Ci sono figure nel mondo del cinema che hanno vissuto una vita avventurosa, piena di eventi, quasi più interessante dei film ai quali hanno partecipato. E poi c’è James Cameron, al quale oggi facciamo gli auguri per il suo sessantaseiesimo compleanno; Cameron è uno dei più grandi registi dell’ultimo mezzo secolo, e lo è diventato nel modo più normale e noioso possibile: decidendo un giorno che avrebbe voluto fare film, cominciando a studiare e imparando molto in fretta grazie a una dedizione maniacale unita a un talento naturale per il racconto per immagini.

Jame Cameron: dall’Ontario con furore

Nato in Canada nel 1954, James Cameron si trasferisce in California con la famiglia a 17 anni, si iscrive al college per studiare fisica, cambia quasi subito per passare all’inglese, molla gli studi, si mette a fare il camionista, legge molti libri sul cinema, poi un giorno, dice la leggenda, vede Star Wars al cinema e decide che avrebbe fatto quello nella vita (i film, non guardare Star Wars al cinema). Negli anni questa parte della storia si è arricchita di altri dettagli: in parecchie interviste Cameron ha dichiarato che il film che lo convinse davvero fu 2001 di Kubrick, mentre altrove ha citato Gli argonauti, visto in sala insieme al nonno, come primo punto di svolta.

Resta il fatto che il nostro festeggiato decide un giorno di dedicare la sua vita a fare film, e nel giro di pochi mesi studia tutto il possibile e mette in piedi la sua prima produzione, un corto intitolato Xenogenesis.

Il lavoro piace, e Cameron comincia a lavorare in pianta stabile sui set degli studios di Roger Corman, dove tra le altre cose gli affidano gli effetti speciali di Fuga da New York di Carpenter. Lui lavora, e impara, e assorbe, e un giorno nel 1978 sul set roman di Piranha paura, dove si sarebbe dovuto occupare degli effetti speciali, si ritrova nel bel mezzo di un litigio tra il regista e il produttore che si conclude con il primo che se ne va sbattendo la porta. James Cameron si ritrova così tra le mani la prima regia della sua vita, che non va benissimo (anche se Piranha paura è meno brutto di quanto ve lo ricordiate) ma che gli apre definitivamente le porte di Hollywood.

“Cos’hai sognato?” “Mah nulla, un robot killer venuto dal futuro”

A dirla tutta, più che Piranha paura è Gale Anne Hurd, sua futura moglie di lì a due anni, che gli apre definitivamente le porte di Hollywood, comprando nel 1982 la sceneggiatura di Terminator (da un’idea di un febbricitante Cameron che fece un incubo su un cyborg venuto dal futuro per ucciderlo) e accettando di produrlo e farlo dirigere a lui. È l’inizio di un periodo d’oro durato 25 anni, nel quale Cameron gira appena 9 film almeno due dei quali hanno fatto a gara tra loro per battere ogni record di incassi (Titanic e Avatar, ovviamente) e tutti amatissimi da pubblico e critica. È impressionante riguardare la carriera da regista di Cameron (che è in pausa dal 2009 in attesa del suo ritorno con, supponiamo, Avatar 2): dopo Terminator, sul quale si è già scritto tutto il possibile, ha fatto Aliens, riuscendo nell’impresa di creare un sequel all’altezza per uno dei più grandi film sci-fi di sempre, poi The Abyss, una sorta di trailer di quello che gli avrebbe riservato il futuro fuori dal cinema, poi Terminator 2, True Lies, Titanic, Avatar, oltre a un paio di documentari sugli abissi marini. Poca roba, quantitativamente, ma che roba.

Il vero segreto di James Cameron è quello di essere un onnivoro e una spugna, in grado di assorbire e fare propria un’immensa quantità di informazioni su ogni aspetto del fare film, e di saper sempre scegliere quelle migliori da applicare a quello che sta girando in quel momento. Lui stesso è il primo ad ammettere che non esiste uno “stile Cameron”: i suoi film parlano tutte le lingue possibili, e la scelta è sempre al servizio del racconto; pensate a Titanic e al cambio stilistico nettissimo che separa la prima parte del film (quando la nave ancora galleggia) dalla seconda (quando comincia ad affondare): stiamo parlando di due film diversi, eppure lo stacco quasi non si nota perché è naturale conseguenza di quello che sta succedendo ai personaggi. Esistono, quello sì, delle “ossessioni Cameron”: il contrasto tra natura e tecnologia, tra l’uomo e la macchina, la sua passione per mettere la gente in situazioni orrende e pericolosissime, la sua fissa per gli abissi marini…

In fondo al mar

Quest’ultima, peraltro, ha fatto sì che Cameron diventasse negli anni non solo uno dei migliori e più premiati registi del mondo, ma anche un pioniere della scienza: nel 2012, per esempio, è diventato il primo essere umano della storia a toccare il fondo della fossa delle Marianne a bordo del sommergibile Deepsea Challenger, e solo l’anno prima aveva collaborato con la NASA alla creazione di telecamere speciali per il rover marziano Curiosity (che per una serie di motivi non vennero mai montate a bordo, ma questo non ricordateglielo che ci rimane male ancora oggi). Se davvero riuscissimo a colonizzare Marte entro i prossimi vent’anni, state certi che James Cameron sarà coinvolto in qualche modo.

Di nuovo auguri per i suoi 66 a lui, dunque, quello che Sigourney Weaver ha definito “un genio” e che, a dirla tutta, un sacco di altri attori e attrici che hanno lavorato con lui hanno definito “un pazzo pericoloso spaventoso e dittatoriale, che vuole avere il pieno controllo di ogni minimo dettaglio di ogni sua produzione”. E speriamo di rivederlo presto, con Avatar 2 o con qualsiasi altra cosa abbia voglia di fare, perché in questi anni ci è mancato terribilmente.