Rocky & Ivan

Il primo vive a Philadelphia accanto al figlioccio Adonis, mentre il secondo si è dovuto accontentare dell’Ucraina dove allena con più fretta disperata che affetto, o concentrazione, il figlio naturale Viktor. Balboa cerca da due anni di far riparare il lampione sotto casa, facendo telefonate inconcludenti  al comune e lamentandosi senza nerbo con Adonis (“A cosa serve un lampione che non fa luce?“). Drago è stato scaricato dalla nomenclatura sovietica dopo quella sconfitta sul ring a Mosca con Balboa del Natale 1985 per colpa della quale: “Ho perso il paese, il rispetto, la moglie” come confiderà più con rassegnata accettazione che frustrazione o sdegno allo stesso Rocky dopo esserlo andato a trovare nel suo ristorantino italiano con le tovaglie a quadretti. La vita non si decide più con un incontro di boxe per Rocky. Per Ivan, invece, ancora sì. Le loro due infelicità, nel bellissimo Creed II di Steven Caple Jr., sono completamente diverse. Il dramma di Drago è puramente materialistico come e peggio che per un gretto capitalista. Lo vediamo mettersi l’abito buono dopo che grazie alla crescita pugilistica del figlio Viktor è riavvicinato dal Potere che lo invita a tavola a cena ma lo relega in un posto in fondo. Lui non protesta, non polemizza, non contesta. È come se gli desse ragione (al Potere) e se Ludmilla (Brigitte Nielsen) compare come nuova moglie di un leader, Ivan e Viktor Drago la osservano da lontano senza l’ardire di avvicinarsi per due chiacchiere o la rabbia di sfruttare l’occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Steven Caple Jr. assume il punto di vista dei due Drago non diminuendo mai la distanza tra la macchina da presa e Brigitte Nielsen (tra parentesi: ex signora Stallone) ma osservando Ludmilla lì, tra le sedie del potere, in penombra, senza capire bene se è felice o no di trovarsi in quel luogo. Ivan non è molto espressivo. Ma quando il figlio inanella un successo dopo l’altro, all’indomani del famigerato gesto che l’ha visto squalificato dopo il primo incontro con Adonis, lo vediamo con un mezzo sorriso sghembo da contadino accortosi di avere nel pollaio una gallina dalle uova d’oro. Se si sfrega le mani lo fa fuori campo come se avesse costantemente paura di fare  troppo rumore. E Rocky? Strana bestia. Il suo dolore c’è ma non è sociale come Ivan bensì esistenziale e più sfuggente ai suoi e nostri occhi. In un dialogo molto affascinante verso la fine di Creed II ammetterà che qualcosa gli si è spezzato dentro quella notte del 25 dicembre 1985 quando noi lo ricordavamo pronto a fare il discorso alla nazione dopo aver battuto sul ring il Frankenstein dell’URSS Ivan (“Quando sono venuto qui non sapevo cosa mi aspettava. Ho visto che molta gente mi odiava ed io… ed io… non sapevo… non sapevo come la dovevo prendere. Poi ho capito che neanche voi mi piacevate, ma durante questo incontro ho visto cambiare le cose: cioè quello che provavate per me e quello che io provavo per voi! Sul ring eravamo in due disposti ad ucciderci l’un l’altro, ma penso che è meglio così che milioni di persone! Però quello che sto cercando di dire è che se io posso cambiare, e voi potete cambiare… tutto il mondo può cambiare!” per approfondire c’è un Bad School). È triste per il lampione? Un po’ gli rode ma no. Cosa è cambiato allora? Sua moglie Adriana non c’è più dal 2002, il figlio è ormai uno sconosciuto, il nipotino lui non l’ha mai visto e poi è tornato dal passato quel Frankenstein più mesto di Boris Karloff di nome Ivan, ancora dentro quel ring da cui Rocky è sceso molti anni prima, capace di costringere il figlioccio Adonis a tornare in certe dinamiche che lui, Rocky, pensa di aver messo da parte anche se ancora lo ossessionano (altrimenti avrebbe rivisto il figlio e conosciuto il nipotino). Ivan si vergogna di sé stesso e anche Rocky. Ma mentre il primo obbliga il figlio a vendicarlo, il secondo si sente tragicamente responsabile di dover accompagnare il figlioccio verso un viaggio all’inferno della psiche e del corpo (il match con un Drago, pura mitologia) di cui contesta tutto ma che non può ancora rifiutare a cuor leggero. Questi i padri del film.
E i figli?

Adonis & Viktor

Il primo è pronto a sposarsi, trasferirsi a Los Angeles (scelta difficile dopo che Rocky gli aveva insegnato a sentirsi parte della sua comunità di Philadelphia in Creed) ed avere un bambino (accettandone la probabile sordità congenita). Mille ostacoli lungo il percorso che lo porterà verso queste tre tappe perché di mezzo si è messo Viktor e il fatto che la memoria del padre di Adonis debba essere ancora vendicata battendo sul ring colui che è stato generato dall’uomo che ha ucciso Apollo Creed. Quasi tutti i i Rocky del franchise (8 film) hanno il momento della sfida, di solito lanciata dalla televisione, che non puoi permetterti di rifiutare altrimenti sei un codardo o un pollo come quelli che Mickey “Mighty Mick” Goldmill ti faceva inseguire e catturare nel primo Rocky del 1976. Sono codici di virilità basica che Rocky ormai disprezza perché è vecchio ma Adonis non può rifiutare perché è giovane. Il figlio di Apollo Creed ha una bella sposa vicino a lui nello spogliatoio (“Hai già cacato?” gli chiede lei prima dell’incontro con Danny “Stuntman” Wheeler), Rocky Balboa come allenatore e un bel titolo da campione dei massimi WBC. Viktor non ha niente. O meglio… ha dei sacchi da cemento da trasportare come allenamento ogni giorno in Ucraina dove un padre perso in una rigidità da robot andato in tilt lo sveglia al sorgere del sole con un leggero cazzotto sul petto. Viktor lancia sguardi al padre. Per tutto il film. Sono la cosa più bella di Creed II. Peccato che Ivan li schivi costantemente. Il figlio con gli occhi lo invoca, lo supplica, lo prega di non fare quello che sta facendo. Ma non glielo dice. Questi film non raccontano di personaggi abilissimi con parole ed esternazioni dei loro sentimenti altrimenti lo stesso Rocky avrebbe risolto il problema del lampione. In questo franchise gli uomini litigano e non si parlano più per giorni se non mesi (come Adonis e Rocky in questo caso), risolvendo le loro questioni private o con lo scontro fisico sul ring o aiutati dalle donne forti che li circondano. Viktor, anche da questo punto di vista, non ha niente. Vede la mamma in lontananza accanto ai nuovi uomini del Potere e soffre come un cane perché osserva quanto il papà sia più arrabbiato con sé stesso per averli delusi che non con loro per averlo abbandonato dopo il match con Rocky di quel Natale di 33 anni fa. Perché questo Creed II è così bello? Perché osserviamo le due coppie padri-figli della pellicola approcciare lo showdown finale (senza che nessuno usi la parola nel film per spiegarcelo prima, come in Glass) in modi e modalità diverse. Rocky-Adonis con la distanza, il litigio e il chiarimento. Viktor-Ivan con il silenzio, gli sguardi supplicanti del figlio e la cecità quasi definitiva del padre.

Conclusioni

Non ci sono più i cazzottoni in slo-mo degli anni ’80 con le stille di sudore che soavemente zampillavano dai visi di Sylvester “Rocky Balboa” Stallone e Dolph “Ivan Drago” Lundgren. Non c’è più la lucidità dei corpi turgidi ma è tutto più dimesso e dalla fotografia nuvolosa come dal primo forte recupero del franchise nel 2006 con Rocky Balboa. Gli incontri di boxe non sono più il picco drammatico e spettacolare. Il cinema d’autore ha preso il sopravvento ed è come se fossimo diventati tutti più raffinati: loro a farli (Stallone meritava l’Oscar come Attore Non Protagonista per Creed) e noi a vederli perché Rocky, nel tempo e con il tempo, ha smesso i panni dell’eroe di propaganda muscoloso per diventare un vero e proprio punto di riferimento della contemporaneità perché è una celebrità che non sembra mai né esserlo né volerlo essere.

Altrimenti gli avrebbero riparato il lampione sotto casa.

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