Ci troviamo al Four Seasons di Los Angeles, dove abbiamo la possibilità di fare quattro chiacchiere con un’icona, Sam Raimi, in occasione dell‘uscita di Crawl – Intrappolati, che questa volta lo vede impegnato come produttore. Il film, in uscita nelle sale italiane il 15 agosto, è una pellicola horror low budget diretta da Alexandre Aja (Alta Tensione, Le colline hanno gli occhi) e scritta da Michael Rasmussen e Shawn Rasmussen.

Raimi, che ha prodotto anche il film Man in the Dark nel 2016 e diretto l’episodio pilota di Ash vs Evil Dead, è noto soprattutto per cult horror La Casa e La Casa 2, la trilogia di Spider-Man degli anni 2000 e per aver diretto la serie originale di Evil Dead.

Questa in breve la trama di Crawl – Intrappolati: un devastante uragano in Florida devasta la città natale di Haley Keller (Kaya Scodelario), una ragazza che decide di ignorare gli ordini di evacuazione per mettersi alla ricerca del padre scomparso. Dopo averlo trovato nel vespaio della loro abitazione, Haley e suo padre restano intrappolati con l’acqua che rapidamente invade lo spazio e minaccia di annegarli. La giovane e suo padre, però, capiranno ben presto che l’acqua e il rischio di annegamento sono solo gli ultimi dei problemi che dovranno fronteggiare.

Sam, entrando subito nel vivo parlando di horror, è vero che stiamo attraversando un periodo d’oro per il genere? E quale è secondo te il trend più interessante al momento?

Credo stia accadendo qualcosa di inusuale, perché i film horror sono sempre stati di nicchia, considerati dei b-movie, e ora non solo sono più popolari ma anche più rispettati, ed è una cosa molto strana. Una volta si pensava che fosse un genere che interessava solo alle persone un po’ strane. Ora invece ci sono grandi attori e registi che sono attratti da questo genere, cosa molto positiva, e le storie sono più complesse, hanno una profondità, dei messaggi sociali, se pensiamo ad esempio a film come Scappa – Get Out, o ad altri come A Quiet Place al quale sono stati riconosciuti dei premi.

E la paura è cambiata rispetto agli anni 80? Il modo in cui la si provoca sul grande schermo?

Dal mio punto di vista si è sempre trattato di essere un bravo “burattinaio”. Bisogna capire cosa vuole il pubblico, cosa gli si può far credere, come stuzzicarlo con un po’ di tensione, fargli pensare di aver capito tutto tramite un indizio per poi togliergli quella convinzione di colpo! È come una partita a scacchi, devi studiare la tua mossa e la conseguente “mossa” del pubblico per pensare a cosa devi fare successivamente. È una questione di tempismi e strategia. Considerando tutto questo credo che sì, è cambiato perché il pubblico al giorno d’oggi è molto più sofisticato, più esigente; una volta si andava al cinema una volta alla settimana, e i film horror venivano trasmessi in tv in poche occasioni, ora invece con lo streaming è possibile avere accesso a film continuamente quindi i ragazzini di oggi hanno visto tutti i film horror, conoscono tutti i trucchi e dunque tornando alla metafora della scacchiera, devi partire da questa consapevolezza per fare la tua mossa!

È per questo che adesso ti dedichi di più a produrre film che a girarne?

(Ride) Beh, sotto certi aspetti sì, voglio dare al pubblico cose che non hanno mai visto prima, cose originali che li stupiscano, li lascino a bocca aperta, e non è facile! A volte mi rendo conto di non avere a disposizione del materiale speciale e brillante, spesso quando leggo dei copioni non è così semplice individuare quelli originali. La cosa pazzesca è che a volte più sono particolari più io faccio fatica a riconoscerne il potenziale, sono un enigma!

Ma per un’intera generazione tu sei un dio dell’horror.

Ed è un onore per me, ma come tutti anche io ho avuto i miei mentori: George Romero, Brian De Palma, Alfred Hitchcock.

E il tuo personale segreto per fare un buon film horror?

Il vero segreto per fare un buon horror è affrontare quello che fa paura a te, anche se è solo una metafora. Bisogna sviscerare le proprie paure prima, se no è come prendere in giro gli spettatori. Devi essere spaventato tu in primis.

E cosa è che ti spaventa al giorno d’oggi?

I commenti dei giornalisti! (ride).

Alcuni anni, fa durante un’intervista a Bruce Campbell proprio qui, Bruce mi disse che Evil Dead era iniziato quasi per scherzo tra un gruppo di amici. È ancora possibile fare un film con queste premesse?

Sì, ed è il modo migliore per farlo. All’epoca vivevo in Michigan e facevo due soldi spalando la neve o le foglie dai giardini delle case. Con quei soldi ci compravamo dei film e ci trovavamo il fine settimana per guardarli e poi facevamo i nostri. Li mostravamo anche agli altri a scuola e se non ridevano li rimontavamo. È stato sempre divertente e quel modo che avevamo l’ho sempre riapplicato al mio fare un film a livello professionale. Credo che il modo migliore per far uscire la creatività sia lasciare che sul set ci sia un’atmosfera di divertimento, di gioco, perché ridere e scherzare con una battuta e poi un’altra è un modo per creare una connessione con gli attori, e quella connettività permette di riconoscere le sfumature della vita, quei piccoli momenti, divertenti o tristi che siano, e riproporli sul grande schermo. In maniera amplificata se si fa una commedia per esempio.

A proposito di commedie, ci sono momenti anche negli horror in cui è importante fare ridere. Capita anche in Crawl.

Da ragazzino con Bruce facevamo solo commedie, e poi il mio amico RobTapper mi disse che se volevamo avere successo nell’industria dei film avremmo dovuto fare un film horror. E io gli risposi che non mi piacevano! E lui mi chiese: “Beh, ma riusciresti a farne uno?”. Siccome gli dissi che non lo sapevo mi portò a vederne uno, per farmi un’idea. Andammo a vedere Halloween, e il pubblico urlava, saltava sulla sedia. A fine proiezione mi chiese se ero in grado di farne uno così e la mia risposta ovviamente fu no, era così ben costruito! Ma ho iniziato facendo delle prove, e con grande sorpresa ho scoperto che i film horror hanno una forma simile a quella delle commedie: instauri nello spettatore un’aspettativa, poi fai una battuta o inserisci una scena di paura, è ancora tutto basato sui tempismi e le aspettative. Quindi trovo che siano molto simili, usino un linguaggio simile.

Cosa ti fa paura nel mondo al giorno d’oggi, a parte i commenti dei giornalisti?

La mancanza di comprensione ed empatia tra le persone mi fa molta paura. Ma non è una cosa che voglio vedere in un film. Al cinema mi voglio rilassare, divertire, e mi piace se un film horror crea un legame tra chi lo guarda, perché è come essere uniti e travolti dalle stesse emozioni. In questo film si parla di alluvioni, cambiamento climatico, cose che succedono negli Stati Uniti.

Crawl è basato su una storia vera?

No, diciamo che è ispirato a una verità esagerata. Gli uragani sono una realtà e anche la successiva alluvione di intere zone e case in Florida, quindi capita che la gente poi si ritrovi gli alligatori in casa quando cercano di rientrare nelle loro abitazioni.

Però avete girato in Europa.

Sì, in Serbia. Il nostro direttore della fotografia, Maxime Alexandre, sostentava che le luce durante gli uragani avesse un colore particolare, specifico di quelle condizioni climatiche. Pensavamo di girare a New Orleans, o in Georgia fingendo che fossimo in Florida, ma poi ci siamo resi anche conto che avevamo bisogno di un set dentro il quale potevamo avere controllo su tutto e che in Florida non avremmo mai avuto la luce giusta senza delle determinate condizioni climatiche. Considerando che avremmo usato tantissima acqua e che avremmo avuto bisogno di una troupe con esperienza abbiamo saputo che a Belgrado c’è un’importante scuola di cinema, e lì avremmo avuto il budget per costruire il teatro di posa enorme di cui avevamo bisogno. Avevamo un budget molto limitato infatti, anche se non dovrei sottolinearlo! In ogni caso con il dollaro americano la Serbia era il posto perfetto.

Cambiando drasticamente argomento… in Spider-Man: Far From Home JK Simmons è tornato come J. Jonah Jameson. C’è dietro il tuo zampino?

No, non c’entro nulla! JK mi aveva chiamato qualche tempo fa per dirmi che avrebbe fatto un cameo e mi ha chiesto cosa ne pensavo, se avevo la sua approvazione. Gli ho detto che non erano fatti miei e che il fatto che potesse dare continuità al personaggio era una cosa grandiosa.

 

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