Ieri sera negli Stati Uniti ha avuto luogo un evento i cui contenuti politici rischiano di oscurare quelli cinematografici: in occasione di un evento di fundraising del partito democratico nel Wisconsin, il cast di La storia fantastica di Rob Reiner si è riunito (su Zoom) per una lettura collettiva dello script del film, con la conduzione di Patton Oswalt, come annunciato con entusiasmo da Cary Elwes all’inizio di settembre.

Una serata speciale che potete rivedere per intero qui, e che è anche un’ottima scusa, ora che il film è arrivato su Prime Video, per rivisitare uno dei grandi classici del fantasy cinematografico.

 

Chi era William Goldman

Sarebbe troppo facile, però, farlo parlando per l’ennesima volta del film, di Inigo Montoya, di Bottondoro e di André the Giant, e anche ingiusto nei confronti dell’uomo che si è inventato le nazioni di Florin e Guilder e le bizzarre avventure dai connotati satirici dei loro abitanti. William Goldman è morto nel 2018, senza portare a termine il suo pluridecennale progetto di dare un sequel al suo romanzo più famoso e lasciando in eredità, be’… non solo un’opera geniale e sovversiva (molto più di quanto lo sia mai stato il film), ma anche altre cosette come le sceneggiature di Butch Cassidy e Tutti gli uomini del presidente: oggi siamo qui per celebrare lui e quella sua magnifica operazione di meta-letteratura che si chiama La storia fantastica.

Goldman – che se volete ha raccontato la sua carriera di scrittore in questo libro – nasce come romanziere e arriva al cinema solo perché convinto dal fratello, sceneggiatore a sua volta, a provare anche altre strade di scrittura. Per tutta la sua carriera alterna momenti in cui i film assorbono il 100% del suo tempo ad altri in cui torna a dedicarsi alla sua prima passione. C’è però un momento d’oro, che va dal 1969 (anno di Butch Cassidy) al 1973 nel quale Goldman viene ispirato dalle figlie a scrivere un romanzo che diventa immediatamente anche una sceneggiatura; le bambine gli chiedono due storie, una a tema “principesse” e un’altra a tema “spose”, e lui decide di unire le due istanze: nasce così, poco sorprendentemente, l’idea di The Princess Bride.

 

“The good parts”

La principessa sposa (come venne inizialmente tradotto il titolo del romanzo qui da noi) ci mette in realtà un po’ a nascere: Goldman racconta di aver scritto il primo capitolo e poi di essersi fermato, senza alcun motivo preciso, solo un classico caso di blocco dello scrittore, risolto grazie a un’intuizione meta-letteraria e che poco o nulla aveva a che fare con quanto scritto fin lì. Goldman decide infatti di incorniciare la sua storia dentro un’altra storia, una vicenda semi-autobiografica ma in realtà falsa come una moneta da quattro euro e che si appoggia a uno pseudobiblion ispirato in egual misura ai romanzi picareschi e il Don Chisciotte e ai Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift.

Riavvolgiamo il nastro: la storia raccontata in La principessa sposa (il romanzo che potete comprare in libreria) è quella di un tizio di nome William Goldman, vagamente ispirato a, be’, l’autore stesso, che ritrova un vecchio libro scritto dall’inesistente S. Morgenstern, intitolato a sua volta La principessa sposa; tale libro è quello che il padre gli leggeva da piccolo per farlo addormentare, ma leggendolo Goldman (il Goldman del romanzo) si rende conto di averne sempre sentito una versione scorciata: il libro è in realtà (anche) un ponderoso volumazzo dai sottotesti satirici, ricco di commenti sulla situazione sociopolitica dell’universo di finzione che a loro richiamano la vera situazione sociopolitica dell’universo dove vive S. Morgenstern, che a sua volta potrebbe o non potrebbe corrispondere con il nostro. Goldman decide quindi di riscrivere La principessa sposa tenendo solo “the good parts” (quelle dove c’è l’avventura, il pericolo, le emozioni, l’amore) e riassumendo tutto il resto in commenti e note a pie’ di pagina che arricchiscono il testo.

 

Scatole cinesi

La principessa sposa è quindi una matrioska di bugie e mezze verità, di personaggi fittizi e di inserti semi-autobiografici, all’interno del quale c’è anche la storia di Bottondoro, Westley e del Terribile Pirata Roberts. È strapieno di riferimenti alla reale carriera di Goldman (tra cui uno clamoroso e tutto da scoprire proprio su Butch Cassidy), contiene accenni anche a un ipotetico sequel (un’operazione di autopromozione nascosta nei meandri della meta-storia) e due aggiunte al presunto testo originale di Morgenstern.

La prima è una scena scritta da Goldman (ancora una volta, il Goldman del romanzo) che funge da epilogo alla storia, che però nel romanzo stesso non esiste; al suo posto c’è una nota di Goldman (quello del mondo reale) che spiega come il suo editore abbia deciso di tagliare quella scena dalla versione definitiva del libro, e invita chi fosse interessato a scrivere direttamente alla casa editrice per ricevere a casa il capitolo extra. Il dettaglio migliore? Nel corso degli anni un sacco di gente ha scritto prima a Harcourt Brace Jovanovich e poi a Random House richiedendo una copia della “reunion scene”, e ottenendo invece una lettera di scuse che spiega quali sono i problemi legali con la Morgenstern Estate che impediscono la diffusione di questo testo.

La seconda aggiunta è il già citato sequel: il primo riferimento è stato aggiunto in occasione della ristampa per il venticinquesimo anniversario del libro, e le ultime edizioni contengono effettivamente un capitolo di prova del romanzo – che però è sconnesso e semi-incomprensibile perché, come spiega il Goldman del libro nelle sue note, è stato tagliato a sua insaputa da Stephen King e pubblicato in quello stato.

 

Che storia fantastica!

Di fronte a questo giocoso intreccio di verità e fantasia, che va oltre il contenuto della pagina per spostare la finzione nel mondo reale, l’adattamento cinematografico è quasi una banalizzazione: la cornice, per esempio, pur restando legata all’idea della storia da farsi leggere prima di andare a letto, viene semplificata, e diventa una classica situazione nonno-nipote; l’attenzione di Rob Reiner è tutta alla lettera del libro, a quelle “good parts” che rendono ancora oggi La storia fantastica un film avvincente, divertentissimo e a tratti sorprendentemente moderno nel suo sovvertire certi archetipi. In un certo senso è anche meglio così: il mezzo letterario permette divagazioni che entro i confini di un lungometraggio rischiano di diventare lungaggini e di appesantire la storia. Quando riguarderete per l’ennesima volta La storia fantastica, però, dedicate un pensiero a William Goldman e alla sua lucida follia, senza la quale non avremmo nessuna Bottondoro e nessun Inigo Montoya.