Ottantotto anni fa, in una manciata di cinema selezionati in America, i morti tornarono in vita per la prima volta. Era un giovedì e gli Stati Uniti esperirono per la prima volta il fenomeno della mortalità negativa, quella curiosa occorrenza per cui a fine giornata ci sono meno morti di quanti ce ne fossero al mattino. In altre, più semplici parole, quel giorno uscì in sala quello che è più o meno universalmente riconosciuto come il primo film di zombie della storia; si chiamava White Zombie, vedeva Bela Lugosi nel ruolo del protagonista e Victor Halperin dietro la macchina da presa, e portò alla nascita di un genere che da allora è cresciuto e cambiato così tanto da diventare irriconoscibile.

White Zombie, girato con quattro soldi (l’American Film Institute parla di circa 50.000$) e sfruttando scenografie e oggetti di scena rubacchiati ad altre produzioni, non riuscì a sfondare quanto avrebbero voluti i fratelli Halperin (Edward produceva con la sua Halperin Productions), nonostante la presenza di un Bela Lugosi freschissimo del Dracula di Tod Browning. Riuscì però a introdurre nel bestiario dell’horror cinematografico una creatura che fino ad allora era rimasta confinata al folklore e alla letteratura: lo zombie, o zombi, o zonbi, il morto vivente, il cadavere rianimato, lo schiavo del bokor, scegliete voi come chiamarlo. Certo, la versione di White Zombie era ancora lontana da quella che sarebbe stata codificata anni dopo e da cui non ci siamo sostanzialmente più staccati: si rifaceva più esplicitamente al vodou, o voodoo, o vudù, comunque a quella religione diasporica di origine africana e nata ad Haiti intorno al 1500, e al mito dello stregone in grado di resuscitare un cadavere per trasformarlo in un obbediente schiavo senza cervello. Ma il titolo del film dice tutto: con White Zombie gli zombie arrivano per la prima volta al cinema, e non hanno mai smesso di farlo.

Il mondo pre-Romero

I primi trentasei anni di vita degli zombie cinematografici non si scostano granché dal modello creato con White Zombie (il quale ebbe esso stesso un sequel nel 1936, Revolt of the Zombies): il voodoo e la presenza di un essere umano che controlla il cadavere rimangono centrali (guardate per esempio Ho camminato con uno zombie, uno dei capolavori dell’epoca pre-Romero), e se non è uno stregone a fare la magia ci pensa uno scienziato pazzo (Teenage Zombies, con un titolo che sembra uscito da una commedia horror anni Novanta e invece uscì nel 1959), dimostrazione tra l’altro del fatto che con gli anni l’argomento “cadaveri rianimati” si andava pian piano allontanando dal soprannaturale puro per avvicinarsi alla sua versione più “scientifica”, quella che tira in ballo virus, batteri, funghi o altre cause tangibili per l’Orrido Evento – un salto concettuale che si rivelerà fondamentale anche per un altro motivo del quale discuteremo tra poco.

George e la sua rivoluzione

Il 1968 fu un anno di rivoluzioni, e una di queste ebbe luogo in un cimitero in Pennsylvania, dove un gruppo di cadaveri si risvegliarono dalle loro tombe e cominciarono a massacrare gente a manciate, e a trasformare chiunque venisse in contatto con loro in altrettanti cadaveri altrettanto risvegliati. La notte dei morti viventi, il primo film di zombie della storia dove gli zombie compaiono come mostri mangiacervelli la cui esistenza è inspiegabile (tra le altre cose nel film si parla di radiazioni cosmiche da Venere) e la cui condizione è contagiosa, è il primo passo verso la definizione del morto vivente come lo concepiamo oggi, e il trampolino di lancio, dieci anni dopo, per il capolavoro a partire da quale tutti i film di zombie venuti dopo hanno costruito la loro fortuna. Se prima di Romero gli zombie erano il prodotto di magia nera o di esperimenti sfuggiti al controllo, ma comunque sempre “creature” nel senso Frankenstein-iano del termine, con La notte dei morti viventi e poi L’alba dei morti viventi i, ehm, i morti viventi smettono di avere una personalità e diventano massa indistinta.

C’è un’interpretazione politica dietro a questa scelta che è facilissima da leggere soprattutto guardando L’alba dei morti viventi, ma nei due film di Romero c’è soprattutto una rivoluzione totale nell’approccio al genere: gli zombie diventano, in senso lato, una malattia, una condizione che annulla l’identità e trasforma chiunque in un semplice +1 all’interno di una massa indistinta. L’orrore non sta più, almeno non solo, nello scoprire che lo zio Jonathan è diventato un cadavere ambulante, ma che tutti gli zii Jonathan del mondo rischiano di diventarlo: Romero cambia i rapporti di forza, trasforma gli zombie in un’orda, per opporsi alla quale è necessario restare aggrappati alla propria umanità, identità, singolarità. È un approccio da “noi vs. loro” che può venire declinato in infiniti modi diversi per parlare di identità e di essere umani (non “esseri umani”), e che è peraltro terreno fertile per storie di sopravvivenza e di resistenza e di guerriglia che infondono nel genere quella quota action che rende i migliori film di zombie anche un bellissimo luna park.

Se ci pensate non è facile, nel giro di due soli film, prendere un genere e arricchirlo sia dal lato tematico sia da quello spettacolare; e non è un caso che dal 1968 al, a occhio, 2002, la maggior parte della produzione di genere sia riconducibile in un modo o nell’altro alle opere di Romero, e che l’eccezione più grossa (Il serpente e l’arcobaleno di Wes Craven) venga da un autore altrettanto affermato e che decise, invece di fare come tutti gli altri, di appoggiarsi all’originale mitologia vodou del morto vivente per girare un’opera quasi storiografica. La ripetizione ossessiva del modello Romero porta con sé tutte le conseguenze del caso, la più evidente delle quali è che se continui a fare lo stesso film prima o poi sei costretto a esagerare e a puntare sul parossismo per farti notare: Redneck Zombies, Chopper Chicks in Zombietown, The Video Dead con i suoi zombie che escono dalla TV…

Cos’è successo nel 2002?

Abbiamo citato quest’anno per un motivo preciso, e cioè: è nel 2002 che Danny Boyle con 28 giorni dopo fa una cosa che fa storcere il naso a milioni di appassionati ma che, volenti o nolenti, segnerà irrimediabilmente il genere negli anni a venire. Questa cosa è prendere la classica figura dello zombie (lento, stupido, caracollante) e darle una bella passata di modernità, trasformandolo in un “umano infetto” che corre, salta, fa parkour e più in generale è infinitamente più pericoloso anche quando preso da soli dei suoi cugini romeriani. La svolta degli Zombie Che Corrono™ fece gridare allo scandalo al tempo, e portò molti a giurare fedeltà eterna al canone romeriano degli Zombie Che Camminano Incerti Sulle Loro Gambette™. Altri invece ci videro la possibilità di alzare finalmente a 11 il volume della narrazione zombie – anche grazie alla contemporanea uscita del primo film basato su Resident Evil, che arrivando dai videogiochi aveva già superato da tempo le timidezze legate all’ossequio verso il maestro Romero –, e da allora le storie di morti viventi si possono facilmente dividere in “film di zombie romeriani” e “film di zombie che corrono”.

C’è un’altra conseguenza della, chiamiamola così, esplosione muscolare degli zombie causata da Danny Boyle e Paul WS Anderson: il morto vivente diventa la scorciatoia più semplice quando si vuole girare un horror che punti forte sullo splatter, sulla spettacolarità, sull’azione e sul parossismo. Si entra in quel magico periodo nel quale sembra che ogni settimana esca un nuovo film di zombie, e nel quale ogni idea, anche la più idiota, trova qualcuno che la finanzi e la porti al cinema: solo nel periodo tra 28 giorni dopo e il suo sequel si arriva, per dirne solo due, alle pecore zombie di Black Sheep e ai polli zombie di Poultrygeist; e negli anni a venire arriveranno le Zombie Strippers, gli zombie nazisti di Dead Snow, gli zombie scatologici di Zombie Ass: Toilet of the Dead

La comicità e le esagerazioni a uso ridere entrano a gamba tesa nel mondo del cinema di morti viventi e lo fanno esplodere a tal punto che scatta necessariamente il passaggio successivo, e cioè la nascita del meta-zombie, quella creatura che risorge dai morti per riflettere sui film di zombie: Shaun of the Dead (ci rifiutiamo di usare il titolo italiano) è l’esempio principe, e più di recente vale la pena citare One Cut of the Dead, uno dei migliori film (non “film di zombie”, film e basta) degli ultimi anni. E poi: ibridazioni con il found footage (REC), con lo young adult (Warm Bodies), con la letteratura inglese (il pessimo Orgoglio, pregiudizio e zombie)… il nuovo millennio appartiene definitivamente agli zombie, che diventano la figura horror di riferimento scalzando senza fatica vampiri, lupi mannari e fantasmi.

E pensare che era partito tutto ottantotto anni fa, per colpa di uno stregone di nome Murder Legendre.