Elle Fanning arriva a Giffoni Experience 2019 per incontrare i giovani giurati e presentare il suo ultimo film Teen Spirit, regia di Max Minghella (figlio d’arte del compianto Anthony, N.d.R.). La pellicola racconta di Violet Valenski, giovane di origini polacche residente nell’isola di Wight in Inghilterra. Parteciperà a un talent show canoro che la porterà a Londra, tra tentazioni, nuove pressioni e difficili rapporti con la madre e un buffo mentore. Nelle nostre sale dal 29 agosto per Notorious Pictures.

ELLE FANNING A GIFFONI: LA CONFERENZA STAMPA

Come ti sei preparata al ruolo in Teen Spirit?
Cantare mi è sempre piaciuto. Canto fin da quando ero piccola. Quando il film si è palesato all’orizzonte ho sfruttato la possibilità. Un’enorme sfida e un passaggio anche spaventoso visto che ho dovuto provare per tre mesi prima del film.

Ti sei confrontata con cover di artisti importantissime e hai lavorato con la squadra di coreografi di La La Land. Hai chiesto consiglio a qualcuno? Tipo a Selena Gomez?
Selena ancora non la conoscevo quando ho fatto il film. Cantare è una cosa molto vulnerabile. Devi essere autentico davanti alle persone. Riascoltandomi durante il processo di creazione del personaggio ero capace di sentire tutti i miei errori. Allo stesso tempo non dovevo farla cantare in modo perfetto perché Violet doveva migliorare lentamente.

Il film parla anche di immigrazione?
È una larga parte dell’identità di Violet. È un’outsider. Lei non si è integrata a scuola e nell’ambiente dell’isola di Wight. Ha degli aspetti duri che smussa durante il percorso restando però sempre quella che è. Uno può pensare che per diventare una star debba cambiare ma in realtà lei non rinuncia alla sua identità. Si mantengono gli aspetti fondamentali del suo carattere. Quando i giovani vedranno il film, sentiranno che non dovranno cambiare per forza.

Il primo film visto da bambina e di che film ti innamorasti da piccola?
Il primo film non lo ricordo con precisione. Amavo Grease. Mi divertivo a fare il personaggio di Sandy da piccola. Suggerisco al pubblico più giovane di riscoprire il cinema classico.

I grandi classici italiani che conosce?
Il rapporto con il cinema italiano l’ho vissuto con la famiglia Coppola. Con Sofia ho fatto due film e con Francis uno. Lui mi ha fatto vedere Sciuscià. Ricordo quelle cene enormi piene di persone. Ho imparato cosa è il senso della famiglia per voi italiani. Francis Ford Coppola mi ha insegnato a fare la pasta ma non so se riuscirei a farla da sola!

Che esperienza è stata fare la giurata all’ultimo Festival di Cannes?
È stata un esperienza strana perché è difficile giudicare un film. Alejandro G. Iñárritu, il presidente della giuria, è stato uno dei primi registi con cui ho lavorato in Babel. Trovarmi con questi talenti pazzeschi è stato difficile ma io ho cercato di portare un punto di vista di una giovane generazione di filmmaker. Si è trattato di non giudicare un film quanto piuttosto di parlare di ciò che ci aveva colpito di uno specifico film. Ho imparato molto da quell’esperienza.

Cosa pensa dell’immigrazione?
Non penso di essere qualificata per rispondere a una domanda così difficile. Il mio cuore va a tutti i rifugiati del mondo.

Cosa ricordi della scena di Super 8 in cui il tuo personaggio era costretta a recitare male?
Sono molto affezionata a quel film. Ero la più alta del gruppo e avevo solo 12 anni mentre gli altri erano già arrivati ai 14. Quella scena è molto complessa perché dovevo far finta di recitare in un film in cui già recitavo e peraltro dovevo recitare male… ma non troppo male. Complicato.

 

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