Come ogni anno diversi film del 2018 non sono usciti in Italia nel 2018 ma li vedremo più in là. Alcuni per ragioni di opportunità distributive, altri per questioni di corsa agli Oscar, altri ancora perché non sono stati proprio comprati e forse non li vedremo mai o forse arriveranno direttamente in home video/on demand.

A differenza degli altri anni stavolta i migliori film che ci devono ancora arrivare non sono un campionario di opere eccezionali, ci sono molti prodotti di medio livello e alcune curiosità da festival che difficilmente troveranno la strada per i cinema italiani ma lo stesso valgono la pena di essere visti.

10. Songwriter

La storia di come nascono le canzoni di Ed Sheeran in un documentario realizzato dal suo staff, piegatissimo all’icona della creatività, l’ispirazione bucolica e la santità di Sheeran ma anche capace di dare degli scorci di stranissima creatività cosmopolita, che parte in pigiama sul bus dopo un concerto e finisce in una villa, che si nutre del contributo di esperti, punta ad Adele, vive di nuove tecnologie e strani orari. Avere accesso alla vita e alla quotidianità di un musicista di successo mondiale dà a questo documentario una strana forma di confidenza con la creatività contemporanea, una mitologia opposta a quella della droga e degli eccessi.

9. Profile

Stranamente sono arrivati in Italia diversi film in screencasting prodotti da Timur Bekmambetov (dall’esperimento Unfriended a Searching) ma non il suo: Profile. La storia è fortissima e vera, quella di una giornalista che compie un’inchiesta sul sistema di reclutamento online dell’ISIS da casa propria, usando il computer, mascherandosi e rischiando moltissimo in proprio. Profile è un thriller fatto di telefonate skype e immagini in bassa qualità che usa tutte le applicazioni di un mac per creare un linguaggio cinematografico sul desktop.

8. Burning

Di Lee Chang Dong si guarda tutto. Sempre. Poi semmai si discute su cosa valga di più e cosa di meno. Burning, il film che aveva portato a Cannes, è particolare e non tutto riuscito ma quando imbrocca lo strano triangolo tra una ragazza e due uomini (uno ricco e uno no) corre bene e tanto. Il suo attacco tutto rimorchio e sesso casuale di giorno è fantastico, e la contrapposizione tra nuova e vecchia Corea forse un po’ didascalica, però alla fine rimane una parabola che riempie gli occhi.

7. Under The Silver Lake

Come se David Robert Mitchell fosse stato folgorato da Vizio di Forma di Paul Thomas Anderson il suo ultimo film è un viaggio allucinatissimo attraverso una Los Angeles paradossale che pare quella del cinema più che quella vera. La Los Angeles mitologica dei noir o neo-noir in cui i misteri sono collegati e potenzialmente infiniti, c’è sempre un complotto dentro il complotto appena scoperto e per l’amore disperato di una donna perduta, il protagonista inizia una ricerca che quasi subito diventa senza senso. Eppure tutto continua a tornare…

6. Tramonto

Il tramonto dell’impero austro-ungarico è un inferno non diverso dal campo di concentramento di Il Figlio di Saul, un inferno fuoricampo che viviamo sul volto della protagonista, questa volta una donna in un mondo maschile in cui al sesso femminile rimane la competizione per l’attenzione dell’uomo e rimangono i maltrattamenti. Ma forse lei è una terrorista. O forse no. Tra il negozio di cappelli una volta della sua famiglia, le feste, gli attentati, il fango, il fiume e le strade, il Tramonto corre e modifica una fase cruciale della storia per raccontare la follia umana e il caos in cui viviamo, il caos del benessere sotto al quale sopravvive l’istinto omicida.

5. In The Realm of Perfection

Filmare la perfezione del gesto tecnico del tennis sembra semplice ma tutto questo documentario spiega come non lo sia. Lo fa tramite la storia di un cineasta francese che ha filmato solo John McEnroe in ogni singolo Roland Garros a cui ha partecipato. Nulla è facile e nulla è scontato nell’analisi del gesto e quindi del movimento ripreso da una videocamera. La perfezione che cerca il film è la perfezione che cercava, in un anno molto preciso, John McEnroe, in corsa per cercare di raggiungere il traguardo di un’annata intera senza perdere nemmeno un incontro.

4. Tumbbad

A partire da storie tradizionali rielaborate dalla letteratura di paura indiana, questo film indiano visto alla Settimana della critica è una cavalcata nei vizi più semplici: avidità, cupidigia, bramosia, lussuria. Come nelle favole è didascalico e gli eventi si susseguono con un chiaro meccanismo: avere qualcosa, desiderarne di più, volere troppo, non stringere nulla. L’arco è quello di qualsiasi racconto edificante ma la maniera in cui è reso l’antro materno e malefico al tempo stesso in cui si concretizza il desiderio e quel che vi accade, il modo in cui alcuni dettagli importanti sono raccontati con solo un’inquadratura e nulla più è ammirabile e nel complesso animano un film fantastico.

3. Utoya: 22 July

Un unico pianosequenza per raccontare l’ora circa in cui gli studenti sull’isola di Utoya sono dovuti scappare, hanno dovuto nascondersi e chiedere aiuto perché assieme a loro c’era una persona armata intenzionata a compiere una strage. Prima di Greengrass c’è questo film che fa il lavoro opposto, spettacolarizza la tragedia con l’espediente clamoroso per eccellenza del cinema (l’unico pianosequenza) e restituisce la lunghezza del tempo, un’ora dilatata dalla tensione e dai molti tentativi di rimanere vivi contro una minaccia praticamente invisibile.

2. Dragged Across Concrete

Che succederà questa volta nel consueto viaggio verso una meta in cui la trama dovrebbe arrivare compimento? Cosa accade ai due poliziotti sospesi dal servizio che decidono lo stesso di sistemare una questione personale e vengono presi in una questione più grande di loro?
Zahler adora il cinema poliziesco e non gli piace tanto per l’azione (che gira bene ma a cui concede un minutaggio scarso e molto essenziale), gli piace perché è un mondo animato da uomini duri la cui vita adora esplorare. Un film tutto parole fatto di personaggi che parlano poco, ogni frase dei quali pesa e che è mirato a raccontare una visione di mondo più che un intreccio. Il nuovo cinema di genere.

1. Killing

Tsukamoto agisce d’istinto prima che di cervello, gira film che non hanno un formato classico e non sembrano imbrigliati dalle consuete regole. Durano poco e corrono veloce. Killing è un gioiello di essenzialità, in cui un aspirante samurai cerca la via dell’omicidio ma è sempre bloccato dal suo corpo che sta male, malissimo, al solo pensiero. Tramite la sua storia e di come arriva a commettere il primo omicidio (e quindi cambiare per sempre), Tsukamoto racconta il terrore della violenza. Nel samurai che sta male all’idea di uccidere c’è il contrasto fondamentale dell’essere umano tra aspirare e temere, tra possedere ed essere posseduti, nonchè (come sempre in Tsukamoto) la dialettica fondamentale del nostro tempo, quella tra materia molle e materia dura, tra carne e acciaio. Tramite la spada e i corpi dilaniati, potere della prima e la paura dei secondi si ode l’eco dei molti altri film di Tsukamoto in cui la carne è violentata dall’acciaio, ma stavolta con un gusto essenziale e diretto che colpiscono subito, dalla prima scena.