La nostra analisi di Doctor Sleep, di Mike Flanagan, al cinema dal 31 ottobre.

Shining o anche luccicanza o aura

“Bravo,” fece Hallorann. Levò di tasca un grosso mazzo di chiavi e aprì il bagagliaio. “Tu irradi, ragazzo; più di chiunque altro abbia mai incontrato in vita mia,” disse, mentre sistemava le valigie. “E il prossimo gennaio compirò sessant’anni.”
“Come, come?”
“Hai una dote naturale,” spiegò Hallorann, voltandosi. “Io, l’ho sempre chiamata l’aura. La chiamava così anche mia nonna. Lei la possedeva. Quando ero un bambino, della tua età, ce ne stavamo seduti in cucina e facevamo chiacchierate interminabili senza bisogno di aprir bocca.”

2017 Giunti Editore

Una testa tra testi

Mike Flanagan è stato una testa pensante, e poi operante, tra testi. Non era facile. Si è trovato in mezzo al rapporto di adattamento tra uno degli horror cinematografici più belli e risonanti di sempre e uno degli scrittori horror più bravi e prolifici della Storia. Vuoi più bene a mamma o papà? Considerato poi che mamma (King) è viva e attenta a ciò che fai mentre papà (Kubrick) è morto… il test del compromesso tra testi era ancora più difficile da passare per lo studente Flanagan. Il formidabile scrittore horror autore di un libro del 1977 intitolato in versione originale The Shining (Stephen King) non amava ciò che il bravo regista (Stanley Kubrick) aveva tratto dal testo con il suo film del 1980, sempre denominato The Shining. Si era anche impegnato, lo scrittore, a produrre un nuovo prodotto audiovisivo, per la tv, nel 1997 che potesse rappresentare ciò che lui avrebbe preferito che fosse, in immagini in movimento, il suo The Shining rispetto a quell’alienante pellicola del 1980. Non ebbe particolarmente successo, anzi fu sbeffeggiato nonostante la vittoria di due Emmy. Il film di Kubrick era entrato da tempo nell’immaginario collettivo e non ci pensava neanche un po’ di cedere il passo a qualcos’altro. Quando Mike Flanagan si è trovato a dover adattare il sequel del libro The Shining, intitolato Doctor Sleep e scritto da King nel 2013, in un film Warner di largo consumo da distribuire nelle sale di tutto il mondo del 2019 ha avuto a che fare con la presenza di mamma e il ricordo di papà. Le immagini del regista erano entrate nella testa di mezzo mondo ma non piacevano allo scrittore. Che fare? E se poi Flanagan avesse scelto di recuperare le immagini di papà e rifarsi artisticamente ad esse… sarebbe riuscito a superare la nostra, e di mamma, diffidenza? Avrebbe retto il confronto il suo Doctor Sleep con un capolavoro del cinema come The Shining così indelebile da essere citato con decisione da Steven Spielberg in un kolossal di fantascienza del 2018 intitolato Ready Player One? Bell’affare. Dopo la visione, dal nostro punto di vista, possiamo dire che Flanagan è degno di vincere, se non un Oscar, il Premio Diplomazia 2019 perché non solo il suo Doctor Sleep è pienamente kinghiano ma anche realmente kubrickiano, soprattutto in una scena meravigliosa di dialogo che arriva verso la fine del film.
Ma di cosa stiamo parlando?

Cattiva in the Hat

Non è il gatto del Dr. Seuss ma la cattiva del Dr. King la regina incontrastata di Doctor Sleep. Rose O’Hara anche detta Rose The Hat (Rebecca Ferguson) è una quasi immortale gitana con cappello, treccine, spesso a piedi scalzi. In italiano è tradotta Rose Cilindro ed è uno di quei tipici mostri kinghiani superpop che Kubrick avrebbe trovato troppo kitsch come le siepi animate di The Shining libro che infatti si rifiutò anche solo di prendere in considerazione in termini di visualizzazione per il suo The Shining film. Rose guida un gruppo di nomadi mezzi vampiri, quasi immortali, che si nutrono del vapore che esce dalle bocche di chi possiede poteri particolari quali la luccicanza (the shining anche tradotto aura in italiano). Lo estraggono a forza da questi superdotati, che cercano incessantemente per tutti gli Stati Uniti d’America, quando i proprietari dell’aura hanno paura, soffrono o stanno semplicemente per schiattare. Questo vapore può essere inalato e consumato al momento o anche conservato in thermos fantascientifici (vorremmo conoscere chi li ha costruiti) per poi sfamare la tribù di cui Rose è a capo. Se non ci si nutre con costanza bye bye file chilometriche di camper in viaggio, falò in mezzo alla spiaggia e bivacchi nei boschi da parte di chi magari c’era già ai tempi dei gladiatori romani. Possono schiattare anche loro. Una delle tante qualità del film, assente nell’ultimo Terminator, è la perfetta descrizione dei punti deboli dei villain di cui noi spettatori percepiamo le possibili carenze contemporaneamente sentendoli più credibili e quindi reali. “Vivi a lungo e mangia bene” è il motto del clan di Rose. King è stato un cocainomane. Tante sue opere parlano di dipendenze. Doctor Sleep è una di queste. Flanagan, che di droga si è occupato molto bene nell’acclamata serie Hill House (il personaggio di Luke Crain), è bravissimo nel rappresentare visivamente il rapporto tossico tra vapore e gitani. E poi che bello entrare nel loro mondo di nomignoli e terminologie da Harry Potter vietato ai minori di 14 anni: forzante, Andi La Serpe, Nonno Smilzo (è interpretato da Carel Struycken, il gigante della prima stagione di Twin Peaks), “Tu stai cercando una BALENA” (ovvero un proprietario di aura così potente da poterci mangiare tu e il tuo clan per una vita come Melville insegna con balene tipo Moby Dick), Osservatore, Papà Corvo (il vice di Rose che lei prova ogni tanto a sedurre se vuole convincerlo di qualcosa ma lui non ci casca mai), il Nodo (come loro definiscono il clan). Questi mostri intelligenti, prosaici, spietati, non scevri da sentimenti in relazione al benessere del clan entreranno in conflitto con Danny Torrance, il bambino di The Shining libro e film ora quarantenne, e in più con una ragazzina di colore dotata di luccicanza o aura. Lei si chiama Abra Stone, così potente da affascinare Rose anche per una questione di genere perché le ricorda lei da piccola.

Morti Diverse

Possono essere agli antipodi come le stagioni di una meravigliosa raccolta di racconti di Stephen King. Danny Torrance, arrivato a Frazier New Hampshire, ti aiuta a morire bene coadiuvato dal gatto Azzie. I due formano una coppia affiatata. Danny, diventato infermiere in un ospizio e aiutato a superare l’alcolismo dal nuovo amico Billy Freeman, si siede accanto al letto di chi sta per spirare e lo accompagna con dolcezza in un aldilà che per King esiste ed è popolato di fantasmi cattivi ma anche buoni. Flanagan, con classe e senza calcare troppo la mano, imposta gran parte del film su questa differenza di decessi tra i personaggi decenti del film (Danny & Co.) e quelli indecenti (Rose e il Nodo). In base a come moriamo, visualizza il regista capendo perfettamente la poetica di King, si capisce chi siamo stati in vita. Da una parte la serenità e dall’altra contorcimenti, dolore, urla e terrore. A noi decenti appartiene il culto dei morti (sia che siamo dei pagani come Antigone in Sofocle o cristiani come Stephen King) mentre a loro indecenti non interessa nulla di tutto ciò (stupendo Billy Freeman che dice sconvolto: “Non hanno nemmeno scavato a fondo… lo vedi dove sta?” parlando del corpo del piccolo giocatore di baseball trovato da lui e Danny, seppellito senza alcuna cura, o precauzione, dal Nodo). Altro momento chiave: Rose prova a rinfrancare Nonno Smilzo mentre lui sta morendo, dopo solo qualche secolo di vita, ricordandoci il monologo di Roy Batty in Blade Runner in termini di esperienze sovrumane (“Tu hai salutato i gladiatori romani. Tu non hai paura. Tu sei un Re, ti nutri di paura”). Il tentativo di Rose non sortisce alcun effetto e il vecchiaccio spilungone ci lascerà tra mille spasmi e atroci sofferenze. Questo è uno dei temi cardini del libro, riportato perfettamente da Flanagan nel suo bel film.

Parlare con papà

Per Flanagan vuol dire non eludere The Shining di Kubrick e non deludere chi ama The Shining di Kubrick. Non lo evita fin dai primi minuti attraverso tricicli, moquette geometriche, fantasmi, nuovi attori che ricordano quelli originali del 1980 senza il ringiovanimento digitale ma affidandosi a un nuovo cast assai azzeccato. Ma è una scena soprattutto ad averci colpito e affondato. Arriva verso la fine quando Danny, Abra e Rose arrivano all’Overlook per lo scontro decisivo. Danny riparla con suo padre dopo che, attraverso gli Alcolisti Anonimi, ha rielaborato le esperienze traumatiche di quell’inverno 1980 in Colorado in cui il genitore lo aveva inseguito brandendo un’ascia. Il piccolo Torrance aveva già accolto, accettato e perdonato il vecchio Torrance al termine di un meeting AA. Ora si tratta di affrontarlo dentro l’Overlook, in forma di fantasma cattivo, riproducendo uno dei tanti momenti di culto del capolavoro di Kubrick ovvero le chiacchierate tra Jack Nicholson e Philip Stone davanti a un bel bicchiere luminescente di Jack Daniels. C’è un bancone, la luce al neon bianca spietata kubrickiana (il film aveva avuto una fotografia molto calda e spirituale fino a quel momento) e una partita a scacchi crudele dove papà si spaccia per barman e cerca di istigare il figlio Danny a tornare a bere puntando sulla sua autocommiserazione (“Sembra che si approfittino di lei, signore”) fino alla celeberrima battuta: “Un uomo ci prova”. Guardate quanto è bravo Flanagan a ricordare Kubrick senza scimmiottarlo usando l’ex bambino di E.T. Henry Thomas in pose perfette senza copiare la recitazione di Jack Nicholson. È in questo momento di grande cinema che un giovane regista trova l’equilibrio perfetto tra committenti kinghiani e mito kubrickiano, facendo fare pace tra mamma e papà.

Conclusioni

Ci sono tanti elementi per convincerci del fatto che il film sia ottimo. La presunzione dei fantasmi dell’Overlook e dei mostri del Nodo (possiamo batterli solo sfruttando la loro arroganza), le tante morti di persone amate lungo la via verso la salvezza, ciò che perdiamo quando ci troviamo in queste situazioni allucinanti (nostro padre: sia per Danny che per la combattiva Abra Stone).
Infine l’insegnamento cruciale: è più importante morire bene che non vivere a lungo.

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