Non è stato (ancora una volta) l’anno di Luca Guadagnino. Chiamami Col Tuo Nome ha raccolto premi e lodi in tutto il mondo ma è uscito quasi a bocca asciutta da una serata che ha invece visto trionfare Matteo Garrone con Dogman. Un David per la miglior canzone (Mystery Of Love di Sufjan Stevens, ritirato da Guadagnino stesso) e uno per la miglior sceneggiatura (ritirato in coppia con il montatore-sceneggiatore Walter Fasano), quest’ultima una categoria di una facilità disarmante, che sembrava composta a fatica tirando dentro tutto il possibile (c’erano tra i nominati un film disconosciuto dal suo autore come La Profezia Dell’Armadillo, uno ampiamente non sceneggiato come Sono Tornato e uno con dei problemi di sceneggiatura macroscopici come Il Testimone).

Tra i premi tecnici il film di Guadagnino meritava evidentemente anche quelli per il miglior montaggio e il miglior sonoro (sui quali c’è stato un lavoro fuori dalla grazia di Dio, anni luce avanti alla concorrenza) senza contare i più grandi, ma l’effetto valanga (per il quale i votanti tendono a votare lo stesso film in tutte le categorie) non è una prerogativa degli Oscar. E comunque Dogman rimane una grandissima scelta, un film di incredibile fattura che ha meritato i premi. Con 9 statuette Garrone è anche andato vicino al record di 10 David per La Ragazza Del Lago, tutto con un film, a detta sua, che nasceva come un progetto piccolo partito per il rinvio del suo Pinocchio.

A discolpa dell’Accademia va detto che è stata un’annata ricchissima. Tale era la concorrenza che due film che in altre edizioni avrebbero racimolato premi come Euforia e Lazzaro Felice sono usciti a mani vuote. Due premi solo per Loro di Sorrentino (che conferma il tonfo di un film che nasceva con grandissime aspettative) e due per il l’immancabile filmone in costume da David Capri-Revolution.

Tra gli abbagli più clamorosi poi va registrata la vittoria di Santiago, Italia, il buon documentario di Nanni Moretti che tuttavia gareggiava nella categoria con Arrivederci Saigon di Wilma Labate, opera clamorosa ma di certo meno vista dai 1570 votanti che, come per tutti gli altri premi del mondo, vedono molto poco di quel che votano.

Ma la vera sorpresa della serata sono state le tre, pesantissime, statuette consegnate a Sulla Mia Pelle. Il film distribuito da Netflix è passato in alcune sale italiane tra molte polemiche e ribellioni degli esercenti, e ha potuto partecipare ai David solo perché uscito prima della nuova legge cinema (un film distribuito in questa maniera dall’anno prossimo non è eleggibile perché non rispettando le consuete finestre distributive non è considerato “film” dalla legge italiana e ai David gareggiano solo i “film”). Non era scontato che un film simile ricevesse questa spinta anche se la sensazione è che avrebbe potuto prendere molto di più non si fosse inimicato così l’industria. Alessandro Borghi miglior attore (vincendo meritatamente sul più titolato Marcello Fonte), Olivia Musini e Andrea Occhipinti migliori produttori e Alessio Cremonini miglior regista esordiente (premio soffiato ai fratelli D’Innocenzo di La Terra Dell’Abbastanza). I ringraziamenti direttamente a Netflix dal palco si sono sprecati.

Non è stato esattamente il caso Roma (che comunque ha vinto il premio per il miglior film straniero, come già annunciato, portando a 4 i David di Netflix) ma un segnale che nell’industria non tutti sono avversi alla piattaforma.

Nel complesso non si è sentita troppo l’aria del cambiamento. Una vittoria di Guadagnino su Garrone ad esempio sarebbe stato un segnale di una vera inversione di rotta. La presidente Detassis ha raccontato che la percentuale dei votanti è stata superiore al solito (ed è cosa buona) e il nuovo David dello spettatore è stato giustamente messo in testa alla serata con una ampissimo spazio a sé dedicato per rimarcarne la centralità. È stato poi fatto notare che ci sono due registe nominate nella categoria miglior film e miglior regia, cosa che non era mai capitata in precedenza, ma si fa fatica a pensare che sia frutto dei cambiamenti dell’Accademia, perché la rivoluzione è che ci siano più registe italiane all’opera e quelle due (Valeria Golino e Alice Rohrwacher) erano state selezionate a Cannes, viatico quasi matematico per la nomination. Il merito della loro presenza combinata, quindi, dovrebbe semmai essere del festival francese.

La trasmissione è stata abbastanza ritmata (considerati i contenuti), ha mirato ad allungare il brodo con gli ospiti e i David speciali stando strettissima invece sui premi (che non è una cattiva idea, così dai aria a Tim Burton o Dario Argento levandola ai soliti) ma nel complesso è stata una cerimonia mediamente sconfortante, con i consueti e abituali picchi di imbarazzo acuto. Non che dopo l’anno scorso fosse lecito aspettarsi nulla di diverso ma sarebbe interessante parlare con quanti si erano lamentati della cerimonia di Sky, per capire cosa preferiscano di queste trasmissioni con degli inserti da varietà ed avanspettacolo, cosa ci sia di migliore e in cosa ci guadagni la messa in onda da comici molto molto molto bassi in una platea che è la prima a non ridere. Come dovrebbero essere migliori queste messe in onda RAI rispetto a quelle della concorrenza?