Spider-Man: Far From Homecoming

Spider-Man: Far From Home, 23esimo film dell’Universo Marvel, ultimo della Fase 3, secondo con il nuovo Spider-Man di Tom Holland al comando, aveva un compito molto difficile: proseguire il racconto individuale di un supereroe adolescente proveniente dal quartiere Queens di New York e contemporaneamente andare avanti a livello universale inserendo questo ennesimo capitolo dentro quella che è ormai diventata una delle saghe più movimentate e complesse della Storia del Cinema dai tempi dell’Iron Man (2008) firmato Jon Favreau in cui da film Marvel si passò a Marvel Cinematic Universe.

Come se la sono cavata i realizzatori Jon Watts (regia) e Chris McKenna + Erik Sommers (sceneggiatori)? Bene dal punto di vista individuale, peggio dal punto di vista universale. Quel ragazzino definito nel 2017 da Tony Stark “eroe springsteeneriano della classe operaia” che nel primo Homecoming (2017) aveva vissuto con grande eccitazione il suo coinvolgimento nella super rissa all’aeroporto di Lipsia-Halle dentro Captain America – Civil War (2016), pare non aver avuto particolari contraccolpi psicologici dopo il finale devastante di Avengers- Endgame (2019). E questo stona un po’ visto che in quel finale Peter avrebbe perso il “padre” nonché mentore Tony Stark, nei confronti del quale non sembra serbare particolari ricordi, o attenzioni, nei primi minuti di questa nuova avventura.

Tutto il mondo piange Tony, dagli studenti della Midtown High School of Science and Technology agli abitanti di Venezia nel cui aeroporto sono state montate gigantesche immagini commemorative di Iron Man. Tutti pensano a lui… tranne Peter. Bastava una scena ben scritta collocata all’inizio. In un cimitero, nella sua stanzetta, in dialogo o anche senza nessuno accanto. Dovevamo sentire il suo lutto mentre invece tutto quello che lui vuole all’inizio di Spider-Man: Far From Home è andare in vacanza con la scuola e provare a conquistare MJ.

Euro Trip

Stona non poco lo squilibrio tra l’entusiasmo avengers di Homecoming, dove Peter Parker faceva videodiari (ci aspettavamo un altro “film di Peter Parker” all’inizio di questo capitolo magari dedicato a Tony) e non sopportava la vita scolastica perché voleva stare con i grandi dopo quell’assaggio in Germania e questo non tormentato desiderio di vivere una vita non da supereroe di Far From Home, senza rispondere alle chiamate di Nick Fury e praticamente non pensando mai a Tony a differenza del resto dell’umanità.

Quindi escono fuori due viaggi dal film. Divertente uno, deludente l’altro. L’euro trip più scanzonato e fisico funziona con Peter, Ned, MJ, Eugene, Betty, Brad e i due goffi insegnanti Harrington & Dell. La comicità, il romanticismo, l’inadeguatezza del corpo insegnanti (“Mia moglie ha fatto finta di blippare” è una battuta eccellente di Harrington), la rivalità romantica tra Peter e Brad per il cuore di MJ, le reazioni buffe dell’amicone Ned… tutto molto fluido, ben scritto e gradevole.

Chimica quasi perfetta tra la stangona Zendaya di MJ (per niente avulsa in sceneggiatura da difetti e ridicolaggini come giustamente scrive Gabriele Niola nella sua recensione) e il mingherlino wasp Holland nei panni di un Peter adorabilmente impacciato con le signore e sempre eccessivamente educato in tutte le stramaledette circostanze.

Neuro Trip

Meno bello. È il punto debole del film. Non c’è la mancanza di Tony nel cuore di Peter (tanto che quando Parker sostiene il contrario in un confronto fondamentale con Happy Hogan verso la fine dell’avventura… ci viene il dubbio che siano state tagliate delle scene al montaggio) e il villain scelto per questa avventura è infinitamente meno interessante rispetto al mitico Adrian Toomes di Homecoming. Quello era un signore che aveva fatto bancarotta, umiliato dall’ufficio del Damage Control voluto da Tony Stark e che in otto lunghi anni si era rimesso in piedi trovando una soluzione, illegale, ai suoi problemi economici e riuscendo a garantire il benessere necessario alla sua famiglia, non comportandosi affatto male come papà.

Il Mysterio (tanta Italia nelle parole di questo film, dall’espressione “boh” che affascina MJ alla spiegazione del nome trovato per il villain) di Jake Gyllenhaal è un ex dipendente di Stark rosicone che in un solo momento di spiegone (con musica di Michael Giacchino appoggiata un po’ pigramente sul suo speech) ci racconta di come abbia radunato in due secondi tutti i dipendenti frustrati di Tony Stark per mettere in piedi una squadra formidabile, dal budget senza limiti, simile alla troupe di un film in cui c’è chi scrive la sceneggiatura, chi si occupa del costume e chi pensa a creare quegli effetti speciali che devono far passare Mysterio per un nuovo supereroe capace anche di prendere in giro Nick Fury (o chi per lui), figurarsi uno sbarbatello come Parker.

Mentre in Homecoming avevamo percepito tutte le difficoltà e ferite di Adrian Toomes, ex disoccupato capace di reinventarsi vendendo le armi dei Chitauri al mercato nero per prendere un nuovo sofà e garantire una buona scolarizzazione a sua figlia, qui il personaggio di Jake Gyllenhaal pare non avere provenienza e/o limiti esattamente come le sequenze d’azione in cui Jon Watts & Co. citano la pittura di René Magritte ma lo fanno in un modo così caotico e senza confini di senso action che non si capisce assolutamente niente di come Mysterio possa fare quello che fa e, conseguenza ancora più grave da un punto di vista cinematografico, cosa sia necessario a Peter Parker per sconfiggerlo nello scontro decisivo sul Tower Bridge di Londra.

Conclusioni

Tom Holland, 23 anni ora e 21 ani tempi di Homecoming, è sicuramente l’Uomo Ragno liceale più credibile rispetto al 27enne Maguire dell’era Raimi 2002-2007 e il 29enne Garfield della più sfortunata epoca Webb 2012-2014. Ma pensavamo che Avengers: Endgame avesse obbligatoriamente trasformato quel ragazzino sovraeccitato di Homecoming in un uomo più vissuto dopo l’esplosione affettiva del rapporto con Tony Stark. Pur apprezzando il lato comico e sentimentale di questa sua seconda uscita, avremmo preferito un Peter meno insensibile e più Avenger nonché un villain meno superficiale e vuoto di Quentin Beck alias Mysterio.