Ci sono i registi che cercano di facilitarsi la vita e altri che se la complicano a tutti i costi, quelli che fanno di tutto per mettersi nei guai e in ogni film tentano qualcosa per loro di inedito, complicato, difficile e audace. Il Mostro di St Pauli(al cinema dal 29 agosto) è stato questo per Fatih Akin, una montagna da scalare, un film complicatissimo e tecnicamente pazzesco, come non ne aveva mai realizzati prima.

La vera storia di un serial killer attivo ad Amburgo negli anni ‘70 è per lui il modo di andare molto vicino (paradossalmente) alla sua vita e di mostrare nel dettaglio abissi umani sconosciuti anche al cinema da festival, solitamente più attento a miserie, comportamenti abietti e al duro realismo della vita su questo pianeta. Il Mostro di St Pauli apre un nuovo confine, alza la barra di ciò che il cinema è in grado di raccontare.

L’avevamo recensito dalla Berlinale dove non fu certo accolto con un plebiscito anzi! La durezza delle scelte, il granitico senso di repulsione cui il film mira e la bravura di Akin nel creare un mondo terribile gli hanno attirato molte critiche.
L’abbiamo sentito in questi giorni al telefono (era appena tornato da una vacanza in Toscana), mentre sta scrivendo una miniserie su Marlene Dietrich con Diane Kruger, per capire come è nato da dove è venuto e cosa ha richiesto girare un simile film. Ma prima di tutto:

Te l’aspettavi quel tipo di reazione alla premiere? Così dura?

“Quello che mi proponi è un interrogativo filosofico. Che film dovrei fare? Mi devo chiedere se il film che sto facendo farà soldi o sarà un successo? Io poi sono anche produttore e queste domande un po’ me le faccio ma alla fine cerco di non giudicare quando scelgo che film fare. In questo caso la voglia e il bisogno di farlo erano forti, non ho pensato troppo alla reazione che ci sarebbe stata. Tanto poi alla fine sbaglio sempre. Pensavo che Il Padre sarebbe stato un grande successo e invece che La Sposa Turca sarebbe rimasto un piccolo film che interessava solo a me. La mia esperienza mi ha insegnato a non pensare a come sarà un film. Lo faccio perché devo, sono fatto così”.

E ce l’hai messa tutta per farne un film radicale. La creazione del bar, il bar in cui il killer pesca le sue vittime (il cui nome dà il titolo al film in originale), quel ricettacolo di disperazione e bassissima umanità, è una vera conquista, come hai fatto?

“Sì il bar è stata una vera sfida. Pensa che l’idea originale era di imitare Robert Altman, perché in un bar accadono tante cose nello stesso momento e io volevo raffigurare questo. Mi sono guardato tantissimi film di Altman, da M.A.S.H. in giù e mi sono studiato bene il suo sound design dei dialoghi. Ho cercato proprio di dirigerlo perché venisse come nei suoi film ma era il caos. Nel senso che dopo due giorni di riprese eravamo nella confusione più totale. La segretaria di edizione stava impazzendo e io non avevo realizzato che se hai tantissimi dialoghi tutti insieme li devi scrivere tutti, quindi non facevo che scrivere dialoghi in ogni pausa. Era così un caos che abbiamo dovuto smettere e abbandonare quel tipo di lavorazione. Davvero non so come facesse Altman. Alla fine però è rimasta l’idea di creare quell’atmosfera, tante persone, tanti attori con ritmi diversi e qualità diversa nella stessa scena, è stata una cosa davvero difficile e faticosa. Se non altro quando i veri proprietari del bar hanno visto il film hanno detto che sembra di stare lì”.

Hai parlato di sound design dei dialoghi ma in realtà è il sound design del film tutto, specie della violenza, ad essere pazzesco. La prima scena è un vero delirio di suono, non vediamo molto ma capiamo tutto quello di allucinante che sta succedendo. Anche lì hai lavorato diversamente dal solito?

“Ho guardato molti film horror. Horror convenzionali eh, come quelli Blumhouse o New Line tipo L’Evocazione. In genere li guardo per rilassarmi e so quindi bene che il loro sound design è fantastico. In quei film la creazione di tensione e orrore sta tutta nel suono, così ho pensato che se fossi riuscito a usare quel sound design dei film americani e tradurlo per il cinema arthouse europeo mi avrebbe aiutato a raccontare cose che non posso mostrare ma che tutti penseranno di aver visto. In un certo senso questo film è stata una vera esperienza tecnica, e quindi importantissimo per me”

Di film sui serial killer ne abbiamo visti. Anche realmente esistiti. E nessuno è così radicale. Si capisce che una messa in scena simile era il punto del film, anche prima della storia raccontata. Cosa ti ha spinto in quella direzione?

“Innanzitutto ho amato il libro da cui è tratto [Der Goldene Handschuh di Heinz Strunk ndr]. È un libro alla fine sulla mia città [Amburgo ndr] e sul quartiere in cui sono cresciuto [St. Pauli ndr] e su quel bar, su un alcolizzato, un’anima persa. Qualcuno doveva farne un film a tutti i costi, anche perché ne hanno tratta una pièce teatrale che era davvero davvero innocua e pulita, da cui erano stati rimossi tutti gli elementi estremi. Ecco io volevo il contrario, stare vicino al libro, perchè questo mondo in fondo mi è vicino, ho un legame con tutto questo. Del resto il protagonista di La Sposa Turca potrebbe essere un cliente di quel bar ma anche il padre di Ai Confini Del Paradiso potrebbe esserlo. È un mondo che non è lontano da me. Dall’altra parte il libro era una sfida, fare un film così è una gara sportiva è come fare free climbing, ti chiedi se sarai in grado, se potrai portare questa violenza sullo schermo senza mostrarla effettivamente. Come posso mostrare il passaggio in cui dice “strozza una donna mentre viene nei suoi pantaloni”?”

Eppure la cosa incredibile è che cerchi di rappresentare il peggio del peggio, gli abissi umani più terribili di una persona ignobile ma con l’obiettivo di piantare un seme di umanità, anche in un essere così abietto…

“Credo che queste persone malate appartengano alla nostra società e noi come sani abbiamo una certa responsabilità nei loro confronti. Ad essere onesto la maniera in cui il giudice l’ha trattato, non mandandolo in prigione ma in un manicomio, in un certo senso credo sia stata la maniera migliore per gestirlo. La cosa non è presente nel film perché ad un certo punto dovevo finirlo e non c’era tempo ma penso che l’opposto, ucciderli, sia nazista”.

L’appartamento di Fritz, il killer, gioca un ruolo fondamentale nella generazione di repulsione, è un luogo terribile, e addirittura alla fine dalle foto di cronaca vediamo che era esattamente come l’hai rappresentato!

“Non solo, pensa che quello che abbiamo costruito per il film era più grande di quello reale! Ed era un cruccio per me e il mio scenografo, già dai primi giornalieri ci sembrava eccessivamente ampio. Avevo voglia di ricominciare tutto da capo ma poi abbiamo deciso di rimpicciolirlo un po’ di più in ogni scena”.

Fritz è un individuo allucinante, terribile, malato e quasi incomprensibile, eppure la forza del film è che a metà c’è un momento in cui quasi sembra poter essere normale, una paradossale via d’uscita che dà un’anima pazzesca alla sua parabola. Era una cosa presente anche nel libro?

“Sì. Sai abbiamo tutti alti e bassi, e i personaggi che ti paiono cattivi poi davvero non è detto che lo siano o almeno non sempre. Forse è questo il prossimo passo per me, liberarmi definitivamente di questo dualismo tra buono e cattivo, per arrivare a rappresentarli come la stessa cosa. In quel momento a metà a film c’è l’opportunità di mostrare tutto ciò e non è facile. Quando hai un personaggio simile, devi rimuovere qualsiasi dettaglio lo possa avvicinare al pubblico o con il quale il pubblico si possa identificare. È una persona malata e non c’è nulla con cui identificarsi, eppure è umano. Quando decide di non bere più, perché non è costruttivo ma decostruttivo, possiamo identificarci con la decisione e la maniera in cui paradossalmente si avvicina al pubblico mi affascina. È la parte più tenera e la più tragica della storia”.

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