A testimonianza dell’inconsistenza di quanto detto da Thierry Fremaux l’anno scorso, quando il programma di Cannes era stato insolitamente povero di grandi nomi (“Mi dite sempre che chiamiamo i soliti, vi abbiamo fatto un programma pieno di sorprese!”), quest’anno ritornano i grandissimi habitué nella selezione ufficiale svelata oggi, i nomi che non importa che film facciano, importa che ci siano, che portino se stessi e il loro “ultimo film”: Almodovar, Loach, Malick, i Dardenne, Elia Suleiman, Jarmusch, Arnaud Desplechin e Claude Lelouch ma in fondo anche Abel Ferrara, Marco Bellocchio e Werner Herzog. A fronte di questo quella del 2019 è un’edizione che lotta con le unghie per intercettare la nuova cinefilia e che ce la fa, ce la fa per un pelo assicurandosi alcune delle nuove star (Bong Joon-Ho, Xavier Dolan e Nicolas Winding Refn) e diversi nomi interessanti, attesi dai più attenti, come Kleber Mendoça Filho, Asif Kapadia, Celine Sciamma, Jessica Hausner e Diao Yinan. Quelli insomma con maggiori probabilità di stupire.
Unica scommessa commerciale: Rocketman.

E di certo Fremaux è stato attento alla presenza femminile. È una delle critiche più dure mosse ai festival negli ultimi due anni, Cannes l’anno scorso aveva schierato 3 film diretti da donne in concorso (sui 13 in tutta la selezione), decisamente non esaltanti alcuni addirittura apparivano pretestuosi, mentre quest’anno ne ha 4 e al contrario sono tra i più promettenti (quelli di Hausner, Diop, Sciamma e Triet). Finalmente l’esigenza li ha spinti a rischiare un po’ di più.

Gli Stati Uniti per il secondo anno sono sottorappresentati e questo, di nuovo, drena il festival di star. Se i grandi registi non mancano, non si può dire lo stesso degli attori più noti. Jarmusch ne dovrebbe portare parecchi ma se Quentin Tarantino (non annunciato) non ce la farà in tempo a finire il suo film il festival si troverà a contare sullo star system europeo e (peggio mi sento) asiatico!


Sembra evidente che se Venezia ascende seguendo la stella polare del cinema americano più interessante e al tempo stesso commerciale, Cannes si arrocca sul cinema europeo. Non che ci fosse molto di americano da poter prendere che è stato trascurato, anzi diversi film potevano cadere nel cesto di Fremaux e come per Tarantino non saranno pronti in tempo, ma è anche a livelli medi e medio bassi che non si vedono gli Stati Uniti (al momento mancano sia Ari Aster che Dave Eggers e una loro presenza in Quinzaine sarebbe un grandissimo smacco, quasi peggiore che non averli per niente).

È difficile parlare male di una selezione che schiera questi nomi, come è difficile dire che sia un’edizione sottotono. Ma è obiettivo che se si guarda il festival da un’angolazione più interessata al nuovo che al classico non sembra che Cannes abbia confezionato la migliore edizione degli ultimi anni né il miglior festival degli ultimi 365 giorni.

L’anno scorso si disse, tra le molte cose, che Fremaux era stato sfortunato con l’affare Netflix e con alcuni film non pronti in tempo che erano caduti nelle braccia di Alberto Barbera, ma sembra difficile poter parlare un’altra volta di sfortuna e contingenze per un festival che fino a pochi anni fa non temeva nessun tipo di sfortuna.

Questo, come sempre, attendendo di vederli i film e considerando che magari i cineasti più anziani si dimostreranno i più giovani o che i più sconosciuti si faranno notare più di tutti. Ma come noto la potenza e l’attrattiva di un festival si misurano prima, sulla carta, sulla capacità di attirare pubblico e stampa con il programma, su quella di promettere e solo secondariamente di mantenere. L’affresco sul cinema mondiale di Cannes come sempre è ampio e vario, ma se si esclude Un Certain Regard (sezione in cui il lavoro è sempre di maggiore livello), c’è pochissima voglia di osare nel concorso e più che altro quella voglia di celebrare che dovrebbe appartenere al fuori concorso ma contagia tutto.

Per il cinema italiano sapevamo a cosa andavamo incontro. In una selezione ufficiale che cerca grandi nomi non poteva trovare spazio nessuno dei nostri film pronti se non quello di Marco Bellocchio su Buscetta, Il Traditore. E c’è. Quindi bene così, altro non avevamo da proporre se non cineasti più audaci che o non sono piaciuti o troveremo in altre sezioni (non stupirebbe ad esempio che Jonas Carpignano tornasse in Quinzaine con A Chiara). In più abbiamo il bonus Tommaso di Abel Ferrara. Toccherà vedere se c’è da vantarsene o no, ma il film è girato a Roma con Willem Dafoe e a produzione (in buona parte) italiana.