Si può amare un autore, conoscerne le opere, ascoltare con interesse la sua filosofia, attendere con curiosità le sue nuove espressioni, eppure dissentire con lui spesso e profondamente?

Sì, si può.

Anzi, non solo si può, si deve. In un mondo che tende a confondere sempre di più il creatore con la sua opera, apprezzare un oggetto artistico, ma non concordare con il pensiero del suo autore, è un segno di rispetto per l’opera stessa. Questa situazione crea però spesso una dissonanza nel fan idolatrante, ma è la condizione quotidiana di chi fruisce delle opere dell’ingegno a prescindere dai legami di affetto o dalle tifoserie. 

Questa situazione è ben conosciuta da chi cammina nelle strade tracciate da Alan Moore, senza dubbio uno dei fumettisti più importanti della nostra epoca. Non ché uno dei creativi più dirompenti e provocanti sulla scena mediatica. Schivo e riservato, non è solito rilasciare interviste. Eppure, quando si concede ai microfoni, Alan Moore non perde mai l’occasione di fare tremare le fondamenta del dibattito sul mondo dell’intrattenimento. E per questo non possiamo che esserne grati. Abbiamo bisogno di persone che guardino l’altro lato della medaglia. Di voci autorevoli che cerchino di rappresentare voci più silenziose o di minare le convinzioni prestabilite.

Però si può essere in disaccordo. 

alan moore the show

L’intervista di Alan Moore a Deadline

Qualche giorno fa Alan Moore ha rilasciato un’intervista a Deadline che ha fatto molto parlare per via della sua posizione radicale, controversa e decisamente livorosa verso i cinecomic. Come abbiamo riportato qui Moore ha (nell’ordine): 

  • Ammesso di non vedere un film di supereroi dai tempi del primo Batman di Tim Burton. 
  • Sostenuto che i film di supereroi hanno “portato alla rovina il cinema, e per certi versi hanno anche portato alla rovina la cultura”.
  • Accusato le produzioni di avere rubato i personaggi dai loro autori.
  • Si è detto responsabile dell’apparente cambiamento in senso maturo del fumetto.

Ebbene, la premessa necessaria è che l’intervista è stata realizzata a ridosso della pubblicazione del primo trailer di The Show. Un progetto a lui molto caro, nato come serie di cortometraggi alcuni anni fa, e diventato un ambizioso progetto. Fino ad ora però in pochi, se non i cultori di Moore, erano a conoscenza del film.

Come imposto dalle regole del marketing, non c’è nulla di meglio di una polemica per attirare l’attenzione. E che Moore sia bravissimo a giocare sulla controversia è innegabile. Esattamente come i creativi e i comunicatori all’interno del sistema che lui accusa.

La seconda informazione necessaria a comprendere il livore del fumettista ci viene data da sua figlia Leah. In una serie di Tweet pubblicati nel 2019 ha infatti spiegato il rapporto di suo padre con l’industria. Moore si è sentito più volte derubato delle sue proprietà intellettuali.

In particolare in un tweet nel lungo thread:

Il suo problema era che il medium che adorava era gestito da despoti corrotti, le persone che creavano quella magia erano usate, il loro contributo non veniva riconosciuto e veniva rubato

Se l’esperienza di Moore è innegabilmente vera (ci fidiamo), altrettanto non può essere detto dei molti altri autori che hanno visto le proprie opere trasposte sul grande schermo. Mark Millar, ad esempio, è riuscito a concludere con Netflix un accordo milionario sulle sue creazioni. Così anche Brian Michael Bendis figura come produttore esecutivo dei film e delle serie con protagonisti i suoi personaggi. Il disegnatore Alex Ross partecipò ai titoli di testa di Spider-Man 2, Bill Sienkiewicz fu pagato come consulente per New Mutants… e l’elenco è lungo. 

A ogni proprietà trasposta, corrisponde un assegno. Spesso con molti zeri.

“Molte persone ritengono i fumetti e i film di supereroi la stessa cosa”

…ha detto Moore, ammettendo poi di non frequentare i cinema per questo tipo di opere. È ovvio che, anche se per sua ammissione non ha potuto fruire e “studiare” l’ultimo decennio di esplosione e di maturità del genere, Alan Moore sa perfettamente di cosa sta parlando.

La copertura mediatica, le voci, i pareri e il dibattito sul cinecomic sono stati così pervasivi da dare a tutti elementi per farsi un’opinione in merito. 

Però, soprattutto dopo essere entrati all’interno delle storie raccontate al cinema (e in TV), è possibile maturare una consapevolezza diversa. 

Moore ha detto che: 

Nel 2016, quando il popolo americano ha eletto un Nazional Socialista e il Regno Unito ha votato di lasciare l’Unione Europea, sei dei dodici film di maggiore successo erano supereroistici. Non dico che ci sia un legame di causa-effetto, ma penso che siano entrambi sintomi della stessa cosa: negare la realtà, ricorrere a soluzioni semplici e sensazionali.

Soluzioni semplici e sensazionali che, per la maggior parte dei cinecomic moderni (molto post Batman di Tim Burton – che già semplicistico non era-) sono sfumate, se non sparite del tutto.

Alan Moore Joker

Qualche esempio. Stando in campo DC la trasposizione di Superman di Zack Snyder è problematica sia nella riuscita sia nelle intenzioni. Il Superman moderno è un Dio in difficoltà. Lontano da qualsiasi visione di superomismo risolutiva, Clark Kent non riesce a correggere tutti i problemi, deve scegliere, sbaglia, fallisce e poi muore. Un Dio è morto che, senza scomodare Nietzsche, nasce da una modernità smarrita. Da un presente che non si sente affatto sicuro grazie ai propri eroi. 

L’approccio realistico di Christopher Nolan e il successo del Joker di Todd Phillips hanno dimostrato che il pubblico ha fame di “neorealismo supereroistico”. Certo la componente di fantasia sussiste, ma senza il frame della origin story Joker sarebbe un racconto di disagio sociale e mentale che non sfigurerebbe in una produzione d’essai. Invece di “negare la realtà” si vede la tendenza inversa nel pubblico moderno. Ovvero quella di bandire l’approccio cartoonesco come infantile (la cosa non è necessariamente correlata, vero Ragnarok?) e ricercare il realismo più sporco e “sociale”. Non è un caso che i movimenti di emancipazione femminile abbiano preso a modello dei simboli (di questo si tratta) come Wonder Woman o Captain Marvel, e quello antirazzista e di emancipazione nera Black Panther.

Ed è proprio quest’ultimo, Black Panther, a rappresentare una visione della globalizzazione solamente a prima vista priva di complessità. 

Seppelliscimi nell’oceano con i miei antenati che saltavano dalle navi perché sapevano che la morte era meglio della schiavitù”, dice Killmonger a T’Challa prima di morire. Un dialogo fondamentale che getta un’ombra scura sotto tutta la vicenda. Chi è l’eroe? Il sovrano che si apre al mondo con un’idea di progresso coerente con quella del mondo o il sovversivo che muore libero? Rifiutando le possibilità di cure Erik è coerente con se stesso. Vivere sotto il regno del Wakanda, le sue ipocrisie e la sua natura dimenticata, è per il villain un segno di schiavitù umana. Lo è anche per lo spettatore? La risposta non è sicuramente semplicistica come Moore vuole far credere.

Servono soldi per l’arte

Una delle accuse più frequenti rivolte al genere è quella di avere monopolizzato l’attenzione del pubblico, saturando le sale cinematografiche con gli stessi prodotti e soffocando le voci di “qualità”. Se è vero infatti quello che dice Moore riguardo agli incassi stratosferici è altrettanto vero che esiste il risvolto della medaglia, strategicamente taciuto nella sua argomentazione. 

Sebbene il pensiero dell’arte “assoluta”, fine a se stessa e in grado di autofinanziarsi, sia una fantasia romantica molto attraente, la realtà è ben diversa. Il termine “industria culturale” esiste, e solo gli ingenui le attribuiscono un significato negativo. I film d’arte, d’essai, di qualità (come è difficile definirli…) si producono e si sostengono con i bilanci a posto. Soprattutto in tempo di pandemia gli esercenti guardano all’arrivo di un film di grande in casso come importante sostegno alla sopravvivenza. E quando una sala resta aperta e non crolla sotto il peso degli affitti, può permettersi di proiettare anche film d’autore rischiosi come “Parasite”. Fenomeno di pubblico e, a sua volta, di incassi.

 

alan moore

Un dissenso filosofico

Si può dissentire con Alan Moore se si guarda l’arte (non solo la settima) con un approccio filosoficamente diverso dal suo. Moore prende le mosse dall’approccio critico degli anni ’60 secondo cui solo pochi autori sono in grado di produrre opere di senso. La ricerca semiotica, in questa lettura, può essere quindi applicata solo a un ristretto numero di opere e di artisti. 

C’è invece un secondo modello interpretativo, attribuito a Slavoj Zižek nel libro “Una lettura perversa del film d’autore”. Questo approccio critico vede interesse “proprio verso quei film che più sembrano distanti dall’interesse degli intellettuali, perché a volte ciò che è un regista non controlla o non padroneggia fino in fondo nel proprio lavoro può risultare più importante di quanto non sia una soluzione cinematograficamente brillante o pensata. Qualcosa in questi film accade malgrado chi lo abbia diretto o prodotto ed è esattamente questo il punto in cui emerge con tutta la sua forza il fantasma ideologico che struttura la nostra configurazione della realtà”.

Ed è qui che si genera il significato, che si traccia una linea netta tra una posizione e l’altra. C’è chi vede solo un elitarismo del prodotto culturale e chi trova “l’alto” anche nel popolare, la complessità nella spontaneità creativa.

Alan Moore ha ragione quando legge una correlazione diretta tra le scelte politiche e le “mode” della cultura vigente. Ma sbaglia la direzione con cui legge questo rapporto. Si può dissentire con Alan Moore credendo che non è l’arte a creare la realtà (come lui dice). Al contrario i prodotti culturali assumono una determinata forma specchiandosi nell’oggi già presente e ben definito. Mettono in luce istanze già esistenti.

Quindi no, Trump e l’attuale classe politica non è stata eletta a causa della rappresentazione fatta nei fumetti. Al contrario, i fumetti rappresentano questo mondo proprio perché nella realtà c’è già un’inquietudine e un bisogno di sicurezza da portare a galla.

E insomma no, a nostro avviso i supereroi non hanno portato il cinema alla rovina, sono soltanto il negativo di fantasia della fotografia della nostra realtà. Forse non gridano messaggi cubitali. Forse la loro voce a volte è flebile. Il linguaggio adottato è spesso semplice. Ma vale la pena mettersi all’ascolto.