Nei 20 anni che sono passati dalla morte di Stanley Kubrick (e che ricorrono oggi) in pochissimi possono dire di averne raccolto il testimone o di aver cercato di girare dei film kubrickiani o ancora di aver inglobato nei loro film elementi o soluzioni inventate da Stanley Kubrick.

Pochi film insomma possono dirsi kubrickiani e ogni qualvolta fa capolino una soluzione o un’idea tratta dai film di Stanley Kubrick è un evento accolto con circospezione e felicità.
Abbiamo cercato i 6 film che dal 1999 ad oggi hanno tentato di adattare al linguaggio del cinema moderno alcune di quelle soluzioni.

Lungi dal voler affermare che questi registi sono i nuovi Kubrick, che sono paragonabili o altre scempiaggini, l’idea è cercare di capire a due decadi dalla morte del regista quanto dell’esperienza e delle idee dei suoi film esista nel cinema di oggi, come si sia adattato, che forma abbia preso e in quanti generi diversi lo si trovi. Come noto Kubrick ha spaziato in quasi tutti i generi del cinema anche se l’impressione è che dalla sua morte in poi sia stata più che altro la fantascienza a cibarsi del suo immaginario.

Interstellar (2014)

Impossibile non iniziare con il cineasta che più desidera essere come Stanley Kubrick, che più ne ricalca la precisione e il rigore quasi ragionieristico.
I fratelli Nolan da sempre cercano di ragionare sul tempo tramite i mezzi del cinema, sulla sua manipolazione e la sua diversa percezione. Da sempre mettono al centro dei loro film uomini algidi e gelidi che si professano pieni di sentimenti ma che lo manifestano a fatica. Certo piangono e ridono ma, come per i protagonisti dei film di Kubrick, esiste nelle loro interpretazioni un’astrazione che spesso sfocia nel disumano.
Interstellar, nonostante sia un viaggio che culmina con l’affermazione dell’amore come forza della fisica (forse l’unica maniera nella quale i fratelli Nolan lo possono rappresentare), mutua moltissimo da 2001: Odissea Nello Spazio, in primis l’idea cardinale di un viaggio verso l’ignoto per conoscere i confini della nostra umanità. Finirà nel metafisico anche McConaughey, non rinascerà come uomo nuovo ma supererà il confine tra ciò che conosciamo e ciò che sta oltre.

Il Petroliere (2007)

L’uso kubrickiano della musica è uno degli argomenti più spinosi. Si tratta della soluzione di regia che più di tutte porta la sua firma, la più riconoscibile. Musica classica o musica pop o jazz da sparare forte su un tappeto di immagini che suggeriscono l’opposto dei suoi toni. Militari con la marcia di Topolino, esplosioni atomiche con At Last o il Guglielmo Tell di Rossini su una serie di amplessi. L’idea è di esaltare, spaventare e far pensare con un’associazione che suona come una frizione. Per riuscirci bisogna centrare il difficile punto in cui due dissonanze suonano armoniose. Paul Thomas Anderson in Il Petroliere non solo inizia il film con una serie di ellissi tipicamente kubrickiane ma lo tempesta di piccole citazioni (la maniera in cui alla fine usa il birillo come martello ricorda l’osso e la scimmia) e soprattutto ricorre spesso ad una musica anacronistica, usata in antitesi a ciò che vediamo.

Moonrise Kingdom (2012)

Non ci potrebbe essere cineasta che scrive più diversamente da Stanley Kubrick di Wes Anderson. Le sue sono storie non di uomini eccezionali che si lanciano oltre il conosciuto, che testano gli abissi umani o che tentano imprese impossibili, sono anzi storie di piccoli eccellenti sconfitti che cercano di trovare un equilibrio sentimentale. Tuttavia lo stile di Wes Anderson, manipolato, mutato, cambiato e trasformato calibra sia la recitazione che le inquadrature pensando a Kubrick. L’ossessione per le prospettive ortogonali, per il punto di fuga centrale e i carrelli da lì viene, come da lì viene quello stile di recitazione distaccato. In Anderson sono entrambi espedienti comici, mentre in Kubrick erano seri e austeri (la comicità per lui veniva da alto), ma è parte del suo fascino. Tra tutti Anderson è l’unico che ha compreso Kubrick e l’ha fatto proprio invece di copiarlo. Moonrise Kingdom è tra i film che lo mostrano meglio.

A.I. – Intelligenza artificiale (2001)

Come noto il progetto in sé era stato accarezzato da Stanley Kubrick negli anni ‘90 ma rimandato, confidando che la tecnologia sarebbe migliorata rendendo migliore il film. La morte gli ha impedito di iniziare la produzione e Steven Spielberg ne ha raccolto l’eredità. Il film finito, giustamente, non è tanto kubrickiano ma molto più spielberghiano, tuttavia mantiene fortissima l’idea di ricerca, che spesso guida i personaggi dei film di Kubrick, e l’indecisione tra umanità e robotica. David cerca la madre e facendolo esplora un mondo futuro in cui è complicato definire chi sia umano, se i robot o gli essere viventi, fino a che, congelato in fondo ai mari, rimarrà lì mentre il film salta in avanti di 2000 anni per mostrare un futuro remoto, intelligenze aliene e un finale strappalacrime.

La Favorita (2018)

Il culto del sesso come grimaldello per accedere al potere, il gusto per una ricostruzione pittorica dell’epoca e ovviamente la luce naturale (utilizzata quasi in tutto il film) per illuminare ambienti che splendono in totale contrasto rispetto all’animo dei personaggi. Come Barry Lyndon anche le protagoniste di La favorita vogliono compiere una scalata sociale, come Barry lo fanno tramite una donna, come Barry sono pronte a sparare, sfidare, uccidere e tramare. In più Lanthimos ha una specie di disprezzo dei propri personaggi, una distanza che ricorda il punto di vista esterno di Kubrick.

Whiplash (2014)

Difficile immaginare Terence Fletcher, il direttore dell’orchestra della scuola Schaffer di New York interpretato da J. K. Simmons, terribile aguzzino convinto che la strada per l’eccellenza musicale sia lastricata di umiliazione, scoraggiamento, fatica, dolore, sangue, sudore e maltrattamenti, senza il sergente Hartman. Disposto a tutto per tirare fuori il nuovo Charlie Parker, con un morto nel suo passato, è il sergente istruttore di Full Metal Jacket senza una guerra da combattere ma con cadetti da brutalizzare e da trasformare in macchine (non di morte) pronte a calpestare tutto per affermare il proprio talento.