Striptease

Un diavoletto più vicino al burlesque che non, come forse vorrebbe, al ciclo pittorico Grande Drago Rosso di William Blake (visto in un veloce montaggio come prima prova della presenza dei Titani in Godzilla II – King of the Monsters di Michael Dougherty) entra tutto arrabbiato dentro una clinica dove si sta svolgendo una pacata terapia di gruppo. Dice di chiamarsi Elton “Hercules” John digrignando i denti durante la pronuncia di un nome altisonante mentre il suo costume attillato fa tutti i rumori più strani e buffi mentre il nuovo arrivato si contorce incavolatissimo sulla sedia. L’elenco delle dipendenze è lunghetto: cocaina, sonniferi, marijuana, alcool, buliminia, sesso, attacchi di rabbia. L’idea alla base del mezzo biopic quasi musical Rocketman di Dexter Fletcher è quella di vedere il diavoletto iniziare a raccontarsi in un misto di fastidio, contrizione e vergogna per poi, piano piano e pezzo dopo pezzo del costume (le prime ad andare via sono proprio le corna da belzebù), togliersi quella veste demoniaca per rimanere davanti ai nostri occhi di spettatori sempre più scoperto e intimo… nel senso proprio di vestaglia e mutande. Bella idea dello script di Lee Hall. Fantasiosa e realistica insieme. Massima pubblicità del concetto di riabilitarsi grazie al rehab vista recentemente al cinema. Rocketman sarà la concretizzazione per immagini di quel racconto inizialmente sputato con aggressività dall’uomo appollaiato sugli zatteroni e che diventerà via via più rilassato come lo stesso abbigliamento del narratore. Non si chiamava Elton “Hercules” John bensì Reginald “Reggie” Dwight. Prese Elton da un collega di prime trasferte musicali in furgoni scalcinati (inizialmente voleva Elton Dean… ma il conoscente si chiamava proprio… Elton Dean) e John da un mito della musica leggera il cui cognome faceva Lennon.

Saturday Night’s Alright For Fighting

Era un pingue borgataro londinese di Northwood Hills con padre antipatico e snob (appassionato di jazz, schifava il rock’n’roll) e madre antipatica e basta (Bryce Dallas Howard ancora magnifica in chiave desperate housewife come ai tempi di The Help di Tate Taylor). Meno male che il pianoforte gli salvò presto la vita entrando  in quattro e quattr’otto dentro la Royal Academy of Music dove riusciva a ripetere il Rondò alla Turca di Mozart andando ad orecchio e copiando precisamente l’esecuzione parziale dell’insegnante (“Perché ti sei fermato?” “Perché lei è arrivata solo fin qui”). Il film di Fletcher ci fa subito capire che il piccolo Reginald, cresciuto in una famiglia anaffettiva a dir poco, avrà bisogno di trovare qualcuno da amare e che soprattutto lo ricambi. È il tema principale di tutta la pellicola e il motivo di tutti i dolori di quell’ometto vestito da diavoletto burlesque. C’è fin da subito una certa tendenza all’esplosione di una furia repressa nel ragazzino con gli occhialoni, incisivi separati e problemi di calvizie (“Sarà pelato appena arriverà ai 20 anni” sentenzierà la sempre dolcissima mamma-matrigna) come quando lo vediamo cantare la futura hit del 1973 Saturday Night’s Alright For Fighting, dal settimo album in studio Goodbye Yellow Brick Road, godendo e alimentandosi mentre esalta la rissosità presente nel fine settimana dei pub e fiere in cui era cresciuto. Se Bohemian Rapsody rilegge la vita di Freddie Mercury in chiave disneyana creando un doppio con Biancaneve e i Sette Nani (tutto spiegato nel nostro Bad Movie), qui siamo più dalle parti di Cenerentola con tante delusioni familiari, fratellastri più amati di te e un principe azzurro immediatamente riconosciuto da Elton nel manager musicale elegantone John Reid, già visto anche in Bohemian Rapsody come faccia tra le tante del panorama discografico interpretato da Aiden Gillen. Nel film di Fletcher è invece un ingessato Richard Madden, confermando che per portare Reid al cinema sembra indispensabile uno del cast de Il Trono Di Spade. Il vero rapporto d’amore di questa nuova favola con popstar gay Elton lo trova in un eterosessuale al secolo Bernie Taupin il quale è l’unico che gli dice più di una volta nel film: “I Love You” ma non come vorrebbe il nostro rabbioso genietto musicale. E allora eccoli Elton e Bernie passare una notte intera conclusasi alla fermata della metro di Warwick Avenue Station parlando di tutto e partendo per l’amore in comune per Streets of Laredo di Marty Robbins (un guilty pleasure per aspiranti rocker di fine anni ’60). Bernie sarà il suo paroliere e con una faccia di pura amabilità come quella di Jamie Bell non possiamo pensare a scelta d’attore migliore per rappresentare concetti come simpatia, umanità e lealtà. Ma la nostra sfigatissima Cenerentola di nome Elton è convinta, molto più di quella originale, di essere costantemente rifiutata da tutti anche nel momento in cui, con la sua musica frizzante e i testi adorabili di Bernie, sembra piacere proprio a tutti.

Favole

Sembrano dei bambini sia Rami Malek che Taron Egerton. Un po’ perché questi biopic scelgono attori non proprio statuari per interpretare dei giganti della cultura pop, un po’ perché c’è l’idea che l’omosessualità debba essere edulcorata al punto che sembri un vezzo tra maschi eccentrici più che un vero e proprio gusto sessuale. In Bohemian Rapsody il massimo cui ci si spingeva era una pacca sul sedere. Qui abbiamo un bellissimo bacio carnale tra Egerton e Madden (quasi bello come quello tra Banderas e Sbaraglia in Dolor y Gloria), più qualche scena maliziosa con tanto di fellatio bordo piscina. Sia Freddie Mercury che Elton John sono bimbi da proteggere con il nostro sguardo e per cui fare il tifo sfegatato anche in linea all’impresa titanica sulla carta, e possibilmente fallimentare, verso cui si imbarcano questi giovani interpreti. Rami Malek doveva schiantarsi al suolo e invece ha vinto giustamente l’Oscar. Egerton arrivava più preparato, anche grazie alle smorfie e occhialoni esibiti in Eddie the Eagle – Il Coraggio Della Follia sempre diretto da Fletcher nel 2015 + grande momento cantando I’m Still Standing di Elton John nei panni del gorilla Johnny in Sing di Garth Jennings nel 2016.

Conclusioni

Dimenticate quindi l’eterosessualità problematica ed estremamente virile di Jim Morrison (The Doors di Oliver Stone), Elvis Presley (Elvis – Il Re Del Rock di John Carpenter), Ray Charles (Ray di Taylor Hackford), Johnny Cash (Quando l’Amore Brucia l’Anima di James Mangold) o, in chiave più esistenzialista e depressa, Ian Curtis (Control di Anton Corbjin). Bohemian Rapsody e Rocketman sono film dove per arrivare al grande pubblico si cerca di raffigurare la popstar gay come un pargolo dentro una favola con dei tranelli. Sono anche dei film interessanti in ottica storico-sociologica: ieri, ovvero ai tempi di Mercury e John (decennio 1970-1980 protagonista assoluto di entrambe le pellicole), non si poteva ancora platealmente dichiarare la propria omosessualità dentro l’industria musicale (entrambi i film hanno matrimoni etero di facciata e/o consuetudine). Giusto ricordarcelo visto che diamo per scontato nei tempi in cui Lady Gaga si dichiara bisessuale e Troye Sivan annuncia pacatamente nel 2013 su YouTube di essere gay… che sia stato così “facile” in passato anche per grandi artisti come Freddie Mercury ed Elton John.

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