Una grande porzione della particolarità di Wolf Call – Minaccia in Alto Mare viene dal fatto che il suo regista Antonin Baudry (che nei credits si firma Abel Lanzac), appassionato di narrativa di spionaggio e thriller, è stato impiegato a buoni livelli nella diplomazia francese per tantissimi anni. Baudry conosce scenari e possibili situazioni, conosce cosa porta agli intrighi che raccontano i film e conosce molto bene le relazioni internazionali che ad oggi creano scontri mondiali.

Quella di Wolf Call quindi è una storia dalle basi di ferro che usa tutto l’armamentario consueto del cinema di finzione fondendolo con termini, discorsi, interazioni e catene di comando plausibili. Questo non significa “probabili” ma basato su vere direttive, catene di comando corrette e dinamiche realistiche tra stati.

Il film è in uscita questa settimana e qualche mese fa abbiamo potuto incontrare il regista Antonin Baudry.

Quando ho visto Gravity sono rimasto colpito dal fatto che ovunque si scrivesse che non c’è nessuna plausibilità nel film, lo stesso è un successo ed è bellissimo.

Concordo.

Quindi quanto è importante essere accurati con i riferimenti?

Per me lo è. Ci sono domande importanti per la sopravvivenza della razza umana come il deterrente nucleare e quando hai a che fare con queste cose devi essere sincero e autentico. Dunque volevo essere sicuro che tutto quello che descrivo sia vero e tutto possa essere accaduto o possa accadere. Quindi era questa la mia idea guida, per il linguaggio tecnico e per i numeri che danno per le misure o le variabili. Ovviamente capisco anche che il fatto che quei numeri non siano casuali non è molto importante per il pubblico, ma per me è importante che tutto questo sia relativo ad una situazione vera creata su una mappa.

Da dove vengono queste conoscenze? Hai lavorato nella marina?

No, vengono da un lunghissimo periodo di osservazione, ho passato settimane sott’acqua dentro un sottomarino ed ho scritto la maggior parte della sceneggiatura stando sott’acqua in un sottomarino, facendo molte domande alle persone che erano lì con me, dal comandate a quelli dei motori, chiedendogli cosa farebbero in certe situazioni. Ad esempio è stato così che ho capito che la situazione peggiore per un sottomarino è quella di essere braccati da un elicottero, perché non hanno modo di rispondere o combattere, non hanno modi di farlo fuori una volta che sono stati individuati. Un elicottero li può seguire per sempre, gli basta lanciare il sonar e seguirlo. Così ho chiesto al comandante più volte cosa farebbe e ho capito che è qualcosa che discutono spesso con gli ammiragli (cioè elaborare armi o tecniche apposite per combattere contro un elicottero). Così alla fine, messo alle corde, mi ha detto che farebbe l’unica cosa possibile, che non è ciò che in teoria è previsto facciano, ma lo farebbe lo stesso, cioè andare in superficie, uscire all’aria aperta e provare a sparargli con qualsiasi arma abbia, non c’è altra risposta.
Così ho proceduto per tutto, mi sono messo nella posizione dei ragazzi, e per ognuno di loro ho creato un piccolo personaggio.

I personaggi del film sono ispirati dalle persone che hai incontrato nel sottomarino?

Sì tutti. Alcuni sono magari un mix di più personaggi, altri più fedeli ma tutti sono ispirati a loro.

I film di sottomarini sono un genere preciso, hanno tutti una struttura simile e sono molto belli, ti sono stati utili o non li hai considerati?

In verità li ho visti perché li amo ma quando ho deciso di fare un film con sottomarino ho deciso di dimenticarli e ho chiesto anche al mio team di non vederli. Perché credo che quando hai in testa altri film sei portato a riprodurli e finisci facilmente nel clichè, invece noi avevamo la fortuna di maneggiare materiale molto reale e quindi unico. Abbiamo potuto girare in veri sottomarini ad esempio, quindi ho preferito non farmi ispirare troppo da altri.

Perché sei voluto diventare un filmmaker quando in realtà avevi un lavoro governativo?

Io sono sempre voluto diventare un filmmaker in realtà e quando ho iniziato a lavorare in diplomazia l’ho sempre considerato un lavoro temporaneo da 1 o 2 anni, per scoprire il mondo e fare esperienza. Quindi alla fine la diplomazia è stato un passaggio, solo che è durato più di quanto non avrei detto.

Quando lavoravi in diplomazia pensavi che un giorno ti sarebbe stato utile per il tuo vero lavoro, cioè il regista?

Sì assolutamente, ho pensato quel lavoro come un grande stage per quello da regista.

Ci sono state esperienze specifiche che ti sono risultate utili?

Certo! Ad esempio le contrattazioni diplomatiche le ho imparate là e mi sono sempre chiesto se avrei potuto filmarle un giorno. Ma ci sono state tante situazioni così.

E invece ti è capitato di vedere film che dipingono bene quel lavoro?

Non tanto. Ce ne sono di buoni, alcuni accurati ma ambientati nel passato. Non ne ho visti raccontare come è negoziare davvero oggi.

Su cosa farai il prossimo film?

Ho tante di idee, vedremo quale esce per prima.

Questo film ha una cosa in comune con le migliori serie tv ospedaliere, cioè i personaggi per gran parte del tempo parlano un linguaggio incomprensibile, o almeno che il pubblico non capisce, eppure lo stesso ti prende? Qual è il segreto di azzeccare questo trucco?

Amo questa cosa di usare un gergo tecnico ed è tutta una questione di ritmo e musicalità. Se il pubblico non capisce, allora ci deve essere un buon ritmo nei dialoghi. Quando ero giovane amavo le canzoni inglese, eppure non capivo la lingua, allora prendevo i suoni e le poche parole che capivo completandole nella mia testa, solo in seguito ho scoperto quanto fossero sbagliate. Ma è il meccanismo della poesia, quando la leggi non capisci tutto, il senso è sempre ambiguo e così puoi costruirti il tuo mondo tra le parole. La stessa cosa accade con un linguaggio molto tecnico, l’importante è tenere il cervello del pubblico occupato, fare in modo che si chieda continuamente cosa sta succedendo. Per questo ritmo e musicalità sono importanti.