Dallo Spirito al Capitale

Per l’Hegel della Fenomenologia dello Spirito il padrone è divenuto tale perché ha rischiato la sua vita sottomettendo dunque il servo più fifone (è l’immagine del cavaliere e dello scudiero) ma il servo, si badi bene, attraverso il lavoro compiuto presso il padrone si fortifica, diventa più autonomo, non distrugge la proprietà del padrone ma la cambia rendendosi indispensabile e rovesciando di fatto i ruoli. Film di riferimento: Il Servo (1963) di Joseph Losey con sceneggiatura allusiva di un giovane Harold Pinter da romanzo più esplicito sessualmente di Robin Maugham. Per Hegel la faccenda non era politica, mentre per Marx sì. Il teorico del comunismo legge Hegel, si esalta e porta le categorie dello spirito dentro il conflitto di classe. Si può rovesciare la situazione: chi ha deciso che il servo debba rimanere servo e il padrone eternamente padrone? Attraverso la rivoluzione, i ruoli vengano cancellati dalla dittatura del proletariato.

Da Losey a Fellowes

Julian Fellowes è più hegeliano che marxista. Egli vede nella dinamica servo-padrone una condizione dello spirito più che politica. Più psicologico che sociologico. Spieghiamoci meglio: c’è una scena nel suo film di riferimento Il Servo (1963) di Losey emblematica in questo senso. Il domestico (servant, in inglese) Barrett è già arrivato a casa del padrone Tony (un borghese conquistatore di mondi come Africa e America del Sud ma non nobile) nel momento in cui noi vediamo in un caffè Tony incontrare la sua fidanzata Susan, la quale odia Barrett già da un po’ e vorrebbe che il suo uomo lo licenziasse. In questo caffè (una delle poche scene in cui vediamo i personaggi protagonisti del film in società e non chiusi in casa), la macchina da presa di Losey e la penna acuta di Pinter ci mostrano in pochi minuti, in una grande sala dove le coppie sono sedute ai tavolini, altre dinamiche servo-padrone attorno a Tony e Susan. Sono: 1) una madre inquisitoria (padrona) e una figlia rimproverata (serva) + un vescovo prepotente (è Patrick Magee, lo scrittore aggredito nella sua magione dai drughi di Arancia Meccanica) e il suo sottomesso assistente. Il regista ci vuole dire che quel binomio è ovunque, nelle famiglie borghesi, tra uomini e donne, dentro la chiesa anglicana. Fellowes è d’accordo perché adora il concetto di bambole russe con binomi servo-padrone disseminati ovunque, dentro le stanze al pianterreno dei servi e nei piani altolocati dei padroni. Gosford Park (2001) è il suo primo esperimento vincente in questo senso. Per trasformare, come sempre si deve fare, un’idea astratta in quello che un tempo chiamavamo grande cinema ha bisogno di dare un corpo allo spirito. Un corpo? Meglio 16: Eileen Atkins, Bob Balaban, Alan Bates, Charles Dance, Stephen Fry, Michael Gambon, Richard E. Grant, Derek Jacobi, Kelly Macdonald, Helen Mirren, Jeremy Northam, Clive Owen, Ryan Phillippe, Maggie Smith, Kristin Scott Thomas, Emily Watson. Li elenchiamo tutti per farvi capire quanto la portata del cast sia necessaria per l’obiettivo scelto. Dopo di loro va assunto un regista amante della polifonia, capace di dare spessore a 8-10 personaggi a film. Il suo nome, all’epoca, era ancora quello di Robert Altman. Il resto lo sapete già. Dinamiche servo-padrone a bambole russe, tra il primo piano e la mansarda, americani e inglesi, vittime e assassini (c’è un giallo alla Agatha Christie), nel 1932, in una tenuta inglese di nome Gosford Park. Fellowes vince l’Oscar per la sceneggiatura mentre il poliedrico cast con le sue origini peculiari è la forma perfetta che prende la sua idea chiarissima su carta. Hanno scelto i ragazzacci di Trainspotting (Macdonald), aspiranti 007 (Northam, Owen), inglesi lanciate da dogmatici scandinavi (Watson), geni nati scespiriani poi da Oscar (Jacobi, Smith, Mirren, Atkins), star del free cinema britannico dei primi ’60 (Bates), beniamini dei ’90 (Scott-Thomas, Fry), imberbi star del teen movie Usa (Philippe), idoli del bistrattato cinema inglese degli ’80 (Grant), arguti americani tra Woody Allen e Wes Anderson (Balaban). Insomma ci sono tutti e tutti ci sguazzano nel rapporto servo-padrone.

Da Gosford Park a Downton Abbey

Dopo l’Oscar tutto cambia. Lo sappiamo. Autocoscienza (per citare Hegel) e contrattoni dall’esterno. Diventi un marchio. Puoi fossilizzarti. Julian Fellowes, ex attore che scriveva romanzetti rosa firmandosi Rebecca Greville, sfrutta il momento ed esordisce alla regia con Un giorno per sbaglio (2005), adattando un romanzo anni ’50 di Nigel Balchin. C’è una trama gialla, poi uno sviluppo thriller ma soprattutto una domestica più fedele ai padroni che non alla giustizia. Emerge un triangolo sentimentale che non finisce nel sangue dell’amor fou bensì trionfa nella pacatezza anglosassone come lo struggente Fine di una storia (1999) di Neil Jordan. Il marito è Tom Wilkinson, la moglie Emily Watson e l’amante Ruper Everett. Buon film. Poi arriva una mezza follia come seconda regia ovvero il viaggio nel tempo tra segreti e scandali di una casata inglese con occhio all’avventura per ragazzini ma ambientata negli anni ’40 del ‘900. Si intitola Il Segreto di Green Knowe – From Time to Time (2009) e Fellowes dopo l’esperienza non proprio brillante decide di abbandonare al momento la sedia di director per un nuovo progetto che lo vede in veste di sceneggiatore e showrunner. Downton Abbey arriva in un momento in cui siamo tornati ad innamorarci del sangue blu. Dai tempi del successo di The Queen (2006) di Frears da sceneggiatura di Peter Morgan, i reali sono diventati una realtà che piace da morire ma non più in chiave kolossal drammatica come nel dittico Elizabeth con Cate Blanchett bensì come un calmo approdo soap in un mondo democratico fortemente in crisi. Ovunque regna il caos, la crisi economica del 2008 pare infinita, i politici borghesi risultano spesso indegni mentre loro, i reali, in questo momento di insoddisfazione democratica dell’Occidente appaiono una delle poche certezze e verità rassicuranti, risultando pure drammaticamente simpatici nelle loro dorate prigioni anacronistiche perché in fondo non possiamo certo attribuire più a loro le colpe del mondo. È come se la dinamica servo-padrone si riproducesse tra noi spettatori (servi) e i reali (padroni) dentro lo schermo perché invidiamo la loro serenità psicologica, benessere economico infinito e totale mancanza di responsabilità politica nei confronti di dolori e ingiustizie dentro l’umanità. Fellowes percepisce tutto ciò e va dritto allo scopo raccontando la casata nobiliare dei Crawley tra le due guerre del ‘900 (spostando leggermente indietro il periodo del successone Gosford Park) continuando a dirci che siamo tutti servi, e padroni, a seconda delle circostanze più che in base al rigido classismo.

Da serie a film

Non cambia poi molto. Il film attualmente nelle nostre sale sembra uno speciale di Natale da due ore che abbiamo  visto nel corso delle passate stagioni partite 9 anni fa. Nessuno si aspettava un simile successo in quel fatidico 2010. In quell’anno si registra un momento di forte ritorno inglese nel racconto seriale. Spopolano Downton Abbey, il nuovo Sherlock Holmes di Benedict Cumberbatch e un anno dopo sarebbe arrivato il geniale Black Mirror di Charlie Brooker. Interessante che Downton Abbey venga subito citato nel primo episodio di Black Mirror, quello in cui viene ricordato brutalmente al Primo Ministro inglese quanto lui sia molto più sacrificabile rispetto a una reale inglese. E tutto torna. Potevano dunque fermarsi Fellowes & Co., dopo essere stati citati anche in Iron Man 3 (2013) ed avere fan come Michelle Obama e Mick Jagger, dopo 52 episodi, 6 stagioni, 3 Golden Globe e 15 Emmy? E perché mai? Eccoci dunque tornare nel maniero di Robert e Cora Crawley, Inghilterra del 1927, mentre Giorgio V e la Regina Maria arrivano in visita. Il paziente Robert è il settimo Duca di Grantham e Visconte di Downton. Confesserà alla moglie Cora di quanto sia sinceramente eccitato che Sua Maestà venga in visita mostrando subito il rapporto gioioso servo-padrone tipico di Fellowes. Assisteremo ad amori, accenni di faide familiari, pure un attentato. Il maggiordomo omosessuale ex villain della serie (chiaro omaggio di Fellowes al Dirk Bogarde/Barrett del suo amato Il Servo) Thomas Barrow non è affatto alla ricerca di un avanzamento sociale e sentimentale di classe come nel film di Losey bensì, una volta ottenuta la posizione di Mr. Carson, al massimo spera di trovare al di fuori della casa Crawley una possibilità di amare ed essere amato senza il rischio di finire in prigione (l’omosessualità è un reato in Inghilterra fino al 1967). Con il vecchio rivale Mr. Carson, il giovane Barrow forma un’alleanza perfetta per sgominare i servi di Buckingham Palace, pronti, secondo lo schema Fellowes, a fare i padroni con i servi dei Crawley (molto divertente la rivalità tra i due gruppi). Delle storie proposteci dal film una delle più interessanti, in chiave politica, è la parabola di Thomas Branson, socialista repubblicano irlandese lesto a sventare un attentato ai danni di Giorgio V e pronto a dare degli ottimi consigli alla Principessa Maria, Contessa di Harewood. Lui è l’incarnazione perfetta della fine della conflittualità tra monarchia e repubblica. Poi c’è la vera diva: Violet Crawley, interpretata da Dama Maggie Smith (presente anche nel cast di Gosford Park) la quale non pensa, come mamma vedova di Robert, che machiavellico sia un aggettivo negativo, pronta com’è a ribadire sempre che lei non polemizza mai, al massimo “ti spiega”. Sarà coinvolta in una faida familiare nonché protagonista della rivelazione più drammatica verso la fine del film. Maggie Smith, ottantacinquenne il prossimo 28 dicembre, comunica ufficialmente la sua uscita dalla saga mentre Jim Carter, nei panni di Mr. Carson, si lancerà invece in una considerazione finale sul necessario futuro, fuori e dentro la rappresentazione scenica, dei Crawley.

Conclusioni

Cosa succederà? La natura del progetto, più del successo di questo film, potrebbe garantire un futuro al racconto dei Crawley andando avanti nel tempo dentro la Storia del ‘900. Chi arriverà dopo? Chi rimarrà? Come cambierà il rapporto nei confronti della casata da parte di nuovi soggetti sociali? Produttori, distributori e Fellowes non aspettano altro. Ricominceremo dalla scena del funerale di Violet Crawley poco più avanti nel tempo rispetto al contesto temporale del 1927? Ci avvicineremo alla timeline del 1932 di Gosford Park, da cui sostanzialmente partì tutto? Non lo sappiamo ma azzardiamo che entro poco tempo rivivremo queste atmosfere, controllando sempre se il rapporto tra domestici e altolocati sarà ancora così sereno o prenderà una piega più conflittuale come ne Il Servo di Losey.