Quattro designer per il trucco e protesi/manichini “credo non sia mai capitato, forse è la prima volta in Italia” dice Andrea Leanza, uno dei 4 designer di Il Primo Re, che era al lavoro il giorno della nostra set visit.
Era sul campo a ritoccare ferite e compiere gli aggiustamenti necessari, ma in realtà il team è formato da lui, Valentina Visintin, Lorenzo Tamburini e Roberto Pastore. Sotto di loro un esercito che porta il team a più di 20 persone.

A loro si è rivolto Matteo Rovere con un anticipo e una mentalità che hanno di fatto cambiato la maniera in cui hanno potuto lavorare, portando il risultato in linea con standard internazionali per un film in cui trucco e protesi sono fondamentali. Perché Andrea Leanza ha avuto fino all’anno scorso più che altro esperienze nel cinema internazionale: World War Z, Resident Evil, Kick-Ass 2, Grand Budapest Hotel e poi in Italia Il Racconto Dei Racconti (dove si occupava delle creature e ha creato il drago marino), La Pelle Dell’Orso e Suspiria. Qui per la seconda volta in carriera è anche caporeparto, ha cioè un ruolo più importante e sembra non potesse esserci film migliore:

Matteo [Rovere ndr] ci teneva tantissimo al realismo del trucco e alla crudezza, gli esempi che ci aveva citato erano Vikings, Valhalla Rising, Il trono di spade… Molti diversi rispetto a quel che si vede di solito in Italia quanto a trucco, perché lavorano sullo sporco e non sul pulito. Così abbiamo fatto i primi test e gli sono piaciuti, da lì abbiamo preparato tutto quel che serviva sulla base della sceneggiatura. Il film è pieno di cadaveri, colpi di spada, di freccia, di ascia… C’erano tantissime ferite da scolpire e cadaveri generici da creare per le scene di battaglia (non si usano vere persone perché altrimenti li vedi respirare quando stai fisso sul corpo)”.

Ma parliamo di cadaveri che non devono essere perfetti no? Cioè comunque stanno nello sfondo…

[A questo punto, come risposta, Leanza tira fuori il cellulare e mostra una foto a mezzo busto di una comparsa in un laboratorio in posizione da cadavere tutta truccata, con tagli mortali, escoriazioni e la pelle rovinata]

Ok, è truccato perfetto, ma questa è una persona. Quelli finti?

[con le dita allarga la medesima foto e diventa evidente che non è una comparsa ma un corpo finto, che ha la parte inferiore troncata]

“Lo ritrovano ad un certo punto appeso ad un albero svuotato degli organi. Questa è la copia esatta dell’attore in silicone realistico”

Va bene ho capito il livello di precisione. Ma in quanti si lavora ad una cosa del genere?

“Dipende, pensa che per la testa di un cadavere che viene bruciato e che si deve vedere da vicino mentre è nelle fiamme, così che si capisca di chi si tratta, ci abbiamo lavorato principalmente io e Valentina (che ha fatto tutta la punzonatura dei peli, è praticamente una sua creatura), ma poi Marzia ha conciato i capelli, Roberto ha fatto l’acconciatura dei peli… Insomma ci abbiamo lavorato tutti”.

Il design invece come l’avete partorito? Quanto c’è di plausibile?

“Siamo partiti dal periodo in cui è ambientato il film (750 a.C.). Ci sono villaggi di capanne e contadini che vivevano all’aria aperta e quindi la loro pelle deve avere un certo aspetto (macchie solari, cicatrici da battaglia o lavoro, ustioni, cheloidi) e anche i denti devono essere marci (invece spesso anche in serie come Vikings vedi un bel trucco ma dentature hollywoodiane). Anche ai protagonisti, anche ai bellocci, abbiamo fatto i denti marci”

E quest’idea di imbruttire i bellocci ha creato problemi con la produzione?

“No anzi! Matteo voleva proprio questo, voleva che li sporcassimo e li rendessimo grezzi, che li portassimo in quell’epoca. Ovviamente noi 4 abbiamo studiato le caratterizzazioni anche in base al personaggio, per quel che capivamo dalla sceneggiatura. Alcuni per dire hanno proprio dei denti particolari che devono fare paura, uno invece ha una cataratta sull’occhio, senza contare le varie cicatrici di tutti i tipi. Arant, che è il gigante buono che spacca le teste l’abbiamo truccato appositamente, naso grosso da gigante e orecchie a cavolfiore da lottatore. Ognuno insomma aveva qualcosa per raccontare una storia, dargli un passato”.

Quindi tutto come effettivamente poteva essere? Nessuna concessione di fantasia?

“Il massimo è stato il fatto che una tribù che compare ad un certo punto abbiamo immaginato che potesse usare del terreno per colorarsi la faccia per la battaglia. Abbiamo deciso noi che potevano crearsi dei colori con la terra del posto e ci siamo inventati questo tipo di trucco. Sono soluzioni che esistono in tribù moderne ma non ha basi storiche”.

Invece per quanto riguarda le protesi?

“Quello è un lavoro più complicato di quel che non sembri. Immagina che ogni ferita deve raccontare una storia, immagina che uno si ferisca su una spalla, questa ferita deve cambiare, deve cicatrizzarsi, il livido intorno deve cambiare colore, devi insomma curarne la continuità, come guariscono o peggiorano… E poi ci sono tutti i vari effetti: c’è una spada che trafigge un fianco e che passa attraverso la carne dell’attore che è un mix di effetti pratici e aggiunta digitale. Pensa che per non usare sangue digitale abbiamo aiutato a girare schizzi di sangue vero (cioè liquido rosso tipo sangue vero) su green screen, così che possa essere aggiunto dove serve senza usare il sangue digitale”.

Un lavoro simile è frequente in Italia?

“La questione è questa: in Italia la mentalità è un po’ diversa e mi piacerebbe che film simili iniziasse a cambiarla. Non è facile far capire alle produzioni quanto costano le cose e quanto tempo ci vuole. Matteo [Rovere ndr] è stato coraggioso, ci ha dato 3 mesi di preparazione con 10 persone fisse, non è stato semplice farceli dare ma ce li hanno dati, eppure lo stesso siamo arrivati alla fine che dovevamo fare le nottate sul set per produrre in tempo. Ecco un lavoro così di solito è impossibile ma Matteo aveva capito l’importanza del tempo nell’ottenere la qualità”.

Avete fatto tutto quello che volevate fare?

“Qualcosa no, non ce l’abbiamo fatta a farla, sempre per questioni di tempo. In generale però siamo riusciti a fare quasi tutto quello che era descritto in sceneggiatura. Secondo me qualcuno starà anche male!”

Di cosa vai più fiero?

“Personalmente forse del trucco di Romolo, perché va incontro a moltissimi cambiamenti ed è stato complicato star dietro alla continuità di questi cambiamenti. Magari giri la scena 2 oggi e il giorno dopo la scena 70 e dopo un mese torni indietro alla 45 ma devi sempre sapere com’è andata avanti quella ferita, quello sporco o quella macchia di fango. Romolo attraversa tantissimi di questi passaggi, gliene succedono di cose!”