Qualche settimana fa, in occasione del Lake Como Film Festival al quale ha partecipato come ospite internazionale d’onore, abbiamo avuto l’opportunità di realizzare un’intervista con Andy Serkis, celebrato attore di film come Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit, King Kong e la trilogia del Pianeta delle Scimmie, e regista di Breathe e Mowgli – il Figlio della Giungla. Abbiamo parlato a ruota libera della sua carriera, della recitazione in performance capture e dell’esperienza da regista, e questo poche ore prima che venisse confermato alla guida del sequel di Venom, film molto importante per la Sony ora che Spider-Man è slegato dalla produzione dei Marvel Studios).

Ecco quindi la nostra intervista con Andy Serkis:

Avevo circa 17 anni quando andai a Torino a un incontro con Gino Acevedo: stava mostrando a una convention dedicata agli effetti visivi una maquette di Gollum. Ero molto appassionato del libro e dei film del Signore degli Anelli, e fu un’occasione unica per scoprire il processo creativo dietro a quello straordinario personaggio. Pochi anni più tardi, insieme ad alcuni amici, fondammo un sito chiamato BadTaste che ora compie 15 anni. Ovviamente è in onore di Peter Jackson. E ora è diventato uno dei siti più importanti d’Italia tra quelli dedicati al cinema e all’intrattenimento…

Fantastico, congratulazioni, davvero!

Quindi capisci bene il motivo per cui non posso non chiederti un’opinione sulla nuova serie tv di Amazon. Nonostante tu non sia coinvolto nel progetto, volevo avere un tuo parere sulla possibilità che venga girato in Nuova Zelanda. Qualche settimana fa è stato rivelato che la produzione avrà base ad Auckland. So che conosci benissimo quella terra: oltre ad aver recitato nell’esalogia di Peter Jackson, sei anche stato regista della seconda unità dello Hobbit e hai avuto modo di lavorare a stretto contatto con l’industria cinematografica locale. Cosa ne pensi di questa notizia? I fan senza dubbio sono felici.

La Nuova Zelanda ormai è sinonimo di Terra di Mezzo. È perfetta, è come se Tolkien avesse scritto con la Nuova Zelanda in testa. In realtà, il Drakensberg in Sud Africa è stata una delle sue principali ispirazioni. Ci sono tante somiglianze, pensa tra l’altro che ho girato parte del mio primo film, Breathe, sul Drakensberg. Detto questo, sono molto felice che facciano questa serie, soprattutto il fatto che esplori la “preistoria” del Signore degli Anelli.

La Seconda Era, sì.

Esatto, penso che a livello di produzione vera e propria sia stato coinvolto il Weta Workshop?

Al momento non è stato ancora annunciato nulla di ufficiale…

Ah ecco, beh onestamente non so cosa stiano facendo, quello che posso dire è che sarebbe fantastico se li coinvolgessero perché hanno l’esperienza giusta. E ambientare la serie in Nuova Zelanda creerebbe dei parallelismi visivi con un mondo che è apprezzato veramente da tutto il pianeta.

Parliamo della tua carriera. Ovviamente sei entrato nella storia come attore di motion capture, oltre che come attore live action, ma ormai da diverso tempo hai iniziato anche a lavorare come produttore e regista, recentemente di Mowgli: il Figlio della Giungla [nota: l’intervista è stata fatta pochi giorni prima che venisse annunciato il coinvolgimento di Serkis come regista del sequel di Venom]. Che ruolo ha avuto Peter Jackson in tutto questo? Sei stato regista di seconda unità nella trilogia dello Hobbit, una produzione colossale e molto difficile: che esperienza è stata per te stare “dall’altra parte”?

Dunque, era il 2011 e stavamo fondando The Imaginarium: l’obiettivo era creare uno studio di performance capture per ideare personaggi digitali concentrandosi sull’aspetto creativo oltre che su quello tecnologico, un luogo dove si potessero creare personaggi insieme a registi, sceneggiatori, animatori, attori, da utilizzare nei nostri film o in altre produzioni. Non si tratta solo di una casa di produzione, ma anche una IP Company, un’azienda che crea e gestisce proprietà intellettuali: tutto perché volevo perseguire la carriera da regista. Era tutto pronto, e proprio mentre stavamo per lanciare l’attività… Peter Jackson mi mandò un’email dicendomi: “vorremmo affidarti la regia della seconda unità dello Hobbit”. Ero convinto che il mio primo film sarebbe stata una piccola opera, con un piccolo cast in due o tre location. Invece la mia prima esperienza come regista è stata sul set dello Hobbit: mi sono ritrovato in Nuova Zelanda a girare per 200 giorni, con una delle troupe più immense e complesse che abbia mai visto, riprendendo a 48 fotogrammi al secondo in 3D nativo… con un cast gigantesco che passava dalla prima alla seconda unità, in location sparse per tutto il Paese. Ovviamente è stata un’occasione straordinaria per imparare, una vera e propria esperienza formativa. E questo anche e soprattutto grazie a Peter, che sia come professionista che come essere umano è una persona molto generosa, condivide sempre volentieri il suo sapere. Sapeva che volevo fare il regista e mi ha proposto di sfruttare quest’esperienza per imparare. Gli sarò sempre grato per avermi dato questa possibilità.

Ha fatto la stessa cosa con Christian Rivers, che è cresciuto letteralmente sul set dei suoi film…

Sì, e poi ha diretto Macchine Mortali. Quando vede la stessa sua passione in qualcuno, lo aiuta come può a trovare la sua strada, è veramente generoso.

Andy Serkis - Foto © Andrea Francesco Berni

Andy Serkis – Foto © Andrea Francesco Berni

Tornando all’inizio della tua carriera, ricordo quando vi fu la campagna per darti la possibilità di essere nominato come miglior attore non protagonista per il tuo lavoro come Gollum. Una campagna che è tornata in voga poi con King Kong e con Il Pianeta delle Scimmie. Qualche giorno fa è uscito il trailer di un musical, Cats, in cui i protagonisti recitano in performance capture.

Sì, ho presente, l’ho visto.

I musical sono molto popolari presso l’Academy, e il regista e il cast sembrano gridare “Oscar”. Ovviamente non è detto che il film diventi protagonista della corsa agli Oscar, ma se capitasse, se Jennifer Hudson o Francesca Hayward venissero nominate… come ti sentiresti? Pensi sia arrivato il momento?

Guarda, la percezione di cos’è il performance capture è cambiata moltissimo da quando ho iniziato. I primi anni, le persone non capivano qual era realmente il mio apporto alla creazione di un personaggio digitale. Ancora oggi, ogni tanto qualcuno mi chiede: “Sei tu che hai interpretato Gollum? Eri il suo doppiatore?” C’è ancora un po’ di ignoranza, ma all’interno dell’industria il performance capture è diventato uno strumento fondamentale in tantissimi film. Tutte le aziende che si occupano di effetti visivi ormai sanno come funziona.

Ci è voluto molto tempo, e a un certo punto si è parlato di creare una categoria speciale dedicata agli attori in performance capture, ma non sono mai stato d’accordo. Il modo in cui si crea l’interpretazione è lo stesso identico, non si fa nulla di diverso dalla recitazione “convenzionale”. Quando giro delle scene con una cinepresa a pochi metri da me, recitando come Cesare o Gollum, non faccio nulla di diverso da quello che faccio quando recito come personaggio in carne e ossa in un film, o sul palco di un teatro. Incarno un personaggio e lo restituisco. Penso che sia la cosa più importante di tutte: ci sono premi di categoria degli effetti visivi dedicati proprio al performance capture, premi che riconoscono l’impegno e il lavoro degli animatori e dei tecnici nel tramutare l’interpretazione di un attore in un personaggio digitale. Ma quello che faccio io è pura recitazione, quindi non credo a una categoria speciale agli Oscar. Poi c’è l’obiezione sul fatto che gli animatori possono cambiare l’interpretazione dell’attore… certo, è possibile, ma qualsiasi cosa può avere un impatto sull’interpretazione dell’attore e su come viene trasmessa allo spettatore…

Anche l’illuminazione e la correzione digitale del colore, basti pensare a pellicole come Sin City.

Esatto. La musica, l’illuminazione, la scelta delle inquadrature… tutto contribuisce a veicolare l’interpretazione degli attori, e non è un caso se si dice che il cinema è basato sulla collaborazione di più artisti. La recitazione è solo una parte (anche se centrale) del processo cinematografico. Comunque anche quest’obiezione è meno popolare oggi, l’industria si sta rendendo conto sempre di più del fatto che la fedeltà alla recitazione dell’attore è totale, l’interpretazione viene restituita intatta quando viene trasformata nel suo avatar. Quindi, per rispondere alla tua domanda iniziale, sarei molto contento.

Recentemente ho visto Il Re Leone, e ovviamente il nuovo dibattito è se il film debba essere considerato live action (visto il livello di fotorealismo e la produzione virtuale adottata dal regista) o animazione, anche se a livello tecnico si tratta di animazione. Nel caso di questa pellicola, il regista ha adottato un approccio quasi documentaristico, scegliendo di mantenersi il più realistico possibile anche nelle reazioni degli animali. In Mowgli hai fatto quasi l’opposto: hai creato degli animali in parte antropomorfi nelle loro espressioni. Cosa pensi di questo argomento? Il performance capture restituisce un’interpretazione realistica su una creatura digitale, ma quand’è che si preferisce creare qualcosa di meno realistico ma più espressivo?

Lo scopo principale del performance capture è favorire l’interazione espressiva tra un attore in carne e ossa e un avatar digitale, quindi tra personaggi reali e personaggi generati al computer, oppure proprio tra personaggi digitali. Non deve esserci per forza una traduzione diretta della fisionomia dell’attore, ma deve esserci qualcosa, nel design, che favorisca quest’interazione. Abbiamo dedicato tantissimo tempo alla progettazione dei personaggi di Mowgli per cercare un equilibrio tra l’animale vero, Bagheera, e l’interpretazione di Christian Bale. Altrimenti ha più senso coinvolgere Christian Bale solo come doppiatore. Il realismo completo è una scelta creativa, io ho amato sia Il Libro della Giungla che Il Re Leone, Jon Favreau ha preferito utilizzare uno stile documentaristico e fotorealistico ma personalmente ho bisogno di sentire l’interpretazione dell’attore, l’animale deve emanare la voce dell’interprete, emettere il suo fiato. Secondo me è il modo migliore per generare il tipo di emozione che mi interessa in un film. Anche gli occhi sono importantissimi: abbiamo scelto di restituire il più possibile gli occhi degli attori che interpretano i nostri personaggi.

E infatti c’è una scena importantissima, nel film, in cui vediamo gli occhi di un personaggio “spegnersi”…

È anche uno dei motivi per cui ho scelto di fare moltissimi primi piani in Mowgli. Il mio approccio è stato quello di una storia drammatica tra gli animali, quindi ho voluto mettere gli animali al centro dell’inquadratura, non lo spettacolo che li circonda. Molte scene coinvolgono primi piani tra i personaggi, in un modo simile a quello con cui Matt Reeves ha raccontato la storia del Pianeta delle Scimmie.