Chucky ieri

“Stupid Bitch!” urlò un giocattolo circa al minuto 45  del primo La Bambola Assassina del 1988 firmato alla regia da Tom Holland ed uscito dall’immaginazione di Don Mancini. “Stupida strega! Puttana Schifosa!” faceva nell’edizione italiana con la voce di Renato Cortesi. Gli spettatori americani andarono fuori di testa. E anche gli italiani apprezzarono (una giovane fan insospettabile: Ambra Angiolini). Quel momento fu sorprendente, liberatorio e risonante. In una parola: cinema. Per la prima volta dall’inizio del film tutti i nostri più foschi pensieri, alimentati da regia e sceneggiatura, prendevano corpo e voce. Le parole diventavano scurrili, il timbro più basso e il faccino bestiale. Sentivamo il turpiloquio di uno psicopatico violento al secolo Charles Lee Ray nella bocca di plastica di un giocattolo apparentemente innocuo, di nome Chucky, con le fattezze di un pargolo dai capelli rossi, lentiggini e occhi azzurri. Era un prodotto della fantomatica serie Good Guys (per noi: Tipi Belli) ma dal quel minuto 45 in poi sarebbe diventato una delle icone horror più originali della Storia Del Cinema. Era stato fino a quel momento il miglior amico di plastica di un bambino solo e senza soldi, con padre morto e mamma vedova trafelata. Ma noi avevamo già il sospetto, dalla scena uno, che fosse stato posseduto da un criminale appassionato di magia voodoo che in vita era chiamato Lo Strangolatore. Costui possedeva una casa con strani disegni alle pareti (tra cui un autoritratto) e aveva trasferito la sua personalità scurrile in un bambolotto come ultimo escamotage per evitare la morte attraverso incantesimo haitiano recitato con l’enfasi e l’efficacia di un Saruman durante una notte buia, tempestosa e scossa dai lampi. Quando era un uomo Charles Lee Ray  andava in giro per Chicago con cappotti costosi, la faccia di Brad Dourif e fermacravatta placcata oro ricordando quel tipo di gangster ben vestito, danaroso che da malavitoso canonico sarebbe diventato qualcosa di più bizzarro dopo un inseguimento pirotecnico finito male con la polizia. Non possiamo non pensare al Jack Napier in futuro Joker del Batman (1989) di Tim Burton. Il film di Holland funzionava alla grande perché le soggettive di Chucky posseduto da Charles Lee Ray sembravano quelle di un maniaco assassino, anche se più rasoterra, dotato di classico fiatone. Poi c’era anche l’ottima intuizione di non farci sentire, modello Lost In Translation, le cose che Chucky sussurrava all’orecchio del bambino Andy con il regista che inquadrava il piccolo e il bambolotto intenti in queste breve conversazioni di cui sia noi spettatori sia la mamma non dovevamo sapere niente. Inquietante e assai intelligente come idea probabilmente proveniente da L’Esorcista (1973) di Friedkin laddove il male che porterà via tuo figlio si stabilisce quatto quatto prima come amico intimo (Esorcista: Capitan Howdy, per noi Capitan Gaio), tagliandoti fuori come genitore. Tutto questo fino a quel mitico minuto 45. Quando il piano di passare inosservato non reggeva più per via del ritrovamento da parte di mamma delle batterie del bambolotto ispirato ai reali My Buddy messi nel mercato dalla Hasbro nel 1985, eccolo Charles Lee Ray nei panni di Chucky rivelarsi in tutta la sua sgradevolezza insultando la mamma di Andy dopo che aveva già ucciso all’inizio del film prendendo a martellate negli occhi le signore o gasando un intero stabile prima di farlo esplodere. Dopo essersi finalmente manifestato morderà le braccia, cambierà la faccia pacifica del pupazzo assumendo uno sgradevole broncio, proverà ad uccidere un poliziotto in macchina infilzandolo da sotto il sedile del guidatore e userà una bambolina voodoo per far fuori colui che gli aveva insegnato, in buona fede, tutte quelle pratiche magiche haitiane. Prima di liberarsi di lui mirando al muscolo cardiaco per antonomasia (“Al cuore… è la parte che lo rende quasi umano” aveva suggerito l’ex mentore haitiano) lo avremmo visto in piena modalità Terminator (1984) muoversi ed avanzare per uccidere armato di coltellaccio anche mentre aveva la faccia e il corpo squagliati dopo essere stato buttato nel fuoco. Soggetto originale, bel mostro, scena madre con un bambolotto che usa la parola “bitch” al minuto 45 ed effettistica speciale eccellente firmata David Kirschner (creatore del pupazzo), Kevin Yagher (manovratore di Chucky) e Peter Donen (il figlio del regista di Cantando Sotto La Pioggia fu il supervisore vfx), fecero sì che dai 9 milioni di dollari di budget (comunque non poco per l’epoca) si arrivò a 44 milioni di dollari di incasso worldwide. Questi i segreti del primo film. E ora?

Chucky oggi

Se il primo si rifaceva, specie nel finale, a Terminator, questo simpatico reboot de La Bambola Assassina firmato Lars Klevberg è più dalle parti di RoboCop (1987; qui il nostro Bad School) di Paul Verhoeven. Siamo in un mondo sci-fi dove la Kaslan Corporation sta per vendere un’intelligenza artificiale wireless della linea Buddi capace di rassettarti pure casa. La sposa di questo nuovo Chucky si potrebbe chiamare, in un futuro, Alexa. Il bimbo dell’originale del 1988 è in questo caso diventato un adolescente millennial biondino, timido e pure mezzo sordo (Gabriel Bateman: quasi scialbo) con madre single spiritosa (Aubrey Plaza: troppo ammiccante). Il Chucky del 2019 è più maschio, bello (la testa è tonda, i lineamenti gradevoli) ma soprattutto è stato incattivito informaticamente in un esilarante prologo ambientato in Vietnam da un operaio della Kaslan particolarmente frustrato. Chi è costui? Sarà la domanda cui vogliamo risposta in ipotetici sequel. L’uomo digita incavolato nero qualcosa sulla tastiera per poi spiaccicarsi sul tetto di una macchina (nell’originale di Holland era l’amica Maggie, la prima vittima del giocattolo, a sfracellarsi su un automobile cadendo dai piani alti). L’orrore non è quindi generato da un criminale di Chicago con fermacravatta d’oro particolarmente bravo a memorizzare incantesimi haitiani volti a permettere il trasferimento della nostra personalità da un corpo umano a quello di plastica e stoffa di un nostro feticcio. Il germe della violenza nel prodotto della Kaslan viene inserito via computer da un lavoratore vietnamita particolarmente deluso dalla vita (sembra un prestigioso scienziato finito a fare l’operaio suo malgrado) e con un pessimo rapporto con il suo diretto superiore. A quel punto il nuovo Chucky riprogrammato fa il viaggio verso Chicago, Illinois. Con gli occhi rossi.

“Alla Kaslan la fiducia del cliente è tutto”

In realtà la capitale dell’Illinois, ben presente nel primo film di Holland, è qui ricreata a Vancouver, Canada. E si vede o meglio non si vede (Chicago). Le soggettive di Chucky non saranno più ansimanti per i corridoi della casetta come un maniaco assassino alla Black Christmas, Halloween o Profondo Rosso bensì passive e da paziente ospedaliero come quelle, assai celebri, del RoboCop di Verhoeven. Il robottino quando arriva non vuole fare male a nessuno ma il vietnamita pazzo l’ha riprogrammato quindi questo Chucky uccide quando pensa che il suo padrone Andy voglia che lui lo faccia. È tutta un’altra storia rispetto all’originale. Dimenticate quell’intuizione geniale del sussurro non visto ed ascoltato e godetevi una sci-fi più sanguinolenta della media con il tuo maggiordomo che sbrocca e ti strangola il gatto o ti fa fuori il nuovo fidanzato antipatico di mamma perché ha avuto la sensazione che a te andasse bene così. Emblematica, e molto bella, la sequenza di Chucky che vede Non Aprite Quella Porta – Parte 2 (1986) di Tobe Hooper in tv con Andy e il suo nuovo gruppo di amichetti. I ragazzacci ridono e si divertono di fronte alla splatter comedy di Hooper con Chucky che li osserva attentamente apprendendo, dal suo punto di vista, il piacere della razza dei suoi padroni verso violenza e smembramenti. Eccola l’intelligenza artificiale che sbaglia dal suo punto di vista in buona fede, come Hal 9000 di 2001: Odissea Nello Spazio (citato espressamente). Il film del 1988 era un horror. Questo reboot 2019 è fantascienza. Quello era un’esperienza più singola e thriller (mamma, figlio, Chucky e poliziotto incaricato), questo più collettiva e politica (mamma, figlio, Chucky, amici, poliziotto incaricato, condomini del palazzo, operai frustrati e altre intelligenze artificiali).

Conclusioni

La gang di ragazzini amici di Andy funziona più di Andy (soprattutto la deliziosa Beatrice Kitsos), l’effettistica speciale che mescola prostetico e Cgi fa un buon lavoro (ma non epocale) e la nuova bambola assassina ha un cuore lampeggiante alimentato non come un reattore à la Tony Stark ma comunque senza alcuna traccia di organicità. Il primo Chucky diventava più carne e sangue mano a mano che il tempo passava dalla trasmigrazione del gangster dal suo vecchio corpo a quello del bambolotto. Il nuovo Chucky è sempre più fieramente artificiale. Qualora si dovesse procedere nel franchise immaginiamo che metterà in piedi una rivoluzione contro di noi come quello che succede nel mondo prima dell’inizio di Matrix (1999). Era arrivato dall’Oriente con furgone dopo che un misterioso operaio programmatore gli aveva tolto ogni tipo di inibizione. Poi avevano cercato di eliminarlo dopo che aveva esaudito quelli che pensava fossero i desideri sanguinolenti dei suoi padroncini. Se mai dovesse sussurrare qualcosa a qualcuno, pensiamo che questo toy la sussurrerà ai vicini di scaffale e altri “fratelli” giocattoli. E quella sarà la rivoluzione.