QUELLA CHE STATE PER LEGGERE È UN’ANALISI PIENA DI SPOILER SU C’ERA UNA VOLTA A HOLLYWOOD. LA NOSTRA RECENSIONE SPOILER-FREE INVECE È QUI

Nella villa accanto a quella di Rick Dalton, attore di telefilm western e villain di poco conto per produzioni di poco migliori, sono venuti a vivere Sharon Tate e Roman Polanski. Nella Hollywood del 1969 il massimo del cinema nuovo e modaiolo convive a pochi metri da un esponente delle produzioni televisive sbrigative. Rick Dalton è affascinato da loro e sogna di conoscerli, di essere invitato nel loro salotto per fare il salto di qualità, ma non accadrà, perché per tutto C’Era Una Volta a… Hollywood lui rimarrà inevitabilmente un Ralph Meeker, cioè uno di quegli attori che sembravano poter essere qualcuno negli anni ’60, che potevano fare lo stesso salto che riuscì a Steve McQueen dalle produzioni scarse a quelle prestigiose, e invece è stato travolto dai cambiamenti della nuova Hollywood di Dennis Hopper e gli altri hippie rimanendo invischiato in produzioni di serie B.

La grande costruzione di Quentin Tarantino è veramente ciò che nessuno racconta mai: come l’industria in un dato momento storico (che tuttavia è allegoria di tutti gli altri in cui accadeva lo stesso) fosse fondata tanto sulle produzioni da poco che su quelle potenti e di grandissima eco, cosa si agitasse sotto a Rosemary’s Baby o ai film con Dean Martin.

In C’Era Una Volta a… Hollywood Sharon Tate è una presenza eterea e quasi fantasmatica, impalpabile e priva di un proprio arco narrativo vero e proprio perché la Hollywood che più sta a cuore Tarantino, come sappiamo da tempo, è l’altra: quella di serie B. Nel momento in cui ricostruisce l’industria del 1969 non riesce a non guardare agli attori da poco, agli stuntmen e agli spaghetti western. Le attrici come Sharon Tate sono, da quel punto di vista, un sogno. E forse il momento in cui tutti i personaggi sono più coinvolti è quello in cui fanno qualcosa che oggi non esiste più, tutti corrono a casa a una data ora per vedere un telefilm! Il tipico “momento di piacere” che non manca mai nei film di Tarantino ha questa volta luogo in poltrona davanti alla tv.

Il grande senso della sua Hollywood sta tutto nella bellissima scena in cui Rick Dalton, in una pausa di lavorazione da un film che non farebbe per lui ma che si è rassegnato a girare (uno in cui addirittura è tutto mascherato e “Come farà il pubblico a capire che sono io!?!”) l’attrice bambina con una professionalità superiore alla sua, già method actress, gli chiede cosa stia leggendo. In quel momento ad essere messo in scena è il potere profondo di film, telefilm e romanzetti di genere (le “pulp fiction” nel senso stretto del termine).

Rick racconta la trama del romanzo, molto semplice e tipica, con la sufficienza di chi sa che non è niente di che e mentre lo fa è evidente a noi come per la prima volta anche a lui che lì in quelle dinamiche west c’è una perfetta rappresentazione dei sentimenti e dei contrasti che sta vivendo nella sua vita. E si commuove. Ciò che ci parla di noi non è solo ciò che lo fa direttamente ma anche ciò che lo fa andando alla radice e affrontando temi universali in modi spicci e brutali. Non esiste una sola strada per rappresentarci.

Tarantino ha cercato di farlo per tutta la sua carriera: lavorare sulla materia bassa per mostrare a tutti come possa essere alta, che in fondo è solo una questione di sguardo e come ci si approccia. Guardando attraverso i suoi occhi i polizieschi di poco conto, i film di arti marziali dozzinali, i western sgualciti ma anche i poliziotteschi, i film di samurai e via dicendo ci appaiono Kill Bill, Pulp Fiction e The Hateful Eight. C’era una volta a… Hollywood, per la prima volta, non fa questo, non è mai un film che lavora su trame, intrecci e incastri di serie B. Anzi: è un period movie in piena regola che ha pochissimo del cinema di genere e tutto di Effetto Notte o Model Shop, i film sul cinema. Tranne che nell’ultima parte.

Con rigore e una metafora sottilissima quel che accade nel sogno ad occhi aperti di Tarantino (come sottolinea lo score e in fondo anche il titolo) è che nella realtà si materializzi quel che è vero nel business cioè che la serie B (interpretata da Rick Dalton) salvi la serie A (interpretata da Sharon Tate). Per un errore gli emissari di Manson non si presentano dal delicato angelo gravido ma dall’attore pronto a tutto che ha nel casotto degli attrezzi un lanciafiamme e che convive con il suo stuntman ex-militare che, forse, ha ucciso sua moglie. Tutta un’altra pasta. Ci penserà quindi la serie B (con la tipica arma da B movie, un lanciafiamme!) a salvare il cinema più alto e con i suoi modi duri e spicci, una carneficina.

Per qualsiasi altro regista o film il momento in cui Rick Dalton brucia uno dei possibili assassini sarebbe stato il tipico caso di vita e arte che si imitano, un discorso fondato sul finire a credere di essere quel che si è recitato. Invece no. Per Quentin Tarantino non è niente di tutto ciò (ed è parte della sua forza da sempre, ribaltare le aspettative, rileggere dinamiche che crediamo di conoscere), è semmai la rappresentazione di quella dinamica nota a tutti per la quale è la massa di film in cui recitano persone come Rick Dalton, quelli che si sporcano le mani con lanciafiamme e cattivoni arsi vivi, che sorreggono e tengono in piedi i film di Sharon Tate e Roman Polanski.

Uno dei molti sensi di questa ode pazzesca del cinema di serie B fatta tramite un suo attore in crisi, che odia gli spaghetti western cui deve partecipare e non capisce la rivoluzione che Dennis Hopper ha portato, è quel rapporto sbilanciato di sostegno e aspirazione che ha sempre legato le due forme di produzione. Non c’è nemmeno bisogno di precisare dove batta il cuore di Tarantino. Ama senza se e senza ma i grandi film, ma ha una tenerezza, un’affezione e una vicinanza senza paragone per i piccoli. E per una volta vuole fare la contro-storia del cinema, raccontare chi nessuno sa raccontare e dargli la grandezza di Brad Pitt e Leonardo DiCaprio. Per una volta gli attori e un cineasta (lui) di serie A faranno qualcosa per il cinema di serie B, cercheranno di dargli il credito la mitologia e l’epica che meritano.

Di nuovo Tarantino, come ogni grande regista, vuole farci vedere il mondo e le sue dinamiche attraverso altri occhi. I suoi.

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