I musical spesso raccontano di un musical.

Dancer In The Dark è un film sui musical, su quei film in cui qualsiasi guaio o intreccio è sciolto nella musica, e le canzoni e i balli alzano il morale, convertono gli animi e guidano i protagonisti alla soluzione. E lo è perché in Dancer In The Dark la soluzione è sempre la musica, finita la quale però nulla di quello che di positivo aveva portato rimane e con le note finisce anche ogni speranza e c’è la morte.

Dancer In The Dark è il negativo di un musical, il suo opposto logico. La musica non come strumento di miglioramento ma come pia illusione, schiacciata dalla realtà. Un capolavoro vero che però arrivava in un momento cruciale per il suo autore.

Fino a quel momento, fino cioè al 2000, Lars Von Trier veniva esaltato da una parte e guardato con sospetto dall’altra. Era un oggetto stranissimo per il cinema d’autore. Un cineasta indipendente danese che aveva fatto diversi film, alcuni dei quali pregevoli (Europa rimane fortissimo e la sua Medea televisiva forse la versione migliore), che aveva sfondato con Le onde del destino e che aveva diretto una serie televisiva che era già nuova televisione prima della nuova televisione arrivasse davvero (Il regno). Ma anche uno che aveva scritto un manifesto per un nuovo cinema, il Dogma 95, in 45 minuti assieme a Thomas Vinterberg e che poi aveva fatto un solo film, abbastanza trascurabile, seguendo quelle regole (Idioti).

Il Dogma era al tempo stesso una ripetizione di tanti concetti già messi in piedi dal neorealismo o dalla New Hollywood senza manifesti di sorta e una loro estremizzazione. Aveva dato vita ad una pletora di pessimi film, era stata molto più una moda che un movimento. Eppure aveva anche aperto le porte all’estetica digitale, qualcosa di embrionale e pieno di promesse per il futuro del cinema.

Tra il 1996, quando Le onde del destino viene premiato con il Gran premio della giuria dalle mani di Francis Ford Coppola (la Palma la vinceva Segreti & bugie, imbattibile), e la vittoria di due Palme d’Oro (per il film e per la migliore attrice) dalle mani di Luc Besson nel 2000, è passato un secolo in realtà.

In quei 4 anni ha girato Idioti, è diventato un nemico per chi prima era dubbioso, ha adottato in pieno l’estetica a bassa qualità del digitale di quegli anni ed è l’alfiere di un movimento che non è un movimento e le cui regole lui stesso è il primo a non rispettare.

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Dopo Idioti, questo suo nuovo film rompe quasi tutti i ponti con il Dogma. Ma non gli interessa. Inizia il Lars Von Trier all’attacco di tutti, oppositore e sempre più osteggiato. Iniziano le scelte di casting estreme, i film apertamente sul cinema e una visione sempre peggiore del mondo, sempre più diretta verso se stesso. Dancer In The Dark è l’ultimo dei film della seconda parte della sua carriera (quella degli anni ‘90, dei film più ambiziosi e del successo internazionale) e primo della terza (quella che lo porta alla depressione, alle accuse di misoginia e alla provocazione sempre più ardita).

Però la meraviglia di questo eccezionale film con Bjork (e accanto a lei la più impensabile delle spalle: Catherine Deneuve) non la cancella nessuno.

Strutturato come la summa di tutti i melodrammi con una protagonista femminile che sta diventando cieca come la fioraia di Luci della città, che ha un figlio che forse potrà essere operato (l’operazione miracolosa è forse il dettaglio più classico di tutti), che è povera in canna ma risparmia, che è immigrata nell’America degli anni ‘60 e che l’unico modo che ha di sognare è tramite il cinema, Dancer In The Dark macera nel tragico da subito e prevede il primo numero musicale a sorpresa ben 40 minuti dopo il suo inizio.

Von Trier spara i colori durante le canzoni ma non cambia messa in scena, usa mille punti di ripresa, muove la videocamera, simula il musical classico ma lo reinventa e lo adatta. Un capolavoro di stile e invenzioni anche grazie a Robby Muller, direttore della fotografia inestimabile che prima di Von Trier era passato per il miglior cinema di Wenders e Jim Jarmusch.

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E poi ovviamente Bjork: la personificazione del desiderio di alterità di Lars Von Trier, una non attrice più espressiva di tantissime altre che non ha nessun altro, un folletto musicale in un corpo che tutto sembra tranne che musicale. Bjork è perfetta per rappresentare la persona vessata e impagabile quando esplode con una voce e un’interpretazione pazzesche nei più imprevedibili momenti da musical. Lungo tutti gli anni ‘90 aveva usato i video musicali come una forma d’arte a sé per lavorare sulla sua immagine, distruggendola e ricostruendola in modi diversi ogni volta, ridefinendola di continuo, plasmando se stessa in contesti sempre diversi (tra cui il musical stesso con Spike Jonze in “It’s oh so quiet”).

È la scelta che fa il film e un premio sacrosanto non solo per l’interpretazione, che è tutto quello che ci si aspetterebbe da Bjork, ma per la maniera in cui questo corpo è cruciale per il film.

Nella trama ci sarà un omicidio compiuto per pietà (e per riprendere i soldi per l’operazione del figlio), la caccia, la cattura e la sentenza di morte (incredibile in questo senso che Dancer In The Dark non sia considerato il primo capitolo della mai finita trilogia sull’America). Come in Le onde del destino il corpo femminile è quello destinato al martirio, vessato da tutti e dal cineasta in primis che non risparmia atrocità su di lei, agendo tramite il simulacro dei vari personaggi, infierendo e bastonando.

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Lars Von Trier è sempre di più un artigiano dello shock value, vuole mettere in scena l’osceno e non ha nessun problema se a scuotere è qualcosa di grossolano e forzato. Non teme di calcare la mano nei modi più visibili ed evidenti. Il finale è discusso, le atrocità, lo sguardo e l’affondo sono discussi. Quel che in Le onde del destino era un percorso di santità laico e necessitava un martirio qui a molti suona ben più gratuito e inaccettabile (non a Besson che intuisce subito la grandezza).

Ma Dancer In The Dark ha stravinto la prova del tempo. Venti anni dopo la sua estetica digitale è più povera che mai, oggi che invece il digitale è più pulito e raffinato della pellicola, ma tremendamente espressiva. Tutta la risoluzione e la definizione che gli mancano sono compensate dalle variazioni musicali, dalla sensazione di essere (come con il bianco e nero) non nel nostro mondo ma in una rappresentazione allegorica.

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Ancora più attuale poi è la posizione in cui mette la sua protagonista Selma, marginale come lo possono essere gli afroamericani, e come loro destinata alla colpa sempre e comunque, agnello sacrificabile con facilità e senza pietà.

Dopo Dancer In The Dark, gradualmente tutto diventerà più estremo e sempre meno coerente. La parte dei film sulla depressione, l’abuso dello shock value (che è sempre meno shockante), le provocazioni e film che fanno parlare sempre più prima di uscire che dopo essere usciti. La svolta fu per il peggio ma il film che la causò rimane immenso.