Abbiamo visto un gran bel film dentro la sezione Generator +13 del Giffoni Film Festival. My Name Is Sara, tratto dalla storia vera di Sary Guralnik, racconta l’odissea di una bambina polacca di 13 anni costretta a negare di essere ebrea per salvarsi dall’Olocausto. Ambientato negli ultimi anni della II Guerra Mondiale sul confine tra Polonia e Ucraina, il film si concentra alla perfezione nel descrivere la vita in una fattoria dove la piccola Sara si nasconde entrando in contatto con il rapporto complesso tra il proprietario del campo e sua moglie. È il primo lungometraggio di finzione del regista Steven Oritt ma soprattutto è la rivelazione cinematografica della quattordicenne Zuzanna Surowy, protagonista eccellente nei panni del protagonista Sara.

Ecco il nostro incontro con il regista americano e la talentuosa attrice polacca.

Steven ci puoi riassumere le fasi di realizzazione del film?
Ho conosciuto la storia di Sara 4 anni fa. Vengo dal documentario ma cercavo un nuovo progetto fiction. Ho per la prima volta incontrato la storia di Sara attraverso un video della Shoa Foundation. Rimasi sconvolto. Sono volato immediatamente a Detroit per conoscere la vera Sara. L’ho intervistata 3 anni fa e mi resi conto che avrei potuto fare un film interessante. Non si trattava di realizzare una pellicola canonica sull’Olocausto. La storia è più sui danni collaterali dell’Olocausto e non solo per gli ebrei. Potevamo concentrarci sulla vita di tutti i giorni all’interno di un nucleo familiare sconvolto dall’arrivo di una sconosciuta. Sostanzialmente è la storia di un triangolo da cui però ho voluto togliere melodramma e sentimentalismi. La sfida maggiore era trovare Sara. L’ho chiesto alla vera protagonista della storia: “Come fa una ragazzina di 14 anni a sopravvivere a quello che hai vissuto tu?”. Lei mi rispose subito guardandomi fisso negli occhi: “Ascoltando e non parlando”. Allora ho immaginato questa sorta di robot che cerca di vivere meccanicamente durante le giornate di lavoro nei campi nella fattoria dove trova rifugio. Tutta la parte di produzione polacca mi ha aiutato a cercare la giusta Sara. Era essenziale il suo ruolo ed essenziale l’attrice che l’avrebbe interpretata. Abbiamo cercato tra 600 ragazze. Vidi il video di Zuzanna Surowy mentre mi trovavo in America, rimasi scioccato tanto che chiamai subito mia moglie dicendole che l’avevo trovata. Mi ha interessato immediatamente. Ho incontrato Zuzanna dal vivo e mi ha impressionato ancora di più. Considerato che l’avrei messa in contatto con alcuni degli attori più bravi del teatro e del cinema polacco, posso dire che ha retto il confronto con loro. La formazione sportiva di Zuzanna sicuramente la aiuta ad essere competitiva e dura mentalmente.

Zuzanna, come ti sei preparata al ruolo?
È stato il mio primo casting in assoluto. Mi ero infortunata al ginocchio sciando sulla neve. Andavo da un ospedale all’altro in quel periodo e non posso dire che avessi molte speranze di vincere quel provino. La direttrice del casting mi disse: “Hai qualcosa negli occhi”. Mia madre mi disse che se li avessi impressionati sul serio mi avrebbero poi richiamato. Lo hanno fatto. Sono andata a Varsavia per incontrare Steven. Ho dovuto migliorare il mio inglese. Capivo tutto quello che diceva ma non lo sapevo parlare bene.

Steven tu come hai lavorato con Zuzanna?
Siamo andati ad Auschwitz. Era la prima volta per lei. Si è esercitata con la lingua e ha lavorato in una classe di recitazione. Per me era essenziale che lei capisse la complessità dei rapporti umani all’interno del triangolo che volevo mettere in scena.

Cosa puoi dirci del tuo percorso da regista?
Scorsese è il mio punto di riferimento e Quei Bravi Ragazzi è sempre stato il film che mi spinse a intraprendere questa carriera. È stata la scintilla. Poi ho avuto le mie difficoltà ma non ho mai mollato.

Zuzanna tu hai sempre amato il cinema?
Sì assolutamente. Ho sempre voluto fare l’attrice e ho sempre desiderato recitare.