Il 2019 si apre con la conclusione della nostra visita al set di Alita: Angelo della Battaglia, che si è svolta ad Austin, Texas, negli studi del regista Robert Rodriguez.

Dopo aver trascorso il pomeriggio in visita ai Troublemaker Studios, chiudiamo la giornata in un campo di football poco fuori il centro città, dove si stanno girando alcune scene del film in cui si svolge una gara di motorball, sport estremamente violento e spettacolare nel quale cyborg dotati di pattini somiglianti a dei grossi rollerblade si contendono il possesso di una sfera da condurre a fine tracciato, allo scopo di vincere la gara.

A colpire da subito la grandezza dei green screen montati sull’erba e il centinaio di comparse dal look vagamente emo-punk. La star della serata però è indubbiamente Christoph Waltz, che gira la scena in cui si trova come spettatore sugli spalti. L’attore austriaco veste i panni del Dr. Dyson Ido, scienziato che diventa il padre surrogato di un cyborg, Alita, dopo averla recuperata in una discarica del 26esimo secolo. Ido scopre che Alita è una sorta di “Angelo della Morte” che potrebbe rompere il cerchio di terrore e distruzione nel quale ruota il mondo post-apocalittico, devastato 300 anni prima da una terribile guerra globale.

Tra un ciak e l’altro veniamo accompagnati in una stanza all’interno della struttura sportiva dove poco dopo arriva Robert Rodriguez, con immancabile cappellino, anelli vistosi e stivaloni texani neri:

Cosa ha dato il via a questa collaborazione con James Cameron e Jon Landau?

Non avrei mai immaginato che avrei diretto qualcosa per loro. Conosco Jim da 20 anni, ci siamo sempre frequentati e abbiamo sempre parlato. Mi ricordo quando gli mostrai il mio primo montaggio di Desperado, e mentre aspettavo che lo guardasse, mi fece leggere alcuni dei suoi script, quello famigerato di Spider Man e quello di Avatar. Era il 1994. Ci conosciamo da parecchio. Ma poi per un po’ di anni ci siamo persi di vista, anche se siamo sempre stati in contatto. Quando vide a casa mia la stanza in cui montavo i miei film ne fu ispirato e decise di allestire una stanza simile a casa sua. Sono stato uno dei primi a farlo mentre giravo Desperado e Dal Tramonto all’Alba, e da lì l’ha fatto anche lui per Titanic. Quindi ci siamo sempre apprezzati a vicenda. Un giorno sono andato a trovarlo per parlare di uno show che avevo chiamato The Director’s Chair, perché mi sarebbe piaciuto intervistarlo. Quella sera dopo avermi parlato di Avatar, mentre me ne stavo tornando alla macchina e mi sentivo anche dispiaciuto per averlo tenuto a parlare per quattro ore, mi sono detto “Ma aspetta un attimo, se lui sta facendo Avatar chi farà Battle Angel?”. Me lo domandai senza però aver la presunzione che sarei potuto essere io. Allora sono tornato indietro a chiederglielo. Gli ho suonato alla porta e lui mi ha risposto: “Hai altri 15 minuti?”. Siamo tornati dentro, ha messo su un video con una presentazione visiva del fumetto, mi ha dato lo script e mi ha detto che non l’aveva mai finito, perché Avatar era stato finito prima. Non gli era mai piaciuto davvero lo script, aveva sempre pensato di rimetterci mano ma poi si era buttato su Avatar. “Se riesci a capire come fare a sistemarlo, allora è tuo”. Sono andato a casa con queste 180 pagine di bozza, e da lì ci ho lavorato sopra gratis, cercando di tagliare almeno 60 pagine. Ma è tutto ancora lì. Non l’ho riscritto infatti, l’ho solo sistemato come se fossi stato un editor, ho riscritto giusto un paio di cose per riempire dei buchi. Avevo delle idee su come sviluppare e arricchire alcuni personaggi. Oltre a queste 180 pagine ce n’erano anche di 600 note. In pratica ho passato l’estate a lavorarci su e quando gliel’ho rispedito mi ha dato l’ok per farlo.

In realtà c’è davvero molto da fare e le persone si stupiscono quando realizzano che facciamo così tanto in poco tempo!Come sei riuscito ad abituarti a un processo di creazione di un lungometraggio completamente diverso dal tuo precedente modo di lavorare?

Non credo che il processo sia poi così diverso, c’è sempre molto da fare perché giriamo parecchie scene ogni giorno. Infatti proprio Jim l’ultima volta che ha fatto visita al set ha detto: “Non voglio rallentarvi!”. Più tardi gli ho mandato un messaggio con scritto: “Oggi abbiamo battuto il record di set up, abbiamo girato tantissime scene!” Infatti la sua presenza ci ha dato la carica. In realtà c’è davvero molto da fare e le persone si stupiscono quando realizzano che facciamo così tanto in poco tempo, motivo per cui ho deciso di fare tutto a Austin: la crew con cui lavoro è la più veloce di sempre. Anche le riprese in 3D e il fatto di avere tutta questa attrezzatura Weta a disposizione ci danno la possibilità di girare al meglio una scena in poco tempo. Cosa che in genere non accade per i film di questa portata.

Ma il modo di lavorare in questo film è senz’altro più tradizionale rispetto a come eri abituato in passato. Come hai gestito l’aspetto creativo?

Non è tanto una questione di processo lavorativo ma di dimensioni lavorative. Diventa semplicemente più grande quello che normalmente sai già come fare. E il fatto di saper fare molte cose mi sta aiutando con Alita, quando giriamo una scena con Bill Hope (direttore della fotografia, ndr) lui lo sa che anche io ho fatto il direttore della fotografia e che so pure montare, un vero lusso quando si è sul set perché nel momento in cui lui mi chiede “Ah quindi non la giriamo così questa scena?” e io: “Non la useremo mai, da montatore ti posso dire che non la useremo.” In genere per un montatore bisognerebbe girare tutta una serie di scene, ma potendo fare questa scelta sul set faccio risparmiare un sacco di tempo. Sei più veloce, più efficiente, ottenendo lo stesso risultato. È un grande lusso che in passato non ho mai avuto. Se volevo girare un’altra scena non potevo farlo perché non ne avevamo il tempo, perché l’obiettivo era sempre quello di girare un film più grande rispetto ai soldi che avevo a disposizione. Qui invece possiamo permetterci qualsiasi cosa ed è la cosa più piacevole. Poter lavorare con una troupe grandiosa, che non mi sarei mai potuto permettere, e avere a disposizione attrezzature che non mi sarei mai potuto permettere, beh è davvero divertente. Tutti i film sono dei compromessi, e quando li fai nel modo in cui ero abituato a farli io, i compromessi a cui devi scendere sono molti di più di quelli che vorresti, qui invece non è così.

Dopo aver fatto tutti i tuoi film per conto tuo, ti è pesato dover delegare?

È interessante, perché verrebbe da pensare che se si fanno più cose insieme non si è in grado di concentrarsi. Credo invece sia il contrario. Una volta non era possibile filmare e guardare il risultato in 3D in tempo reale, per il modo in cui funzionavano le apparecchiature, con la camera che spesso era su una giraffa, quindi a quel punto lo guardavo dalla tenda. Ma il fatto di essere in grado di svolgere tutti gli aspetti del lavoro mi rende tutto più liscio: non basta avere solo un’idea di come funzionino. Sapere davvero come funzionano fa risparmiare tempo, quindi sono felice di aver fatto la mia gavetta e aver imparato tutto. Si dirige meglio, sei in grado di dire ai collaboratori come risolvere un problema immediatamente. Quando do’ dei consigli a chi si occupa degli effetti visivi loro sono felicissimi. Allo stesso tempo sono contento di avere un grande direttore della fotografia dal quale posso imparare, o un compositore o un cameraman di talento. E io ho voglia di imparare da tutti i miei collaboratori. E ovviamente da Jim.

Eri fan del manga di Alita?

Non avevo letto il manga, ma ne avevo sentito parlare, i libri però li ho letti solo dopo aver letto lo script. Jim ne ha tratto una bella storia, e dopo aver letto i libri ho visto che qualcosa l’aveva ripescata da lì, ma mettendoci del suo. E nel leggerlo, nel leggere le note ho capito quello che stava cercando di fare: una saga cinematografica. Riuscire a entrare nella sua testa è la cosa più divertente, è esattamente come Quentin (Tarantino, ndr) – non scrivono delle storie se poi non le gireranno loro. L’unico motivo per cui non ha girato questo film è che Avatar ha preso il sopravvento. Alita voleva dirigerlo lui, quindi non avrei mai immaginato che mi avrebbe dato lo script. Sono stato fortunato.

Cosa ti è piaciuto del personaggio?

Mi è piaciuto l’aspetto che abbiamo portato a galla: il rapporto padre-figlia. Un padre che ha perso il proprio figlio trova Alita in una discarica e la cresce, ed è grazie al rapporto con lui che Alita acquista più umanità rispetto a quando era solo una guerriera. È una sorta di risveglio, di presa di coscienza del suo potenziale e di chi è veramente – ma anche di chi è diventata grazie alle persone che ha incontrato. E questo la rende vulnerabile, soprattutto per il fatto di saper amare. E i cattivi lo sanno: “Non possiamo batterti ma possiamo ferirti”. Quindi è senz’altro il modo migliore di fare un “action hero” al femminile, è questo che mi entusiasmava dello script, le dinamiche e la posta in gioco: è il mondo alla James Cameron, spettacolare ma allo stesso tempo con un cuore emotivo, con la sua tipica storia d’amore. Ed era entusiasmante per me cercare di capire la sua visione e girarlo. È stato come per Sin City, ho visto il libro di Frank Miller, così visivo, e mi sono messo al suo servizio per farlo venire alla luce.

Avresti fatto qualcosa di diverso se fosse stata la tua versione?

Non so se avrei colto il vero senso della storia. Jim è riuscito a cogliere una storia incredibile nel libro e mi ha colpito il modo in cui l’ha rielaborato. Ma l’ha riscritto dieci anni prima.

Ma questo è un film di Roberto Rodriguez adesso.

No, è come dire che Sin City è un film di Robert Rodriguez e non di Frank Miller. Per questo è chiamato Frank Miller’s Sin City, che poi è il titolo ufficiale. Io faccio i miei film quindi so cosa significa creare il proprio prodotto, e in quel caso la visione era chiarissima, solo che lui non era un regista. Quindi l’ho diretto io per lui, anche se ho voluto che lui fosse il co-regista. E lo stesso con Jim, non mi avrebbe creato problemi se il film fosse stato chiamato Jim Cameron’s Battle Angel. È un film che guarderei, è un film che girerei. Sono un grande fan di Cameron. Mi ha ispirato tanto Terminator, è una delle cose che mi ha portato a voler fare il regista. Addirittura una volta mi è venuta un’idea fichissima, e gli ho detto “Ho un’idea per questa scena, e non so nemmeno se è una mia idea o un’idea tua perché la maggior parte delle mie cose vengono da te visto che ho emulato così tanto i tuoi film. Quindi credo che vada bene a entrambi.”

Quanto c’è di Cameron nel film?

Beh, la cosa bella di girare un film alla James Cameron è che è come quando giochi al video-game Halo e pensi sia come Aliens! Hanno guardato il film e copiato il design e il tutto, cambiandolo un poco. Qui non devi cambiare nulla. Il film ha decisamente il marchio di fabbrica di Cameron, anche quando c’è qualcosa in un montacarichi assomiglia a quelli di Alien, perché è così che l’avrebbe disegnato. È come se lo facesse lui il film, non devo nascondere il fatto che la mia influenza venga da lui. Deve trasmettersi il fatto che si tratti di uno dei suoi mondi, del suo stile di illuminazione, delle sue scenografie, perché la storia che ha creato è davvero alla James Cameron.

I tuoi personaggi femminili sono sempre molto interessanti, forti. Come hai immaginato Alita?

Beh, ho cinque sorelle e vengo da una famiglia con dieci figli, io stesso ho una figlia, e credo che sia lo stesso motivo per cui Jim si sia affezionato alla storia, essendo anche lui padre. Mi piace la dinamica padre-figlia, mi piace il fatto che Alita capisca chi è, e che lui la aiuti a ricostruire la sua personalità per poi lasciarla andare, cosa meravigliosa e allo stesso tempo amara, contribuire a vedere e a aiutare a crescere una persona che poi è in grado di affrontare il mondo da sola e spaccare i culi. E vedere questa ragazza con un così alto potenziale, ma allo stesso tempo che ha delle caratteristiche molto umane in cui ci possiamo riconoscere, beh è davvero eccitante vedere qualcuno che raggiunge il suo pieno potenziale. Partire da un mucchio di rifiuti e diventare qualcuno che può salvare il mondo è una cosa che da speranza a tutti. Quindi mi piacciono i personaggi femminili per i quali viene naturale fare il tifo, personaggi che affrontano e combattono contro grandi cose nonostante il loro corpo piccolo, compensato però da un cuore e una mente grandi.

Che tipo di difficoltà hai trovato a girare questo film?

È stata più che altro una questione di dimensioni. Ho fatto il primo film digitale in 3D con Spy Kids. Ma l’attrezzatura è molto più bella adesso! Non avevo mai avuto esperienze con il motion capture, ma Jim mi ha messo a disposizione tutto il necessario quando sono stato nel suo studio in modo che mi aggiornassi su come è cambiata la tecnologia in questi dieci anni. Quindi ora se volessi usare una di quelle tecniche per questo film potrei farlo. E lui è sempre d’aiuto, se volessi potrei mandargli un’email nel cuore della notte per chiedergli, “Ho una domanda su una scena che devo girare” e lui mi risponderebbe con una lunga spiegazione. E per me è un’ancora di salvezza. Generalmente mi trovavo da solo a dover sbrogliare i dubbi che mi venivano.

Che tipo di colonna sonora immagini per il film?

Non ho scritto ancora nulla. Credo che ingaggerò un compositore con le palle. Non me lo posso permettere in genere. Quando giri un film e ti stanno finendo i soldi, la prima cosa che tagli è il budget per la musica. Ma questa volta ce lo possiamo permettere e quello che gli suggerirei è che deve trasmettere il cuore del personaggio. Deve seguire il personaggio fin dall’inizio, deve ritmare con le scene d’azione e con tutto quello che deve affrontare, ma allo stesso tempo catturare il suo spirito perché è questo che differenzia la protagonista: il fatto di avere un cuore puro, soprattutto in questo mondo che vediamo attraverso i suoi occhi con una visione ottimistica, fresca, nuova e che cambia le persone. Lei non cambia, questo mi piace di lei. È come una pallottola, cambiano solo quelli che la incontrano. Questo è il suo potere, la sua forza, bellissima e potente.

Ci hanno detto all’art department che il mondo è insolitamente molto colorato e vivido per essere un futuro distopico. Perché era importante questo aspetto per te e Cameron?

È stata una scelta di James, nel libro la storia non è nemmeno ambientata in un città colorata del Sud America. Jim l’ha fatto per motivi scientifici, perché dal suo punto di vista un’ascensore che porta nello spazio per funzionare deve essere nei pressi dell’equatore. Allora ha scelto il Sud America. Quindi se immaginiamo questo continente nel futuro ce lo possiamo figurare con quei colori. Ed è una cosa che in questo genere di film non si vede mai. E lo vedi attraverso i suoi occhi. Tutti in questa città pensano che sia il posto peggiore del mondo e se ne andrebbero altrove. Ma lei arriva lì e crede sia fantastico perché non conosce niente di meglio. Quindi vedi questo mondo attraverso la sua purezza, cosa che dà una direzione differente al film. Ha tutto preso il via da Jim, nemmeno per motivi estetici ma più per ragioni scientifiche.

Per quanto riguarda il design di Alita, Jon Landau ci ha detto che avete voluto rendere omaggio alle sue origini. Come avete gestito il fatto di mantenere questo senso di rappresentazione culturale con il fatto di voler creare allo stesso tempo qualcosa che si differenziasse?

Dipende tutto dalla storia. Se la storia si svolge in un paese specifico, si fa una cosa specifica. Nella versione originale la storia si svolge in Kansas, Missouri, ed è un posto dove si incontrano molte culture. Questo aspetto mi è piaciuto, motivo per il quale abbiamo deciso di ambientarlo in Sud America, in una delle ultime città rimaste vive. Volevamo diversità, come se le persone da diverse parti del mondo avessero deciso di andare tutte in questa ultima città sopravvissuta. È il mondo come lo conosciamo oggi, ma in miniatura. Per quanto riguarda il design, è stata un’idea di Jim di avere un personaggio manga in carne e ossa, nello stesso modo in cui questi personaggi prendendo forma dagli anni ’30 con Astro Boy. Nessuno aveva mai fatto questa rappresentazione realistica, e in questo mondo di cyborg è stato possibile farlo, un mondo dove puoi avere qualcuno che ha questo sguardo innocente ma in realtà è un assassino ben camuffato. È un aspetto funzionale sia per la storia che per la rappresentazione visiva di questo mondo mai visto prima. E la cosa davvero diversa di questo film è che spiega esattamente come un cyborg funziona scientificamente. Ed è una cosa tipica di Jim, lui è in grado di dirti di cosa è fatto il suo cuore e perché fa quello che fa. Per questo avevo bisogno di qualcuno come Christoph Waltz che fosse in grado di spiegare questo gergo tecnologico in maniera semplice, perché lui fa suonare tutto cosi semplice e credibile. Secondo Jim deve funzionare altrimenti non lo accetta. A lui ad esempio non piace quella fantascienza dove le cose sono stravaganti. Vuole che il design mostri il funzionamento. Un cyborg vecchia maniera è come uno di quelli del vecchio film Westworld dove se strappi la faccia a Yul Brynner vedi un mucchio di cavi. Jim da bambino lo vide e urlò: “Cazzate!” Poi guardi Terminator e capisci perché il suo design sopravviva anche al giorno d’oggi, perché se a lui strappi la faccia capisci esattamente come funziona. E questo è Jim Cameron! Vedere le sue idee prendere forma è eccitante! Ora anche lui è eccitato perché non credeva che avrebbe mai fatto questo film. Ogni volta che gli mando qualcosa mi risponde: “WOW!” Anche per lui vedere le cose prendere vita è emozionante.

Quanto è stato difficile adattare un film così imponente con le strutture di Austin?

Ho portato qui le persone da Los Angeles, che non sapevano nemmeno che i miei studi fossero così grandi e degli incentivi che avrebbero avuto qui. Ma sapevo che se fossi riuscito a girare il film qui, sarebbe poi stato più facile girarne altri a Austin. C’è stata una cosa che abbiamo girato in 60 giorni, da un’altra parte ci avrebbero messo di più. Hanno visto la qualità del lavoro, dei set, degli studi, e la Fox non ci poteva credere. Mi dicevano: “Questo posto è fantastico! Come hai fatto a costruire tutto?” Beh, ho costruito tutto con le varie persone che negli anni ho portato qui in Texas, a partire dal 1997.

Cosa ne pensate? Ditecelo nei commenti!

Il film è l’adattamento cinematografico della graphic novel giapponese in 9 parti intitolata Battle Angel Alita e ambientata in un mondo post-apocalittico popolato da uomini, macchine e cyborg. Lo scienziato Dr. Ido recupera una cyborg, Alita, da una discarica del 26esimo secolo. Divenutone un surrogato di padre, Ido scopre che Alita è una sorta di Angelo della Morte che potrebbe rompere il cerchio di morte e distruzione nel quale ruota il mondo post-apocalittico, devastato 300 anni prima da una terribile guerra mondiale.

Alita: Angelo della Battaglia uscirà il 14 febbraio 2019 in Italia.

 

Consigliati dalla redazione