizialmente la storia era leggermente diversa, in che modo si è evoluta rispetto all’idea iniziale?
All’inizio stavamo cercando di raccontare la storia dalla prospettiva di entrambi i “fratelli”, sullo schermo si sarebbero visti entrambi. L’idea si è però dimostrata piuttosto complessa e difficile da realizzare in quel modo e inoltre ho deciso, piuttosto presto nelle fasi del progetto, che sarebbe stato più interessante seguire solo Jonathan, mettendo gli spettatori nella sua stessa situazione, non avendo idea di quanto accaduto nelle altre dodici ore, trasmettendo meglio l’idea di non avere il totale controllo. Abbiamo quindi deciso di lasciare solo un punto di vista.

Come avete ottenuto un cast così importante? Sono stati tutti coinvolti fin dall’inizio o ci sono state delle modifiche tra gli interpreti?
Siamo stati davvero fortunati perché abbiamo scelto Ansel Elgort quando aveva appena finito di girare Baby Driver, non era ancora così quotato a livello internazionale quanto lo è ora che quel film è stato distribuito nelle sale. Era disponibile e alla ricerca di un progetto interessante. Lo script è finito nelle sue mani attraverso la sua agenzia, quindi sono stati loro a proporci il suo nome insieme a quello di altri attori di cui si occupano. Io lo conoscevo grazie ad altri film che aveva girato come Colpa delle stelle, poi ho guardato altre sue interpretazioni e mi sono reso conto che era davvero un ottimo attore. In Colpa delle stelle ho riconosciuto un po’ la personalità di John: estroverso e affascinante, ma volevo capire se aveva anche un lato maggiormente introverso e tranquillo e l’ho notato in altri suoi progetti. Sapevo quindi che aveva la capacità di interpretare il doppio ruolo. Ci siamo incontrati a pranzo, abbiamo parlato dello script e del progetto. Siamo subito andati d’accordo, gli ho proposto la parte e lui l’ha accettata. Abbiamo poi mandato la sceneggiatura a Patricia Clarkson, le è piaciuta e conosceva poco Ansel tuttavia voleva lavorare con lui, quindi è stato facile ottenere il suo coinvolgimento. Suki Waterhouse ha invece fatto l’audizione, mentre Matt Bomer è amico di uno dei produttori esecutivi quindi ha ottenuto lo script e ha voluto far parte del progetto.

Come hai lavorato con Ansel prima di iniziare le riprese?
Non abbiamo avuto molto tempo per fare delle prove, tuttavia viviamo entrambi a Brooklyn quindi ho avuto occasione di andare nel suo appartamento per leggere il copione con lui e parlarne prima di iniziare le riprese, per capire anche se avesse delle domande o dei dubbi. Non volevo interferire o controllare troppo il suo processo creativo nel prepararsi, ma volevo si sentisse sicuro e si fidasse di me in vista delle riprese. Lo stesso è accaduto con Patricia: hanno trascorso del tempo insieme perché i personaggi, pur non essendo molto presenti sullo schermo insieme, si conoscono da molti anni e volevo venisse trasmesso quel feeling, quella familiarità. Hanno trascorso del tempo insieme, non solo provando, ma semplicemente conoscendosi come persone. Suki è arrivata davvero in prossimità delle riprese, non c’era tempo per provare con lei.

Sul set, invece, come è stato il lavoro?
Non abbiamo girato le scene in ordine cronologico, a parte i momenti in cui è all’interno dell’appartamento. La storia per Ansel è piuttosto complessa da gestire perché è in ogni scena, quindi ho cercato in ogni momento di aiutarlo a capire in che punto della storia eravamo.

La reale importanza della dottoressa interpretata da Patricia Clarkson viene svelata solo nel corso del film. Come avete gestito questo elemento durante la fase di stesura della sceneggiatura?
Una parte della scelta di raccontare la storia solo dal punto di vista di Jonathan era legata all’idea di mantenere un po’ di mistero riguardante il suo personaggio perché non potevamo vederla sul lavoro o mentre parla con il marito. Appare solo nelle scene in cui interagisce con Jonathan, quindi non sappiamo realmente cosa stia pensando. L’idea di spezzare il punto di vista del protagonista del film e scoprire qualcosa in più su di lei ci ha tentato, ma poi abbiamo deciso di rimanere fedeli all’unica prospettiva e sapere quello che la riguarda solo in base a ciò che conosce Jonathan.

La fotografia del film diventa davvero importante e valorizza molto bene le due realtà in cui vivono i protagonisti. Come avete lavorato sugli aspetti cromatici e sui contrasti?
Jonathan esiste solo durante il giorno e per questo abbiamo cercato di avere quanto più possibile una luce naturale anche quando si sposta, scegliendo dei mezzi di trasporto sopraelevati. Il direttore della fotografia, Zach Kuperstein, ha compiuto un lavoro fantastico e abbiamo girato in formato anamorfico, abbiamo voluto creare delle immagini molto cinematografiche e con poco uso della camera a mano. È stato molto preciso nel suo lavoro sul set e abbiamo pianificato ogni dettaglio. Le scene con John ambientate di notte, invece, sono state girate con una mini videocamera. Ci sono pochissimi ritocchi in digitale al film.

Hai studiato antropologia e lavorato a teatro, queste esperienze hanno influenzato il tuo approccio al film?
Il mio co-sceneggiatore è un commediografo e anche lui è a proprio agio con i monologhi lunghi e altri elementi piuttosto simili alla realtà teatrale. Le registrazioni quotidiane sono state piuttosto complicate da scrivere perché è realmente difficile ideare quelle descrizioni un po’ banali senza che risultino noiose, ma era un elemento che doveva comunque sembrare reale e non troppo costruito. Avere un’esperienza nel mondo teatrale è grandioso perché aiuta a essere a proprio agio con gli attori. Al cinema non ci sono prove, mentre a teatro è qualcosa di essenziale, trascorri moltissimo tempo con gli attori per creare le scene, semplicemente parlando con loro si riesce ad arrivare a un punto in cui si è a proprio agio nel comunicare. È un’abilità molto utile. Credo che molti registi nel mondo cinematografico siano incredibili a gestire gli aspetti visivi ma poi non riescano realmente a parlare con gli attori, io sono molto attento alle immagini e al tempo stesso so di aver bisogno di lavorare con i miei interpreti.

Il film unisce un elemento sci-fi a un approfondimento psicologico del protagonista, ti sei ispirato ad altri registi o opere per affrontare questa particolarità della storia?
Ad alcuni libri sicuramente e l’idea è stata affrontata anche da Kafka e Dostoevskij, quel tipo di esistenzialismo , mentre tra i film ho tenuto in considerazioni alcuni titoli di fantascienza, ma di tipo più emotivo, come Non lasciarmi, Ex Machina e persino Blade Runner per quanto riguarda quelle sensazioni, visto che oltre agli aspetti visivi c’è un’affascinante ed emozionante storia d’amore, alcuni lungometraggi che parlano di gemelli o dell’idea del “doppio” come Enemy con Jake Gyllenhaal o Le due sorelle di Brian De Palma, e altri titoli che affrontano l’idea di famiglia disfunzionale perché Jonathan è alle prese con una situazione simile, tra cui Beginners che ha influenzato molto l’aspetto di Jonathan e la gestione della luce, Segreti di famiglia per l’atmosfera e la malinconia… Il film che è tra i miei preferiti in assoluto e mi ha aiutato a capire come affrontare il progetto è però di Chantal Akerman e si intitola Jeanne Dielman: la protagonista è una casalinga e il lungometraggio dura oltre 3 ore durante le quali si segue la donna alle prese con le sue attività quotidiane come cucinare, pulire, cenare con il figlio, andare a fare le spese… non è mai noioso nonostante siano azioni banali perché si capisce che sta cercando di controllare la propria vita e proteggere qualcuno. Vedo delle somiglianze tra quel personaggio e Jonathan nella determinazione che li porta a rimanere fedeli a una routine e anche in quel caso si tratta di un solo punto di vista.

Per quanto riguarda la produzione, quanto è difficile riuscire a realizzare un progetto come questo, con dei nomi importanti ma comunque distante dalle logiche più commerciali del settore?
È davvero difficile! Lo abbiamo realizzzato con un budget molto ridotto e questo vuol dire avere a disposizione pochi giorni per girare, ed è questo l’elemento più duro da gestire. Lo abbiamo realizzato in soli venti giorni e volevamo che avesse un certo stile, con delle inquadrature di un certo tipo… Dovevamo però essere veloci sul set ed è stata una sfida riuscire a girare con il tempo a disposizione e rispettando lo stile che avevamo scelto. Questo vuol dire che durante le riprese si è costretti a tagliare alcune scene, dei passaggi dello script… ed è difficile farlo! Si tratta di ridurre tutto all’osso, ma per fortuna avevamo una troupe davvero professionale e nulla è andato storto. Girare a New York già di per sé è complicato perché è una città molto rumorosa!

Siete quindi rimasti fedeli allo script o Ansel ha avuto modo di improvvisare qualche passaggio?
Era tutto presente nella sceneggiatura anche se alcuni passaggi sono stati improvvisati, aggiungendo delle cose, modificando delle battute, niente di realmente importante.

Quale pensi sia il futuro del settore visto che le forme di distribuzione stanno vivendo un’evoluzione?
Penso che possa aiutare: ci sono così tanti film che vengono prodotti e al tempo stesso il numero di sale sta diminuendo, quindi è difficile ottenere una distribuzione internazionale, per ora non abbiamo accordi per l’Italia anche se in Regno Unito, Russia e altre nazioni siamo riusciti a ottenere uno spazio. I festival aiutano e sono grandiosi per conoscere altri registi, confrontarsi…

Stai già lavorando a nuovi progetti?
Sto occupandomi del mio secondo film e sta per essere girato. Ho comunque vari progetti in fase di sviluppo. Una delle sceneggiature che avevo scritto prima di Jonathan è sulla star del cinema muto Louise Brooks che è andata in Germania a girare il film Il vaso di Pandora considerato inizialmente un fallimento, e solo successivamente accolto come un capolavoro, situazione che l’ha fatta scivolare nella depressione, nell’alcolismo, a isolarsi dal resto del mondo. Il film affronterà quindi come è stata riscoperta come attrice negli anni Cinquanta. Il secondo lungometraggio su cui sto lavorando è un dramma familiare su due uomini che si sono sposati, hanno avuto un figlio e ora stanno divorziando.

Sono generi molto diversi rispetto a Jonathan
Sì, anche se amo i film di genere e sono un grande appassionato di storie sovrannaturali che ruotano su aspetti psicologici. Jonathan è comunque un dramma.

E ami anche le serie tv? Saresti interessato a lavorare per il piccolo schermo?
Ho alcune idee destinate alla televisione e mi piacerebbe dirigere qualche episodio di alcune serie tv già esistenti per prepararmi perché è necessario lavorare in modo diverso e più rapido.

Che tipo di serie tv ami seguire e ti piacerebbe dirigere?
Amo quelle più “cinematografiche” come Westworld, Stranger Things, Better Call Saul… Quelle che sono girate come film e hanno in un certo senso lo stesso ritmo. Ci sono così tanti contenuti interessanti! The Night Of poi è stato grandioso e ho scritto un ruolo in uno dei miei progetti pensando proprio a Riz Ahmed, spero di riuscire a coinvolgerlo, è un attore fantastico!