Il divieto di assembramenti, la chiusura degli esercizi commerciali e la richiesta di girare con le mascherine sul volto per evitare il contagio non sono soluzioni nuove, già durante la grande e terribile epidemia di influenza spagnola alla fine degli anni ‘10 del ‘900 i rimedi furono un severo lockdown e un blocco totale dell’economia. Come oggi. E come oggi i cinema furono i primi ad essere chiusi e gli ultimi a riaprire (e poi a richiudere e poi riaprire e poi richiudere, perché il blocco fu annullato troppo presto). È tutto già accaduto e come riporta Deadline, intervistando lo storico del cinema americano William J. Mann, e questo negli Stati Uniti ebbe conseguenze pesantissime, rivoluzionando di fatto l’assetto del cinema in America che alla fine tutto, nel 1920, era completamente diverso rispetto a quando tutto era iniziato, nel 1918.

È complicato dire se quel che è accaduto con l’influenza spagnola possa darci indizi su quel che accadrà adesso, perché benché molte dinamiche siano identiche, di fatto viviamo una situazione e un’industria molto diverse. Come ricorda Mann infatti all’epoca non esisteva in America una vera e propria industria del cinema, gli studi cinematografici non erano macchine gigantesche e le sale erano esercizi a conduzione famigliare. L’esatto opposto di ora.

In maniera simile ad oggi invece, benché le conseguenze e i danni economici portati dai lockdown si fossero sentiti sia sulle produzioni (tutti i set erano stati chiusi) che sulle distribuzioni (che non avevano né film da distribuire né sale in cui distribuirli), furono le sale a risentirne di più. Erano spesso strutture piccole con economie minuscole che campavano mese su mese, e quando arrivò la prima grande chiusura (che durò 6-7 mesi) tantissime furono spazzate via.

Accade così che il padrone della Paramount (che all’epoca aveva un altro nome, Famous Players) Adolph Zuckor, nonostante lo studio avesse perso 2 milioni di dollari per questa crisi (l’equivalente di 30 milioni odierni), decise di approfittare del momento di incertezza e difficoltà economica degli esercenti per cambiare il business del cinema. Già qualche anno prima aveva teorizzato un modello top-down, in cui sostanzialmente dall’alto (dalla produzione) lo studio è padrone di tutta la catena di sfruttamento, produce, distribuisce e proietta. Cominciò quindi a fare offerte di acquisto agli esercenti spedendo i suoi avvocati su tutto il territorio. Erano offerte aggressive, chi non voleva vendere si sentiva rispondere che allora lui avrebbe aperto un altro cinema di fronte al suo. Così in breve Zuckor si accaparrò una buona parte delle sale d’America.

In quel periodo (durante il quale nella sola California, dove si concentravano la maggior parte degli studios, morirono 3.000 persone) almeno l’80-90% delle sale nel paese erano chiuse. Non fu difficile avvantaggiarsi di loro, quando ormai era passato qualche mese e si facevano sentire i morsi della fame. E questo immediatamente arricchì i produttori. Difatti tutti grandi studios (sia quelli poi chiusi che quelli ancora in attività) sono stati fondati tra il 1912 e il 1925, ma è stato dopo il 1920 che sono diventati “gli studios”, cioè quell’entità grandissima e in controllo di tutto che conosciamo. E la ragione per la quale lo diventarono era che avevano anche il controllo delle sale. Non diversamente da quel che accade con le squadre di calcio che hanno uno stadio di proprietà, così le produzioni controllavano tutti i rami fino all’ultimo e integravano i propri affari dalla concezione fino alla fruizione (che all’epoca era l’unica possibile).

Talmente vantaggioso, clamoroso e di conseguenza ingiusto era questo sistema che alla fine degli anni ‘40 fu stabilito che nessuno studio di produzione potesse possedere anche dei cinema. E quella legge, da poco modificata e alleggerita, prese il nome di Paramount Act.

Tutto questo sarebbe stato impossibile senza la fame portata dall’epidemia, gli esercenti erano più o meno organizzati, avevano una coscienza di categoria e non volevano cedere i loro affari a dei padroni che li avrebbero comandati, erano piccoli imprenditori all’americana, spesso alla buona, ma come tutti gli uomini d’affari americani, fieri di possedere la propria attività.

È tuttavia molto complicato, anche per lo stesso William J. Mann, prevedere che cosa potrebbe accadere invece adesso, a seguito delle chiusure e dei cambiamenti che si renderanno necessari per l’emergenza Coronavirus. Il cinema era già in una fase di grandi cambiamenti e i soggetti molto potenti ci sono già, sembra difficile possano prendere più potere ancora. Di certo tutto ciò che viene sperimentato ora per necessità in termini di uscite domestiche entrerà nel bagaglio di conoscenze e know-how dei produttori e vedremo come sarà usato in futuro.

Curiosamente, è proprio in sviluppo una serie tv su questa vicenda, intitolata Tinseltown.