La nostra analisi di Star Wars – L’Ascesa di Skywalker, di J.J. Abrams, al cinema dal 19 dicembre.

Save the Children

“Non posso avere nemici con meno di sette anni” diceva George Bernard Shaw. Probabilmente Leia Organa sarebbe d’accordo. Si può crescere il figlio, o il nipote, del nemico dimenticando la sua origine e sperando che il codice genetico non influenzi la sfera morale? Guerre Stellari ci ha insegnato, tra le tante cose, che in quella galassia lontana lontana tutto è contemporaneamente molto secolarizzato e modificabile esteriormente fino a che non ti trovi a fronteggiare una situazione in cui qualcuno non si mette a parlare con te da una dimensione tutt’altro che concreta. Forse quello è il momento in cui ti rendi conto che non sei solo una cerca rottami del pianeta Jakku i cui genitori: “ti hanno venduta per comprarsi qualcosa da bere” come ti dice volendoti ferire quel ragazzo sbagliato di cui ti sei innamorata fin dal primo sguardo. J.J. Abrams, dopo i forti sospetti di natali non eroici da parte di Rey avanzati da Rian Johnson ne Gli Ultimi Jedi, torna in un certo senso alla tradizione con L’Ascesa di Skywalker attraverso due dei punti fondamentali della mitologia comparata dell’ispiratore Campbell legati alla figura archetipica dell’eroe ovvero 1) nascita misteriosa e 2) relazione complicata con la famiglia di origine. “I morti parlano!” è l’incipit del sommario di questo capitolo IX della saga Star Wars, iniziata da George Lucas nel 1977 con un ben più prosaico: “È un periodo di guerra civile” come frase introduttiva al testo da “scrollare” per il capitolo IV Una Nuova Speranza. All’epoca si giocò nell’interpretazione circa il fatto che Lucas avesse aperto il primo sommario del primo film della sua mitologia quasi rifacendosi allo scontro generazionale che fece da culla a Guerre Stellari dentro il mondo del cinema nordamericano, aperto dal successo commerciale di Easy Rider datato 1969. Da una parte i “movie brats” più o meno usciti anche dai college (come George Lucas) con Francis Ford Coppola come leader della resistenza a San Francisco e Lucas come suo luogotenente. Dall’altra i vecchi produttori distanti da quei giovani cineasti da idee politiche e gusti esistenziali agli antipodi rispetto ai vecchi capi dell’Impero hollywoodiano. Ora il sommario del capitolo IX si apre con la supremazia della metafisica sulla fisica e del passato sul presente. Possiamo liberarci, fuori e dentro lo schermo, della tradizione? Potranno superare Adam Driver, Daisy Ridley e Oscar Isaac i beniamini del progetto Mark Hamill, Carrie Fisher ed Harrison Ford? I morti a volte non si limitano a parlare ma anche a gironzolare e insegnare l’arte Jedi in questo film, vedi la Leia Organa di Carrie Fisher essere ancora presente ne L’Ascesa di Skywalker nonostante la morte dell’attrice datata 27 dicembre 2016. Ecco il tema centrale del film a un doppio livello di lettura: riusciranno i personaggi de L’Ascesa di Skywalker, e gli attori che li interpretano, a emanciparsi da un passato importante o rimarranno sempre schiacciati dai predecessori?

Fate l’amore e non la Guerra Stellare

Il cuore del film sono i momenti di duello romantico con collegamento non skype ma Skywalker tra Rey e Kylo Ren. Lui è l’eterno neo-cattivo che combatte per farsi male sognando fin da piccolo il Lato Oscuro della Forza e incollando i pezzi del suo elmo distrutto capace di farlo somigliare a Daffy Duck e auspicando la sconfitta del redivivo Imperatore, il quale gli comunica con un senso di sfottò nella voce: “Io sono già morto”. Kylo cerca disperatamente fin da Il Risveglio della Forza un mondo senza padri e madri ingombranti, superstar e pure sex symbol, come è successo a lui con Han Solo e Leia Organa. Infatti si è sempre rifatto allo zio maledetto, sfregiato, primo grande autolesionista Dart Vader. Rey, invece, è la neo-jedi che all’inizio de L’Ascesa di Skywalker si sta allenando con la leader della Resistenza Leia, la quale le dice: “Non dirmi come sembrano le cose, dimmi come sono”. Apparenze, illusioni, voci e volti che tornano dal passato. Che belli questi due giovani personaggi, e attori, immersi dentro un mondo di fantasmi sorretto nella sua onnipresenza dall’amore e rispetto di milioni di appassionati in tutto il mondo. Possono competere? Forse no. “I morti parlano!”, si scrive subito nel sommario, addirittura con il punto esclamativo. Quando Rey e Kylo si incontrano telepaticamente in uno spazio e tempo tutto loro, il film di Abrams diventa bellissimo, quasi erotico nel cambiamento di ritmo e nella rappresentazione del desiderio palpabile che si crea tra Kylo-Driver e Rey-Ridley tanto che abbiamo sempre più la sensazione, specie durante l’ultimo incontro tra le onde marine di Endor, che le due nuove star della mitopoietica lucasiana vogliano scappare insieme e abbandonare i rispettivi mentori e alleati per baciarsi. Insomma: fate l’amore e non la Guerra Stellare. Per mettere un pizzico di contatto fisico che non guasta il team de L’Ascesa di Skywalker usa attraverso il potere taumaturgico dell’eroe (anche Aragorn lo impara nelle Case di Guarigione medicando Faramir, Éowyn e Merry) in chiave di dolcezza seduttiva. Lei gli rimargina la ferita mortale mentre lui, inebetito ma finalmente in pace con se stesso, pare come riprendere fiato per la prima volta dopo che si è seduto compostamente con un buco nell’addome. La combattiva Rey e l’imbronciato Kylo formano una magnifica coppia di amanti-duellanti forse perdutamente innamorati già dai tempi del precedente Gli ultimi Jedi (2017) o anche prima.

120 fantastiliardi di lingue

Questa coppia fa il film. Punto. Driver eccellente nel gonfiare le guance per la frustrazione e rimanere inebetito davanti a Rey come quando, pieni di confusione, ci scioglievamo da piccoli davanti alle ragazze che ci piacevano. Ridley, più spiritata e sexy del solito, è qui maggiormente sinuosa nei movimenti e più accesa nelle espressioni di furore e speranza, come se Abrams avesse chiesto alla giovane attrice inglese di mettere definitivamente la quarta. E gli altri? Oltre ai due amanti-duellanti abbiamo comunque un universo con “120 fantastiliardi di lingue”, mai dimenticarlo, per cui benvenuto all’anzelliano Babu Frik e al suo idioma del tutto particolare. È stata la trilogia con più creature dolci stile Ewok della prima saga 1977-1983? Può essere. In questo il nuovo trittico 2015-2019 ci ha presentato un mondo lucasiano ancora più fantasy che non science fiction, con i vari esserini organici Porg e Babu Frik che superano in effetto e presenza scenica i cibernetici BB-8 e la new entry scontrosetta D-O… che nel doppiaggio italiano suona come l’Altissimo per i credenti cristiani. Il coro attorno ai protagonisti del racconto Rey e Kylo dunque c’è ma non abbiamo visto lo stesso interesse dei realizzatori nei confronti dei “secondari” tranne forse un’enfasi sul passato, anche sentimentale, del Poe Dameron di Oscar Isaac mentre avremmo voluto una continuazione e maggiore sviluppo della love story tra Finn e Rose Tico.

Conclusioni

Ci sembra di aver assistito a una chiusa, per noi non definitiva, della saga lucasiana su grande schermo attraverso un tentativo riuscito di mix tra vecchio e nuovo, in sintesi una pimpante avventura spaziale per famiglie con grande corsa verso pianeti esotici (il medievale Exaglon, arabeggiante Kijimi, ancora il boschivo Endor, ma in versione più marina rispetto a Il Ritorno dello Jedi), creature bizzarre (vince su tutti il ripara-droidi con mani grosse e faccia da vecchietto Babu Frik, piccola star del 2019 insieme al Baby Yoda della serie The Mandalorian), gioco di squadra e guidatori di caccia stellari dell’Alleanza Ribelle sovrappeso (il Temmin “Snap” Wexley di Greg Grunberg) come nel primo, insuperabile, Guerre Stellari del 1977. Ma questo capitolo IX è tutto di Rey e Kylo, pieni di furore e bollori, quasi spaesati nel loro essere troppo fragili, e psicologicamente manipolabili, per prendere sulle spalle le faide ancestrali di questa “galassia lontana lontana” in cui i “morti parlano” e le vecchie star non si vogliono levare dalle scatole.
Sia che appartengano al Lato Chiaro o Lato Oscuro della Forza.

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