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    <title>BadTaste - Amazon Prime Video</title>
    <subtitle>Cos’è Amazon Prime VideoAmazon Prime Video è la piattaforma streaming di Amazon con un’ampia selezione di film, serie tv e contenuti sportivi, disponibili vari dispositivi compatibili. Come vedere Amazon Prime VideoAmazon Prime Video disponibile sia come app mobile e su smart tv, sia per l&amp;#039;ac...</subtitle>
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    <rights>Copyright © 2026 Bad srls. Tutti i diritti riservati.</rights>

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        <title>Questo film con Edward Norton su Prime Video batte The Prestige: perché è invecchiato meglio</title>
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        <updated>2026-09-20T18:01:03+00:00</updated>
        <published>2026-09-20T18:00:37+00:00</published>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>Hollywood ama raddoppiare. Due film su Truman Capote a distanza ravvicinata, due su Biancaneve nello stesso anno, e poi il caso più affascinante: due pellicole sui magicians vittoriani uscite quasi in contemporanea. Nel 2006 arriva The Prestige di Christopher Nolan, con Christian Bale e Hugh Jackman. <strong>Poco dopo, nel 2007, tocca a The Illusionist - L&#039;illusionista di Neil Burger, disponibile su Prime Viedeo, con Edward Norton</strong>. Sulla carta, una battaglia persa in partenza per il secondo. Eppure, a quasi vent&#039;anni di distanza, è proprio il film meno celebrato a rivelare la mano vincente. The Illusionist  non ha mai goduto dell&#039;hype che circonda tutto ciò che porta la firma di Nolan. Non ha avuto un David Bowie in versione automa né la complessità labirintica che ha reso The Prestige un cult per cinefili. Ma ha qualcosa di più prezioso:<strong> controllo, focus, e un finale che non cerca di impressionarti con acrobazie narrative, ma di soddisfarti con eleganza</strong>.<br><br>La storia è ambientata nella Vienna di inizio Novecento, città delle innovazioni in psicologia, demagogia e isteria di massa. Un contesto perfetto per un illusionista.<strong> Edward Norton interpreta Eisenheim, nato Abramovitz, figlio di un modesto falegname austriaco che da bambino scopre il talento per la magia</strong>. Il suo primo pubblico è Sophie, una ragazzina aristocratica che si incanta davanti ai suoi trucchi. È un amore innocente e platonico, stroncato dalle autorità prima che possa sbocciare. I due vengono separati, lei torna al suo mondo di privilegi, lui sparisce. Anni dopo, Eisenheim riappare sul palcoscenico della capitale, ormai adulto, celebre, austero. <strong>Niente assistenti in paillettes, niente effetti speciali pacchiani. Solo lui, la sua presenza magnetica, e trucchi che lasciano il pubblico senza fiato</strong>. Tra gli spettatori c&#039;è il principe Leopold, interpretato da Rufus Sewell con quella mistura perfetta di altezzosità e insicurezza che solo lui sa dosare. Leopold è fidanzato con una giovane donna bellissima, Jessica Biel. </p><p><strong>Una sera, durante uno spettacolo, il principe permette con sufficienza alla sua promessa sposa di scendere dal palco reale per assistere Eisenheim in un numero</strong>. Solo quando sono faccia a faccia, sotto i riflettori, i due si riconoscono. Lei è Sophie. E il destino, pericoloso e inevitabile, si rimette in moto. Qui sta il primo colpo di genio del film: non è un duello tra due maghi. È uno scontro tra un mago e un principe. The Prestige si annulla nella simmetria dei suoi protagonisti, due illusionisti ossessionati che si specchiano e si distruggono a vicenda. <strong>The Illusionist sceglie l&#039;asimmetria, e con essa una tensione più interessante: non si tratta solo di prestigio scenico, ma di prestigio sociale, politico, persino razziale</strong>. Leopold è un aristocratico reazionario, convinto che il paese non debba essere &quot;governato da bastardi&quot;. Non viene mai esplicitato, ma è chiaro: considera Eisenheim, nato Abramovitz, uno di quei &quot;bastardi&quot;. Un ebreo. Un plebeo. Eppure questo plebeo gode di una popolarità che il principe non può comprare. Eisenheim ha carisma, modernità, una forma di democrazia nel consenso che riceve. </p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/questo-film-con-edward-norton-su-prime-video-batte-the-prestige-perche-e-invecchiato-meglio">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Perché questo film con Edward Norton è invecchiato meglio di The Prestige di Nolan: analisi del thriller del 2006 su magia, potere e class struggle nella Vienna.</summary>
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        <title>Christian Bale e Amy Adams in questo film politico su Prime Video che divide critica e pubblico</title>
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        <updated>2026-09-20T17:01:03+00:00</updated>
        <published>2026-09-20T17:00:51+00:00</published>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>Con il suo precedente film The Big Short, Adam McKay aveva compiuto l&#039;impossibile: trasformare un argomento ostico come i mutui in un&#039;opera cinematografica scoppiettante e intelligente. Forte di quel successo, <strong>il regista si è lanciato in una sfida ancora più audace con Vice - L&#039;uomo nell&#039;ombra (disponibile su prime Video), tentando di costruire il ritratto di un uomo che per tutta la carriera ha fatto dell&#039;opacità la sua arma più affilata</strong>: Dick Cheney, spietato animale politico e vicepresidente degli Stati Uniti durante l&#039;amministrazione Bush. Ma Cheney è un osso duro, come confermerebbero colleghi e avversari. Un uomo scrupoloso nel coprire le proprie tracce quanto calcolatore nell&#039;accumulare potere. McKay, consapevole dell&#039;impossibilità di accedere alla verità assoluta su certi episodi della storia politica americana, trasforma questa limitazione in punto di forza narrativo. </p><p><strong>La sceneggiatura ammicca allo spettatore oltre la quarta parete, riconoscendo apertamente che alcuni fatti rimarranno per sempre avvolti nel mistero</strong>, per poi lanciarsi in derive di fantasia comica: Cheney e sua moglie Lynne che dialogano in finto verso shakespeariano, titoli di coda falsi che scorrono a metà film. Si tratta di una scrittura ambiziosa, certamente, ricca di idee e informazioni che si rincorrono. Eppure, se la sceneggiatura di The Big Short, scritta insieme a Charles Randolph, aveva saputo navigare con eleganza tra materiali densi e spesso aridi, qui emerge una nota leggermente frenetica nel tono satirico che è marchio di fabbrica di McKay.<strong> Un&#039;agitazione che si fa sempre più evidente nell&#039;ultimo atto, quando alcuni momenti danno l&#039;impressione di un compito in classe scritto in preda al panico</strong>: fatti sparati a raffica, il filo del discorso ormai smarrito.<br><br>Sotto uno strato abbondante di protesi che lo trasforma in una patata malevola, Christian Bale è fisicamente irriconoscibile. Ciononostante, McKay sceglie spesso di avvolgerne il volto nell&#039;oscurità. <strong>Cheney, suggerisce il regista, era un uomo che operava più a suo agio tra le ombre. Il film si diverte anche con la passione del vicepresidente per la pesca a mosca, inserendo inquadrature di lucci e pesci gatto in agguato come esche visive</strong>. Un simbolismo forse troppo evidente: Cheney è un pesce scivoloso, impossibile da afferrare. Ma vale la pena soffermarsi sulla performance di Bale, che ha ricevuto una delle otto nomination agli Oscar conquistate dal film. La voce è perfetta: contorni levigati e un&#039;autorità pericolosa che trasuda da ogni sillaba. <strong>Bale dissemina la sua recitazione di pause inaspettate a metà frase, che restano sospese nell&#039;aria come un cappio da boia</strong>. C&#039;è qualcosa del padrino mafioso nella sua interpretazione: la mole impassibile alla Corleone, quel cenno secco e fatale di congedo. </p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/christian-bale-e-amy-adams-in-questo-film-politico-su-prime-video-che-divide-critica-e-pubblico">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Christian Bale si è ispirato a Satana per questa interpretazione. Analisi del film, delle performance Oscar e del ritratto controverso.</summary>
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        <title>Hugh Laurie su Prime Video, protagonista del medical drama perfetto da vedere se sei un fan del genere</title>
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        <updated>2026-09-20T16:01:02+00:00</updated>
        <published>2026-09-20T16:00:49+00:00</published>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>Nel panorama infinito delle serie televisive, i medical drama rappresentano uno dei generi più longevi e amati dal pubblico. Da Grey&#039;s Anatomy a The Good Doctor, passando per ER e Scrubs, le storie ambientate in ospedale hanno sempre saputo conquistare milioni di spettatori. Ma se dovessi sceglierne uno solo, quale sarebbe il punto di partenza ideale? La risposta è più semplice di quanto pensi:<strong> Dr. House. Andata in onda dal 2004 al 2012 e ora disponibile su Prime Video, questa serie creata da David Shore non è semplicemente un buon medical drama</strong>. È il medical drama che ogni appassionato del genere dovrebbe vedere almeno una volta nella vita. Ma cosa rende House così speciale in un panorama saturo di camici bianchi e diagnosi impossibili? La serie ruota attorno a un personaggio che sulla carta dovrebbe essere impossibile da amare: il dottor Gregory House, interpretato da un magistrale Hugh Laurie. House non è il classico medico televisivo dal cuore d&#039;oro nascosto sotto una corazza di cinismo. </p><p>È genuinamente sgradevole, arrogante, spesso crudele senza motivo apparente. <strong>È un misantropo convinto, dipendente dagli antidolorifici, che sembra provare attivo disgusto per la maggior parte delle persone che incontra, pazienti inclusi</strong>. Eppure, eccoti lì, episodio dopo episodio, a fare il tifo per lui. Come è possibile? La magia sta nella performance carismatica di Laurie, capace di trasformare un personaggio oggettivamente detestabile in un protagonista per cui provi empatia nonostante tutto. <strong>House è un genio della diagnostica, forse il migliore al mondo, e quella competenza assoluta crea una dinamica affascinante</strong>: per quanto sia insopportabile come persona, è impossibile non ammirare la sua mente brillante e, sotto strati di sarcasmo velenoso, il suo desiderio genuino di risolvere l&#039;enigma medico e salvare vite. La struttura narrativa di House segue un formato quasi procedurale. Ogni episodio presenta un nuovo caso medico, spesso con un paziente interpretato da guest star di rilievo.<br><br><strong>House sa anche quando prendersi sul serio e quando alleggerire. L&#039;umorismo è parte integrante della serie, spesso nero, sempre tagliente</strong>. Le battute al vetriolo di House, i suoi riferimenti alla cultura pop, le sue osservazioni cinicas sulla natura umana creano un ritmo che impedisce alla serie di scivolare nel melodramma tipico di tanti medical drama. La serie affronta temi medici complessi con un livello di dettaglio e accuratezza che all&#039;epoca era raro per la televisione generalista. <strong>Malattie rare, condizioni misteriose, diagnosi differenziali elaborate: House ha elevato lo standard di cosa il pubblico poteva aspettarsi da un medical drama</strong>, aprendo la strada a show più recenti come The Pitt, che puntano su un realismo ancora maggiore. Ma oltre alla medicina, House è una riflessione sulla natura umana, sul dolore fisico ed emotivo, sul conflitto tra empatia e razionalità. House stesso è un uomo distrutto dal dolore cronico alla gamba, una condizione che ha trasformato la sua vita e probabilmente acuito il suo cinismo.</p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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        <summary>Scopri perché questo è considerato il miglior medical drama di sempre. Dalla genialità di Hugh Laurie alla struttura narrativa perfetta: analisi completa della serie cult.</summary>
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        <title>Dopo 34 anni, questo film con Al Pacino su Prime Video è ancora impresso nella memoria collettiva</title>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p><strong>L&#039;immaginario collettivo ha cristallizzato il Tenente Colonnello Frank Slade in un&#039;unica, potentissima immagine: Al Pacino che urla &quot;hoo-ah&quot; con la veemenza di chi ha fatto della teatralità la propria firma</strong>. Eppure, chi si avvicina oggi a Profumo di donna, disponibile su Prime Video, con occhi nuovi scopre una verità spiazzante. La performance che nel 1993 consegnò a Pacino il suo primo e unico Oscar come miglior attore protagonista è molto più sfumata, contenuta, persino trattenuta di quanto tre decenni di meme e citazioni pop ci abbiano fatto credere. Certo, i momenti esplosivi ci sono. <strong>Slade è un veterano cieco, alcolizzato e insopportabile, con la lingua affilata come un rasoio e la capacità di passare dalla poesia devastante alla volgarità più cruda nella stessa frase</strong>. Ma è proprio questa oscillazione continua a rendere il personaggio memorabile, non l&#039;urlo fine a se stesso. Pacino orchestra una sinfonia emotiva dove ogni sfumatura conta: il sarcasmo velenoso, la seduzione calibrata, la disperazione nascosta dietro la corazza di cinismo.<br><br>La storia è nota ma vale la pena riavvolgerla. <strong>Charlie Simms, interpretato da un giovanissimo Chris O&#039;Donnell, frequenta la prestigiosa Baird School in New England grazie a una borsa di studio</strong>. A differenza dei suoi compagni, figli di famiglie benestanti, Charlie deve lavorare per pagarsi il biglietto aereo per tornare a casa a Natale. Accetta così un lavoro per il weekend del Ringraziamento: fare da babysitter al Tenente Colonnello Frank Slade, un ex Ranger dell&#039;esercito che vive nella dependance della casa di sua nipote. Il primo incontro è un disastro. Slade è ostile, sprezzante, determinato a respingere chiunque si avvicini. <strong>Ma Charlie accetta comunque l&#039;incarico, ignaro che quel weekend cambierà entrambe le loro vite</strong>. Parallelamente, a scuola, Charlie e George Willis Jr., quest&#039;ultimo interpretato da un Philip Seymour Hoffman agli albori della carriera, assistono ad alcuni studenti mentre preparano uno scherzo ai danni del preside. </p><p>Convocati nell&#039;ufficio del rettore, entrambi si rifiutano di fare i nomi dei colpevoli, nonostante il preside tenti di corrompere Charlie con la promessa di un&#039;ammissione garantita ad Harvard.<strong> Appena la nipote e la sua famiglia lasciano la casa, Slade rivela il suo piano clandestino: un viaggio a New York City per vivere un ultimo weekend di lusso sfrenato prima di suicidarsi</strong>. Charlie inizialmente non sa se prendere sul serio questa dichiarazione, ma si ritrova trascinato in un turbine di eccessi: abiti formali, whisky pregiato, donne, cibo raffinato. Tutto pagato senza parsimonia, come se il denaro non avesse più importanza per un uomo che ha deciso di chiudere i conti con la vita. Il film gioca magistralmente sul tema della dualità. <strong>Charlie viene da una famiglia povera e disgregata, mentre i suoi compagni nuotano nel privilegio e sanno che i loro genitori possono comprare l&#039;impunità</strong>. </p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/dopo-34-anni-questo-film-con-al-pacino-su-prime-video-e-ancora-impresso-nella-memoria-collettiva">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Una performance di Al Pacino sfumata e complessa, ben oltre l&#039;iconico, in questo capolavoro disponibile su Prime Video.</summary>
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        <title>Harrison Ford contro Tommy Lee Jones: il thriller candidato agli Oscar nel 1994 ora è su Prime Video</title>
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        <updated>2026-09-20T14:01:03+00:00</updated>
        <published>2026-09-20T14:00:17+00:00</published>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>Trentatré anni dopo la sua uscita nelle sale, <strong>The Fugitive - Il fuggitvo continua a dimostrare che l&#039;eccellenza cinematografica non conosce scadenza. Il thriller con Harrison Ford si posiziona stabilmente tra i dieci film più visti su Prime Video negli Stati Uniti,</strong> un risultato straordinario che solleva una domanda fondamentale: cosa rende un film del 1993 ancora così irresistibile nel panorama dell&#039;intrattenimento moderno, saturo di produzioni high-tech e budget stratosferici? <strong>La risposta risiede in una combinazione rara di elementi che hanno fatto di The Fugitive non solo un successo commerciale della sua epoca, ma un punto di riferimento immortale per il genere action thriller</strong>. Diretto da Andrew Davis e uscito nel pieno dell&#039;ascesa stellare di Harrison Ford, il film racconta la storia del dottor Richard Kimble, un uomo accusato ingiustamente dell&#039;omicidio della moglie che si trasforma in fuggitivo per provare la propria innocenza. Una premessa classica, quasi archetipica, ma eseguita con una maestria tecnica e narrativa che continua a dettare legge.<br><br>Il cinema d&#039;azione ha regalato al pubblico capolavori indiscussi: l&#039;adrenalina pura di Speed con Keanu Reeves in corsa contro il tempo, la tensione psicologica di Heat dove Robert De Niro e Al Pacino si sfidano in un duello di intelligenze, l&#039;iconica battaglia natalizia di Die Hard, o le fughe storiche de La grande fuga. Eppure, quando si parla di thriller d&#039;azione puri<strong>, The Fugitive occupa una posizione particolare nell&#039;olimpo del genere, spesso citato come il miglior esempio di questa categoria cinematografica</strong>. La genialità del film risiede nella sua capacità di bilanciare perfettamente azione mozzafiato e profondità psicologica.<strong> La caccia all&#039;uomo orchestrata da Samuel Gerard, interpretato da un Tommy Lee Jones al vertice della sua carriera, non è semplicemente un inseguimento fisico attraverso Chicago e i suoi dintorni</strong>. È un duello intellettuale tra due uomini ugualmente determinati, intelligenti e incrollabili nei propri principi: uno che fugge per dimostrare la verità, l&#039;altro che insegue perché la legge lo richiede.<br><br><strong>Se Harrison Ford era il nome che attirava il pubblico nelle sale, fu Tommy Lee Jones a rubare letteralmente la scena</strong>, consegnando una performance così magnetica da valergli l&#039;Oscar come miglior attore non protagonista alla 66esima edizione degli Academy Awards nel marzo 1994.<strong> Un riconoscimento meritatissimo per un personaggio che avrebbe potuto essere un semplice antagonista unidimensionale, ma che invece emerge come figura complessa, carismatica e persino simpatica nella sua inflessibile dedizione al dovere</strong>. The Fugitive ricevette complessivamente sette nomination agli Oscar, inclusa quella per il miglior film, un riconoscimento rarissimo per un thriller d&#039;azione che testimonia quanto l&#039;Academy riconoscesse la qualità complessiva dell&#039;opera. Quella notte, però, il film si trovò di fronte a un avversario imbattibile: Schindler&#039;s List di Steven Spielberg, il capolavoro struggente che avrebbe dominato la cerimonia. Nonostante la sconfitta nella categoria principale, The Fugitive uscì dalla sala con la consapevolezza di aver lasciato un segno indelebile nella cultura cinematografica americana.</p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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</div><p>Il successo al botteghino fu immediato e travolgente.<strong> Uscito nell&#039;estate del 1993, il film conquistò il pubblico mondiale, diventando uno dei maggiori incassi dell&#039;anno e consolidando ulteriormente lo status di Harrison Ford come una delle più grandi star del cinema</strong>. Ma mentre molti blockbuster dell&#039;epoca sono oggi relegati alla nostalgia o dimenticati nei meandri dei cataloghi streaming, The Fugitive ha dimostrato una longevità eccezionale. La struttura narrativa del film è un masterclass di storytelling cinematografico. <strong>Ogni scena serve uno scopo preciso, ogni dialogo è cesellato per rivelare carattere o far avanzare la trama</strong>, ogni sequenza d&#039;azione è costruita con una chiarezza geografica e una progressione logica che oggi, nell&#039;era del montaggio frenetico e della CGI onnipresente, appare quasi rivoluzionariamente classica. La celebre scena del treno, quella della cascata, l&#039;inseguimento nella parata di San Patrizio: sono momenti di puro cinema che rimangono impressi nella memoria collettiva.<br><br>Ma forse l&#039;elemento più importante della duratura popolarità di <a href="https://www.badtaste.it/film/il-fuggitivo" rel="false">The Fugitive</a> è qualcosa di più intangibile:<strong> il film parla a una verità umana universale, quella della ricerca della giustizia contro ogni probabilità, della determinazione di un uomo solo contro un sistema che lo ha condannato ingiustamente</strong>. È una narrazione archetipica che risuona attraverso le culture e le generazioni, dalla letteratura classica al cinema moderno. Il fatto che oggi, nel 2026, il film continui a competere con successo contro produzioni recenti in streaming dimostra che il pubblico riconosce ancora l&#039;autenticità e la qualità artigianale quando la incontra.<strong> In un&#039;epoca di franchise cinematografici, universi condivisi e sequel infiniti, The Fugitive rimane un esempio luminoso di come una storia autonoma</strong>, ben raccontata e brillantemente eseguita, possa trascendere le mode e le tecnologie.</p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/harrison-ford-contro-tommy-lee-jones-il-thriller-candidato-agli-oscar-nel-1994-ora-e-su-prime-video">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Il thriller con Harrison Ford e Tommy Lee Jones è su Prime Video. Scopri perché resta imbattibile e continua a conquistare il pubblico.</summary>
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        <title>Su Prime Video, c&#039;è il film record d&#039;incassi degli anni 80 che valse l&#039;Oscar a Dustin Hoffman</title>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p><strong>Rain Man - L&#039;uomo della pioggia è tornato. Dopo mesi di assenza dalle piattaforme di streaming, il capolavoro del 1988 diretto da Barry Levinson è nuovamente disponibile su Prime Video dal 1 settembre</strong>. Per chi non ha mai visto questo film o per chi desidera riscoprirlo, si tratta di un&#039;occasione imperdibile per immergersi in uno dei road movie più iconici della storia del cinema americano. <strong>La pellicola racconta la storia di Charlie Babbitt, un giovane imprenditore di Los Angeles interpretato da Tom Cruise, che scopre dell&#039;esistenza di un fratello maggiore, Raymond, affetto da autismo e dotato di straordinarie capacità mnemoniche</strong>. Interpretato magistralmente da Dustin Hoffman, Raymond diventa il centro emotivo di un viaggio attraverso l&#039;America che trasformerà profondamente entrambi i protagonisti. Quello che inizia come un tentativo di Charlie di ottenere una parte dell&#039;eredità paterna si evolve in un percorso di scoperta, comprensione e connessione fraterna.<br><br><strong>Rain Man non è solo un film toccante, ma rappresenta anche un fenomeno culturale che ha lasciato un segno indelebile negli anni Ottanta</strong>. La critica lo ha accolto con entusiasmo: su Rotten Tomatoes vanta un impressionante 88 per cento di approvazione dai critici e un 90 per cento dal pubblico. Questi numeri testimoniano quanto il film abbia saputo parlare sia agli addetti ai lavori che agli spettatori comuni, trasformandosi in un classico senza tempo.<strong> Ma è al botteghino che Rain Man ha davvero fatto la storia. Con un budget di produzione di soli 25 milioni di dollari, il film ha incassato la cifra stratosferica di 354 milioni in tutto il mondo</strong>. Parliamo di quattordici volte il budget iniziale, un risultato che oggi, nell&#039;era dei cinecomic e dei blockbuster da 200 milioni di budget, appare quasi impossibile. Questo successo commerciale rappresenta un esempio lampante di come una storia ben raccontata, con personaggi profondi e interpretazioni straordinarie, possa conquistare il pubblico globale senza bisogno di effetti speciali o franchise consolidati.<br><br><strong>La sceneggiatura, firmata da Ron Bass e Barry Morrow, è stata uno degli elementi vincenti del progetto</strong>. I due autori hanno saputo bilanciare momenti di grande intensità emotiva con scene più leggere, creando un ritmo narrativo perfetto. Barry Levinson, il regista che ha portato questa storia sullo schermo, ha dimostrato una sensibilità rara nel trattare il tema dell&#039;autismo, evitando stereotipi e costruendo un ritratto umano e autentico di Raymond.<strong> Levinson, che negli anni successivi ha continuato a lavorare nel cinema con alterne fortune, ha recentemente diretto The Alto Knights, un thriller criminale con Robert De Niro che purtroppo non ha replicato il successo di Rain Man</strong>, incassando solo 10 milioni a fronte di un budget di 45 milioni. Tuttavia, la sua collaborazione con De Niro era già iniziata nel 2017 con The Wizard of Lies, un dramma finanziario che ha ricevuto quattro nomination agli Emmy Awards e che ha visto anche Michelle Pfeiffer nel cast.</p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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</div><p>Per Tom Cruise, Rain Man ha rappresentato uno dei momenti più alti della sua carriera. Arrivato dopo successi come Top Gun e prima di A Few Good Men - Codice d&#039;onore (in cui <a href="https://www.badtaste.it/articoli/stasera-in-tv-codice-donore-la-frase-di-jack-nicholson-che-e-diventata-una-leggenda-nella-storia-del-cinema" rel="false">una frase di Nicholson è diventata una leggenda nella storia del cinema</a>), il film ha dimostrato la sua versatilità come attore, mostrando una gamma emotiva ben diversa dai ruoli d&#039;azione per cui era già celebre.<strong> Cruise ha saputo rendere credibile l&#039;evoluzione di Charlie da giovane cinico e interessato solo al denaro a fratello consapevole e affettuoso</strong>. Oggi, mentre Cruise continua a dominare il box office con progetti ambiziosi, il ritorno di Rain Man in streaming offre uno sguardo su un&#039;epoca diversa della sua carriera.<br><br><strong>Rain Man rimane un film che ha definito un&#039;epoca</strong>. La sua assenza dalle piattaforme di streaming aveva lasciato un vuoto per gli appassionati di cinema classico, e il suo ritorno su Prime Video rappresenta un&#039;opportunità per una nuova generazione di scoprire perché questo film ha conquistato non solo il pubblico, ma anche l&#039;Academy Awards, portando a casa quattro Oscar, tra cui quello per Miglior Film e Miglior Attore per Dustin Hoffman.<strong> In un panorama cinematografico sempre più dominato da sequel, remake e universi condivisi, Rain Man ci ricorda il potere di una storia semplice ma profonda, raccontata con maestria e interpretata da attori al culmine delle loro capacità</strong>. La sua disponibilità su Prime Video è un invito a rallentare, a prendersi il tempo di guardare un film che ha ancora molto da dire sul significato di famiglia, comprensione e connessione umana.</p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/su-prime-video-ce-il-film-record-dincassi-degli-anni-80-che-valse-loscar-a-dustin-hoffman">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Il film del 1988 incassò 354 milioni con budget di 25 milioni, con Dustin Hoffman e Tom Cruise, è su Pirme Video.</summary>
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        <title>Su Prime Video, il film in cui Scorsese racconta il massacro degli Osage che l&#039;FBI ha ignorato per anni</title>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>Martin Scorsese è tornato al cinema con un&#039;opera che potrebbe rappresentare il culmine della sua carriera. <strong>Killers of the Flower Moon, disponibile su Prime Video, non è semplicemente un film: è un atto di testimonianza, una ricostruzione storica che mette a nudo una delle pagine più oscure e dimenticate della storia americana</strong>. Tratto dal libro-inchiesta di David Grann, il film racconta il massacro sistematico dei membri della nazione Osage negli anni Venti, uccisi per impossessarsi dei loro diritti petroliferi. Tre ore e mezza di cinema viscerale, emotivo, devastante.<strong> La storia si svolge nell&#039;Oklahoma degli anni Venti, quando la scoperta del petrolio trasformò la nazione Osage in una delle comunità più ricche d&#039;America</strong>. Una ricchezza che attirò predatori bianchi, primo fra tutti William King Hale, allevatore di bestiame interpretato da un Robert De Niro spietato e magnetico. Hale orchestrò un piano criminale per appropriarsi del denaro degli Osage attraverso matrimoni combinati, manipolazioni e omicidi seriali. </p><p>Il suo braccio esecutivo fu il nipote Ernest Burkhart, incarnato da Leonardo DiCaprio in una delle sue performance più sfumate e moralmente ambigue.<strong> Ernest sposa Mollie, interpretata dalla rivelazione Lily Gladstone, appartenente a una delle famiglie Osage più facoltose. Quello che dovrebbe essere un matrimonio d&#039;amore si trasforma nel fulcro di una cospirazione omicida</strong>. Mentre i familiari di Mollie iniziano a morire in circostanze misteriose, Ernest si trova intrappolato tra l&#039;affetto per la moglie e la lealtà verso lo zio. DiCaprio costruisce un personaggio privo di spina dorsale, un uomo piccolo che si convince di fare la cosa giusta mentre partecipa a un genocidio per denaro.<strong> La sua interpretazione bilancia sincerità e crudeltà, mostrando come funziona la complicità: una maschera di gentilezza che nasconde l&#039;orrore</strong>.<br><br><strong>Ma è Lily Gladstone a rubare la scena. La sua Mollie è un concentrato di forza silenziosa, dignità e dolore</strong>. Gladstone utilizza ogni minima sfumatura del linguaggio corporeo, ogni variazione nell&#039;intonazione della voce, ogni sguardo per comunicare l&#039;abisso emotivo del personaggio. Mollie è determinata a scoprire la verità dietro la scomparsa dei suoi cari, ma è accecata dall&#039;amore e dalla fiducia tradita. La performance dell&#039;attrice, già candidata favorita agli Oscar, è di quelle che restano impresse nella memoria collettiva del cinema.<strong> Scorsese, coadiuvato dallo sceneggiatore Eric Roth, costruisce una narrazione stratificata che si prende tutto il tempo necessario per sviluppare tensioni sotterranee</strong>. L&#039;FBI, guidato dall&#039;agente Tom White di Jesse Plemons, entra in scena solo nella seconda metà del film, e viene apertamente criticato per non essere intervenuto fino a quando non c&#039;è stato un tornaconto economico. </p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/su-prime-video-il-film-in-cui-scorsese-racconta-il-massacro-degli-osage-che-lfbi-ha-ignorato-per-anni">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Analisi del capolavoro di Scorsese su Prime Video sul massacro degli Osage. Con DiCaprio, De Niro e Lily Gladstone. </summary>
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        <title>Su Prime Video, c&#039;è un film di Scorsese che contiene la migliore scena gangster di tutti i tempi</title>
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        <published>2026-09-20T12:00:47+00:00</published>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>Esistono scene cinematografiche che trascendono il film che le contiene e diventano parte dell&#039;immaginario collettivo. <strong>La morte di Billy Batts in Quei bravi ragazzi, capolavoro del 1990 su Prime Video di Martin Scorsese, è una di queste</strong>. A distanza di oltre tre decenni dalla sua uscita, quella sequenza continua a detenere un primato che pochi osano contestare: la migliore scena di morte mai realizzata in un film gangster. Non si tratta di un&#039;affermazione campata in aria.<strong> Quei bravi ragazzi, conosciuto internazionalmente come Goodfellas, è considerato da molti critici e appassionati il gangster movie definitivo, un film che ha ridefinito i codici del genere con uno sguardo crudo, privo di romanticismo, sulla criminalità organizzata</strong>. Scorsese ha confezionato un&#039;opera tecnicamente impeccabile, costruita su un ritmo implacabile, tensione continua e una gallery di personaggi indimenticabili interpretati da un cast stellare: Ray Liotta nei panni di Henry Hill, Robert De Niro come James Conway e Joe Pesci in quello che resta probabilmente il suo ruolo più iconico, Tommy DeVito.<br><br><strong>La scena che vede protagonista Billy Batts non è solo violenta. È strategicamente orchestrata per colpire lo spettatore su più livelli: psicologico, emotivo, visivo</strong>. Batts è un &quot;self made man&quot;, un uomo fatto, intoccabile secondo le regole non scritte della mafia. Appena uscito di prigione, incontra Tommy in un locale e il clima si fa immediatamente teso. Billy sembra quasi amichevole quando si rivolge a Tommy chiamandolo &quot;Spitshine Tommy&quot;, riferendosi al suo passato come lustrascarpe. Ma l&#039;apparente cordialità nasconde una presa in giro umiliante. <strong>Tommy lascia il bar, apparentemente controllato. Ma chi conosce il personaggio sa che quella calma è solo la quiete prima della tempesta</strong>. E infatti, alla fine della serata, quando Batts si trova solo con Jimmy, Tommy ritorna. La sua nuova &quot;scatola da scarpe&quot; è una pistola. Colpisce il vecchio gangster alla testa con il calcio dell&#039;arma, e quando Batts crolla a terra, Tommy e Jimmy lo massacrano di botte in una sequenza di violenza quasi rituale.<br><br><strong>Ma è quello che accade dopo a rendere la scena davvero indimenticabile</strong>. Batts, ancora vivo ma ridotto in fin di vita, viene gettato nel bagagliaio dell&#039;auto. Durante il viaggio verso il luogo dove seppellirlo, si sente un rumore dal baule. L&#039;uomo è ancora cosciente. Tommy, in preda a una furia sadica, lo raggiunge con un coltello e inizia a colpirlo ripetutamente. Jimmy si unisce con alcuni colpi di pistola. La cinepresa inquadra la scena dall&#039;interno del bagagliaio, un punto di vista straniante che amplifica l&#039;orrore. Mentre tutto questo accade, la voce fuori campo di Henry Hill commenta con una calma disarmante: &quot;<em>A volte anche se la gente non sgarrava, veniva ammazzata</em>&quot;. <strong>Questo contrasto tra la brutalità delle immagini e il tono quasi burocratico della narrazione è ciò che eleva la sequenza da semplice momento di violenza a perfetto esempio di storytelling cinematografico</strong>. Scorsese ci sta dicendo che in quel mondo la morte è routine, un fatto amministrativo, una necessità operativa.</p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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</div><p><strong>Joe Pesci è magistrale nel cavalcare quella linea sottilissima tra comico e terrificante. Il suo Tommy DeVito è una mina vagante, imprevedibile, capace di passare dalla risata omicida all&#039;esplosione di violenza in una frazione di secondo</strong>. È la stessa dualità che lo renderà celebre in ruoli apparentemente lontanissimi come quello del ladro maldestro in Mamma, ho perso l&#039;aereo. Ma qui, in Quei bravi ragazzi, quella presenza ambigua diventa pura tensione narrativa. La scena di Billy Batts funziona perché non è gratuita. <strong>Ogni elemento è calibrato: la provocazione iniziale, l&#039;umiliazione pubblica, la vendetta differita, la violenza esplosiva, il sadismo freddo, il commento distaccato</strong>. È una lezione di regia applicata, di come si costruisce una sequenza che rimane impressa nella memoria dello spettatore non per lo shock fine a se stesso, ma perché racconta qualcosa di profondo sulla natura umana e sul funzionamento di quel particolare universo criminale.<br><br>Quei bravi ragazzi attinge a storie vere, basandosi sul libro di Nicholas Pileggi che racconta la vita del vero Henry Hill. Ma è la trasformazione di quei fatti in cinema, operata da Scorsese e dal suo team, a renderli immortali. <strong>Il film non è solo violento: è riflessivo sulla violenza. Non glorifica i gangster: ne mostra la brutalità quotidiana, la paranoia, il tradimento, la fine ingloriosa</strong>. La morte di Billy Batts è diventata una pietra di paragone per tutto il genere gangster. Ogni film successivo che ha tentato di raccontare il crimine organizzato si è dovuto confrontare con quella sequenza, con quella capacità di rendere la violenza insieme realistica e simbolica, fredda e viscerale.<strong> In un genere che ha prodotto opere monumentali come Il Padrino e Il Padrino parte II, riuscire a distinguersi con una singola scena è un&#039;impresa che pochi registi possono vantare</strong>.<br><br>Oggi, a oltre trent&#039;anni dall&#039;uscita, <a href="https://www.badtaste.it/articoli/quei-bravi-ragazzi-martin-scorsese-retroscena-scena-buffo-come" rel="false">Quei bravi ragazzi</a> <strong>continua a essere studiato nelle scuole di cinema, analizzato dai critici, amato dagli spettatori</strong>. E quando si parla di quella particolare forma d&#039;arte che è la scena di morte perfetta nel cinema gangster, tutti i discorsi tornano inevitabilmente lì: a un bagagliaio aperto nella notte, a Joe Pesci con un coltello in mano, e alla voce calma di Ray Liotta che ci ricorda quanto possa essere banale, in certi mondi, ammazzare un uomo.</p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/su-prime-video-ce-un-film-di-scorsese-che-contiene-la-migliore-scena-gangster-di-tutti-i-tempi">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>La morte di Billy Batts in questo film di Scorsese è la migliore scena gangster mai realizzata. Analisi della sequenza iconica con Joe Pesci e Ray Liotta.</summary>
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        <title>Una star di Shameless in questo film dei Coen su Prime Video che funziona ancora dopo 30 anni </title>
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        <updated>2026-09-19T18:01:03+00:00</updated>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>Ci sono film che invecchiano come il latte dimenticato fuori dal frigo. E poi c&#039;è <strong>Fargo. A 30 anni dalla sua uscita, il thriller dei fratelli Coen disponibile su Prime Video non solo regge il confronto con il cinema contemporaneo, ma riluce di una brillantezza che molte produzioni moderne si sognano</strong>. La sua riedizione nelle sale dimostra una verità scomoda per Hollywood: un capolavoro resta tale, punto. Ma cosa rende Fargo così speciale? La risposta non sta in un singolo elemento, ma nell&#039;alchimia perfetta di componenti che Ethan e Joel Coen hanno saputo orchestrare con precisione chirurgica. <strong>Parliamo di un noir ambientato in paesaggi candidi e glaciali del Minnesota e del North Dakota, dove la neve bianca e sterminata diventa il palcoscenico di una storia nerissima</strong>. Un noir-blanc, come qualcuno l&#039;ha definito: un ossimoro cinematografico che funziona proprio perché sovverte ogni aspettativa.<br><br><strong>Al centro di tutto c&#039;è lei: Marge Gunderson, interpretata da una Frances McDormand in stato di grazia</strong>. Capo della polizia locale, sette mesi di gravidanza ben visibili, faccia bonaria e accento del Midwest che suona quasi parodistico. Eppure Marge non è una macchietta. È un&#039;investigatrice brillante, dotata di intuito sopraffino e senso procedurale impeccabile, completamente impermeabile alla violenza e alla bruttura del caso che si trova ad affrontare. La sua è una figura rivoluzionaria per il genere: niente cinismo da detective consumato, nessuna battuta sarcastica da dura che ha visto tutto. <strong>Marge rimane fresca, integra, con quella pancia che rappresenta letteralmente la speranza nel futuro</strong>. Il caso in questione nasce dalla mente contorta di Jerry Lundegaard, un venditore di auto mediocre e disperato magnificamente reso dalla star di Sahmeless William H. Macy. </p><p>I suoi occhi azzurri trasudano autocommiserazione e risentimento impotente mentre orchestra un piano semplice, ma destinato al disastro: far rapire sua moglie Jean per estorcere un milione di dollari al suocero ricco, Wade Presnell, intascando il riscatto e lasciando le briciole ai suoi due sgherri. <strong>Gli sgherri in questione sono Carl Showalter e Gaear Grimsrud, interpretati rispettivamente da Steve Buscemi e Peter Stormare, un duo di criminali così grottescamente incompetenti da risultare quasi comici</strong>. Quasi, perché la loro violenza è reale, spietata, terrificante. L&#039;omicidio di un agente della stradale e di due testimoni innocenti innesca l&#039;indagine di Marge, trasformando quello che doveva essere un rapimento pulito in un bagno di sangue. <strong>La genialità dei Coen sta nel rendere le forze dell&#039;ordine interessanti e divertenti quanto i criminali, un equilibrio che il cinema mainstream fatica ancora oggi a raggiungere</strong>. Marge non è solo competente: è umana in modo disarmante. </p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/una-star-di-shameless-in-questo-film-dei-coen-su-prime-video-che-funziona-ancora-dopo-30-anni">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>A 30 anni dall&#039;uscita, questo film dei fratelli Coen rimane un capolavoro insuperato. Analisi del noir-blanc con Frances McDormand che ha ridefinito il genere thriller.</summary>
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        <title>Non un semplice film sul pugilato: su Prime Video, Scorsese firma il ritratto della mascolinità tossica </title>
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        <published>2026-09-19T17:00:55+00:00</published>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>Non importa quante volte lo si veda, il pugno più duro arriva alla fine. E ci si casca sempre, inermi, con la guardia abbassata.<strong> Martin Scorsese chiude Raging Bull - Toro scatenato, disponibile su Prime Video, con una citazione biblica dal Vangelo di Giovanni, illuminata verso dopo verso sullo schermo nero</strong>. Ma Jake LaMotta ha davvero raggiunto la redenzione? Il pugile corrotto, autodistruttivo, divorato dall&#039;odio verso se stesso e gli altri, interpretato con una potenza straordinaria da Robert De Niro in questo classico del 1980, termina i suoi giorni senza riconciliarsi con la moglie che ha maltrattato, senza fare pace con il fratello Joey che ha sopportato ogni sua follia.<strong> Joe Pesci consegna una performance altrettanto indimenticabile in quel ruolo di fratello martire</strong>. L&#039;atto finale del film mostra LaMotta ridotto a un relitto gonfio e distrutto, intento a recitare numeri sentimentali e autocelebrativi in un nightclub di seconda categoria, semplicemente compiaciuto di essere sopravvissuto. </p><p>Come il cieco che rifiuta di condannare Gesù, LaMotta non ha interesse per il giudizio morale. Forse è questo il mistero di Raging Bull: il suo equivalente cinematografico della grazia divina. <strong>Tradizionalmente, i film di boxe raccontano storie di redenzione, del ritorno trionfale dell&#039;underdog che si rialza contro ogni pronostico</strong>. Proprio l&#039;anno prima, Rocky II di Stallone – prodotto, come Raging Bull, da Irwin Winkler – aveva offerto esattamente questo tipo di narrazione consolatoria. <strong>Ma Scorsese ha scelto una strada brutalmente nichilista: il suo protagonista è un combattente violento e misogino che si vende per quattro soldi</strong>, accettando di perdere volontariamente un incontro su ordine della malavita, proprio come Marlon Brando in Fronte del porto. La vittoria del titolo di LaMotta è irrimediabilmente compromessa dalla corruzione mafiosa. Il suo declino è segnato da ingratitudine e violenza. <strong>Alla fine diventa un mostro in gabbia che si sfracella i pugni contro il muro in preda alla disperazione</strong>. Gli spettatori dell&#039;epoca colsero echi con The Ekephant Man di David Lynch, uscito nello stesso periodo.<br><br>Tutto questo viene mostrato attraverso una serie di episodi visivamente stupefacenti, onirici, dentro e fuori dal ring. <strong>LaMotta affronta fanaticamente vari avversari, ha scontri testa contro testa con Joey, si innamora della sua seconda moglie Vickie</strong> – interpretata da Cathy Moriarty in un debutto straordinario –<strong> per poi arrivare a odiarla</strong>, impazzendo per la gelosia ossessiva, l&#039;insicurezza divorante e una mascolinità tossica che diventa la sua rovina. Oltre a basarsi sull&#039;autobiografia di LaMotta, il film di Scorsese trae ispirazione da Il campione di Mark Robson del 1949 con Kirk Douglas, e da Magnet of Doom di Jean-Pierre Melville del 1963 con Jean-Paul Belmondo. <strong>Ma la pura energia cinetica e il brio visionario di quelle scene di combattimento da incubo sono assolutamente unici</strong>. Nessun film di boxe, prima o dopo, ha mai raggiunto quella bellezza disperata. Forse lo sport stesso è stato messo al tappeto dalla potenza estetica di quest&#039;opera.</p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/non-un-semplice-film-sul-pugilato-su-prime-video-scorsese-firma-il-ritratto-della-mascolinita-tossica">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Il capolavoro del 1980 con De Niro su Prime Viedo che ha ridefinito il cinema sulla boxe e sulla mascolinità tossica. Un ritratto brutale senza redenzione.</summary>
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        <title>Questo cult di Scorsese su Prime Video ha anticipato di 50 anni il problema della solitudine maschile </title>
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        <updated>2026-09-19T16:01:02+00:00</updated>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>L&#039;8 febbraio 1976, al Coronet Theater di Broadway, una manciata di spettatori assisteva alla prima proiezione di un film destinato a cambiare per sempre la storia del cinema.<strong> Taxi Driver di Martin Scorsese, disponibile su Prime Video, generava immediatamente una reazione fatta di shock e riverenza, dividendo il pubblico e la critica in un dibattito che sarebbe durato decenni</strong>. Cinquant&#039;anni dopo, quella pellicola controversa è diventata un punto di riferimento imprescindibile del cinema moderno, considerata da molti il capolavoro assoluto del regista italoamericano. La storia di Travis Bickle, veterano del Vietnam che vaga nella New York notturna a bordo del suo taxi giallo, non è mai stata una visione confortevole. <strong>Dalla sequenza d&#039;apertura da incubo fino a un finale che probabilmente si svolge solo nella testa del protagonista, Taxi Driver occupa consapevolmente quello spazio fantasmatico tra sogno e realtà per cui il cinema è stato inventato</strong>. </p><p><strong>È proprio questa dimensione onirica, disturbante e ipnotica, che permette al film di accedere a verità profonde sul suo inquietante soggetto</strong>: la solitudine maschile, le ferite psicologiche della guerra, le radici dell&#039;odio verso il sistema, le motivazioni dietro le tendenze violente e antisociali. <strong>La grandezza di Scorsese sta nell&#039;aver costruito un ritratto che appartiene più alla nostra epoca che alla sua</strong>. Nel 2026, in un&#039;era dominata da incel, estremismo online e isolamento sociale amplificato dai social media, Travis Bickle appare come un inquietante profeta di derive contemporanee. Quasi cinquant&#039;anni prima che una miniserie come Adolescence di Netflix esplorasse magistralmente le fondamenta sociali della mascolinità tossica, il film di Scorsese faceva esattamente la stessa cosa, con una lucidità che ancora oggi lascia senza fiato.<strong> La collaborazione tra Scorsese e Robert De Niro in Taxi Driver rappresenta la loro seconda dopo Mean Streets del 1973</strong>, ma è qui che entrambi si sono trasformati da promesse a giganti dell&#039;industria cinematografica. </p><p><strong>De Niro arrivava al progetto appena dieci mesi dopo aver vinto il suo primo Oscar per il ruolo di Vito Corleone ne Il padrino - Parte II, ma la sua interpretazione di Travis Bickle avrebbe eclissato anche quel trionfo</strong>. L&#039;attore trascorse mesi a lavorare come vero tassista nelle strade di New York per prepararsi al ruolo, immergendosi completamente nell&#039;ambiente e nella psicologia del personaggio. Il processo creativo fu un dialogo costante tra De Niro, Scorsese e l&#039;ambiente urbano che li circondava, costruendo Travis Bickle a partire dalla sceneggiatura profondamente personale di Paul Schrader e integrandovi i suoni, gli odori e le visioni della New York degli anni Settanta. La scena più iconica del film, quella dello specchio in cui Travis declama la celeberrima battuta &quot;<em>Ce l&#039;hai con me?</em>&quot;, fu completamente improvvisata da De Niro.<strong> Scorsese teneva personalmente la camera a un&#039;angolazione bassa mentre l&#039;attore fissava il suo riflesso</strong>, creando uno dei momenti più memorabili nella storia del cinema attraverso la pura alchimia del momento.</p>
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        <summary>Il capolavoro con De Niro su Prime Video sulla solitudine maschile e violenza urbana è ancora più attuale nell&#039;era digitale.</summary>
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        <title>Ben Barnes e Colin Firth su Prime Video, nell&#039;elegante adattamento di un classico della letteratura</title>
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        <updated>2026-09-19T15:01:02+00:00</updated>
        <published>2026-09-19T15:00:58+00:00</published>
        <author>
            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>I poster promettevano l&#039;ennesimo clone di Twilight, l&#039;ennesima storia gotica annacquata per adolescenti in cerca di brividi romantici.<strong> Ma chi si aspettava questo dall&#039;adattamento di Oliver Parker di Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, disponibile su Prime Video, è rimasto deliziosamente spiazzato</strong>. Questo film del 2009 è qualcosa di completamente diverso: un ritorno allo stile dei classici horror della Hammer, quei film britannici carichi di atmosfera, violenza stilizzata e sensualità repressa che hanno definito il genere per decenni. Parker, che si era già fatto le ossa con adattamenti wildiani, qui abbandona ogni reverenza. <strong>Il romanzo viene caricaturato, certo, ma con un gusto e un&#039;energia che trasformano questa libertà in un punto di forza</strong>. La sceneggiatura di Toby Finlay introduce nuove invenzioni narrative che ampliano e modernizzano la trama originale, mantenendo però intatto il nucleo filosofico ed estetico che ha reso immortale l&#039;opera di Wilde.<br><br><strong>Ben Barnes interpreta il protagonista, il bellissimo Dorian Gray che fa il suo ingresso esplosivo nell&#039;alta società londinese quando l&#039;artista Basil Hallward, interpretato da Ben Chaplin, dipinge il suo ritratto</strong>. È qui che entra in scena il vero protagonista del film: Colin Firth nei panni di Lord Henry Wotton, l&#039;esteta depravato che diventa il corruttore di Dorian. La performance di Firth è straordinaria, un concentrato di cinismo elegante e filosofia edonista sussurrata con voce melliflua<strong>. Wotton versa nelle orecchie del giovane ingenuo il suo credo: piacere, bellezza, i sensi come unica verità</strong>. Sotto questa influenza tossica, Dorian concepisce una gelosia folle per il proprio ritratto, che rimarrà eternamente giovane mentre lui invecchierà. È un pensiero che molti hanno avuto davanti allo specchio, ma nel mondo gotico di Parker questo desiderio diventa realtà. </p><p>Un demone invisibile suggella un patto: l&#039;immagine dipinta invecchierà e si decomporrà al posto di Dorian, che conserverà la sua bellezza efebica mentre si abbandona a ogni eccesso e depravazione.<strong> Parker costruisce il film con la struttura narrativa e l&#039;estetica delle produzioni Hammer: luci teatrali, interni opulenti venati di decadenza, una sensualità barocca che sfiora costantemente il grottesco</strong>. Non c&#039;è la patina romantica dei moderni adattamenti gotici, ma nemmeno la fedeltà austera delle trasposizioni letterarie più rispettose. C&#039;è invece un piacere viscerale nel raccontare la discesa agli inferi di un&#039;anima, la progressiva corruzione di un volto angelico che nasconde un ritratto sempre più mostruoso. <strong>La fotografia enfatizza i contrasti: la giovinezza marmorea di Barnes contro gli ambienti carichi di ombre</strong>, la luce che illumina i salotti dell&#039;alta società vittoriana contro l&#039;oscurità delle fumerie d&#039;oppio e dei bordelli dove Dorian consuma i suoi piaceri proibiti. </p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/ben-barnes-e-colin-firth-su-prime-video-nellelegante-adattamento-di-un-classico-della-letteratura">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Questo film di Oliver Parker con Colin Firth è una rivisitazione gotica in stile Hammer Horror: carnale, eccessiva e sorprendentemente fedele.</summary>
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        <title>Il flop del 2017 di Jamie Foxx che nessuno andò a vedere al cinema è diventato un caso su Prime Video</title>
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        <updated>2026-09-19T14:01:03+00:00</updated>
        <published>2026-09-19T14:00:05+00:00</published>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>A volte il destino di un film si gioca tutto nei primi giorni di programmazione. Sale semideserte, recensioni tiepide, un passaparola che non decolla. Poi il sipario cala, l&#039;opera scompare dai radar e si trasforma in una nota a piè di pagina nella filmografia di qualche attore. Eppure lo streaming ha il potere di riscrivere queste storie, di riportare a galla titoli che il grande schermo aveva condannato all&#039;oblio. È esattamente quello che sta accadendo a<strong> Sleepless - Il giustiziere, il thriller d&#039;azione con Jamie Foxx che nel 2017 era passato praticamente inosservato e che oggi, a quasi un decennio di distanza, sta dominando le classifiche di Prime Video</strong>. Secondo i dati di Flix Patrol, il film ha raggiunto la sesta posizione nella classifica dei contenuti più visti sulla piattaforma il 21 luglio, scalando dalla settima della giornata precedente. Un risultato notevole se si considera la concorrenza: <strong>Sleepless si è fatto largo in una top 10 solitamente monopolizzata da colossi recenti come Il Gladiatore II, ancora nell&#039;occhio del ciclone mediatico dopo la sua uscita cinematografica del 2024</strong>. Che un thriller del 2017, accolto freddamente da pubblico e critica, possa competere con produzioni fresche di marketing milionario dice molto sul potere rigenerativo dello streaming.<br><br>Ma cosa è andato storto la prima volta? <strong>All&#039;epoca dell&#039;uscita nelle sale, Sleepless totalizzò appena 32 milioni di dollari al botteghino globale, a fronte di un budget di produzione di 30 milioni secondo Box Office Mojo</strong>. Un pareggio tirato, che nei calcoli hollywoodiani equivale a un fallimento: con i costi di marketing e distribuzione, il film ha rappresentato un investimento a fondo perduto. Le recensioni non aiutarono. La critica stroncò il progetto, accusandolo di essere un remake prevedibile e poco ispirato del francese Nuit Blanche, pellicola del 2011 che aveva conquistato il pubblico europeo con la sua tensione claustrofobica e il ritmo serrato.<strong> Eppure Sleepless non è il disastro che le recensioni dell&#039;epoca volevano far credere</strong>. Diretto da Baran Bo Odar e scritto da Andrea Berloff, il film segue le vicende di Vincent Downs, un detective di Las Vegas corrotto interpretato da Jamie Foxx, che si ritrova invischiato in una notte di violenza e doppi giochi quando il figlio adolescente viene rapito da un cartello criminale. </p><p>La trama si svolge nell&#039;arco di una singola, frenetica notte, tra i corridoi di un casinò, stanze d&#039;ospedale e vicoli deserti. Un classico racconto di redenzione paterna, condito con sparatorie, inseguimenti e colpi di scena. <strong>Foxx, che ha costruito una carriera poliedrica spaziando dalla stand-up comedy al dramma più intenso, regala una performance solida</strong>. Non siamo ai livelli della sua interpretazione da Oscar in Ray, naturalmente, ma il suo carisma è più che sufficiente a tenere incollati allo schermo.<strong> Accanto a lui, un cast di supporto di tutto rispetto: Michelle Monaghan nei panni di un&#039;agente degli affari interni decisa a incastrarlo, Dermot Mulroney e Gabrielle Union in ruoli che amplificano le dinamiche di potere e tradimento</strong>. Monaghan, in particolare, offre una prova sorprendente, distaccandosi dai ruoli romantici che l&#039;hanno resa nota per abbracciare un personaggio più duro e sfaccettato.</p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/il-flop-del-2017-di-jamie-foxx-che-nessuno-ando-a-vedere-al-cinema-e-diventato-un-caso-su-prime-video">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Questo film con Jamie Foxx, flop al cinema nel 2017, oggi domina Prime Video. Come lo streaming ha rilanciato il thriller ignorato da pubblico e critica.</summary>
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        <title>Jason Statham su Prime Video, in questo action movie folle (e inaspettatamente molto divertente)</title>
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        <updated>2026-09-19T13:01:03+00:00</updated>
        <published>2026-09-19T13:00:07+00:00</published>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>Quando pensi a un film d&#039;azione con Jason Statham, ti aspetti pugni, esplosioni, inseguimenti ad alta velocità. Quello che probabilmente non ti aspetti è di ridere a crepapelle. Eppure <strong>Crank, uscito nel 2006 e disponibile su Prime Video, riesce nell&#039;impresa di essere un rollercoaster adrenalinico che strappa più risate di molte commedie presunte tali</strong>. Non è un caso: i registi Mark Neveldine e Brian Taylor sapevano esattamente che tipo di film stavano girando, e non hanno fatto alcuna finta di creare un&#039;opera d&#039;autore. Chev Chelios, sicario professionista interpretato da Statham, si sveglia una mattina scoprendo di essere stato avvelenato con un composto letale. Il veleno lo ucciderà se il suo battito cardiaco scenderà sotto una certa soglia. <strong>Da qui inizia una corsa contro il tempo con due obiettivi chiari: trovare un antidoto e vendicarsi di chi gli ha fatto questo</strong>. Non c&#039;è profondità, non c&#039;è sottotesto, non ci sono messaggi nascosti. Solo pura, semplice, gloriosamente stupida azione non-stop.<br><br>Il film si apre con una sequenza soggettiva vertiginosa:<strong> Chev barcolla per il suo appartamento, trova un DVD con un messaggio piuttosto esplicito scritto sopra, lo inserisce nel lettore e scopre chi, cosa e perché</strong>. Da quel momento, Crank non rallenta mai. Letteralmente. La scoperta che mantenere il battito accelerato ritarda gli effetti del veleno trasforma il film in una gara folle per trovare modi sempre più assurdi di pompare adrenalina nel sistema<strong>. Lo stile di regia è un elemento che distingue Crank da altri action movie dell&#039;epoca. Neveldine e Taylor adottano un approccio che ricorda un videoclip sotto acido</strong>: montaggi frenetici, effetti visivi per rappresentare il rallentamento metabolico e l&#039;accelerazione di Chev, transizioni rapide che però, stranamente, non risultano fastidiose come il tipico quick-cut editing dei primi anni 2000. Sottotitoli compaiono qua e là sullo schermo, quasi sempre con intento comico, aggiungendo un ulteriore livello di autoironia al racconto.<br><br>Jason Statham dimostra ancora una volta di avere il carisma necessario per essere una stella dell&#039;action.<strong> Dopo i successi di The Transporter e il suo seguito, Crank consolida la sua immagine di duro senza paura, anche se il personaggio di Chev Chelios tende più verso il Terminator che verso John McClane di Die Hard</strong>. C&#039;è poco spazio per l&#039;emotività o la complessità caratteriale, e questo è probabilmente l&#039;unico limite del film: Statham è un artista marziale di talento, ma qui le sequenze di combattimento corpo a corpo sono sorprendentemente limitate rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare. <strong>La classificazione R del film è guadagnata su tutti i fronti possibili: violenza grafica, linguaggio scurrile, nudità, sesso esplicito</strong>. Questo è un film che non fa prigionieri e non cerca di ammorbidire nulla. Ci sono scene di nudo gratuite, inserite chiaramente perché sì, al pubblico maschile piacciono i seni. Alcune di queste sequenze risultano così evidentemente messe lì per compiacere che finiscono per distrarre dalla narrazione, per quanto minimale essa sia.</p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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</div><p><strong>Poi ci sono le scene che hanno reso Crank leggendario: il rapporto sessuale pubblico in mezzo a Chinatown, con passanti che assistono confusi, e un altro momento intimo in un&#039;auto in corsa</strong>. Almeno queste sequenze hanno una giustificazione narrativa legata alla necessità di Chev di mantenere alta l&#039;adrenalina. Ciò che lascia perplessi nella scena di Chinatown è la totale mancanza di reazione da parte dei presenti: nessuno sembra preoccuparsi che quella che inizialmente appare come un&#039;aggressione stia avvenendo in pieno giorno<strong>. Il personaggio della fidanzata di Chev, Eve, rappresenta forse l&#039;elemento più debole del film</strong>. Convinta che il suo ragazzo sia un programmatore di videogiochi, Eve è scritta come incredibilmente ingenua. La sua reazione quando scopre la verità sulla professione di Chev, e le sue priorità durante situazioni di vita o morte (preoccuparsi della borsetta mentre volano proiettili) sfiorano il ridicolo. È chiaro che Crank è pensato come un &quot;guy movie&quot; al 100 percento, e il personaggio femminile ne paga lo scotto in termini di credibilità.<br><br>Ma è proprio questa consapevolezza del proprio target a rendere Crank onesto nella sua stupidità.<strong> Il film non cerca di essere intelligente o di mandare messaggi profondi. È un parco divertimenti cinematografico dove lasci il cervello all&#039;ingresso e ti godi le montagne russe</strong>. Le scene d&#039;azione sono coreografate con inventiva, il ritmo è sostenuto senza momenti morti, e l&#039;humor nero permea ogni sequenza. Crank funziona perché non ha pretese. Non cerca di essere <a href="https://www.badtaste.it/articoli/eletto-il-miglior-film-della-storia-del-cinema-hollywood-non-ha-dubbi" rel="false">Quarto Potere</a> o Il Cavaliere Oscuro.<strong> Sa di essere un B-movie con budget, un exploitation moderno che strizza l&#039;occhio allo spettatore dicendo &quot;lo so che è assurdo, ridiamoci sopra insieme&quot;</strong>. È questo patto implicito con il pubblico che rende l&#039;esperienza divertente piuttosto che irritante.</p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/jason-statham-su-prime-video-in-questo-action-movie-folle-e-inaspettatamente-molto-divertente">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>L&#039;action movie del 2006 più folle e divertente di Jason Stathman. Analisi del film cult dove adrenalina e azione non-stop si fondono con humor nero.</summary>
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        <title>Robert Rodriguez adatta Frank Miller in questo sequel su Prime Video (che però non emoziona)</title>
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        <updated>2026-09-19T12:31:02+00:00</updated>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p><strong>Uscendo da Sin City, arrivi a Sin City 2, disponibile su Prime Video. In superficie il paesaggio sembra identico all&#039;originale del 2005 firmato Rodriguez e Miller</strong>: stessi visual da fumetto lussureggianti, stessa narrazione roca da detective noir, molti dei vecchi volti familiari come il pugno malconcio di Mickey Rourke e la pole dancer armata di Jessica Alba. Ma il brivido è svanito, o quantomeno si è affievolito. <strong>Questo sequel offre uno svincolo congestionato di storie che si intrecciano, tutte dirette verso il nulla in particolare</strong>. Non che manchino momenti di divertimento tra le svolte surriscaldate della trama. Rodriguez e Miller commerciano in piaceri adolescenziali spregiudicati e spalmano lo stile con generosità. <strong>Il film viene interpretato con il giusto gusto da Josh Brolin nei panni di un investigatore privato sfortunato e da Eva Green come la sua femme fatale dai capelli corvini</strong>. Il personaggio di Green rappresenta l&#039;incarnazione perfetta della politica sessuale distorta dei registi: una strega bellissima, al contempo eccitante e letale.<br><br><strong>Il duo registico ci invita ripetutamente ad ammirarla per poi detestarla, a desiderarla per poi pentirsene</strong>. L&#039;effetto è simile a quello di essere condotti attraverso un quartiere a luci rosse da un predicatore pentecostale in preda a conflitti interiori: ti indica le attrazioni mentre ti urla nelle orecchie la dannazione eterna.<strong> Questa contraddizione permea l&#039;intero film, creando una tensione che sulla carta dovrebbe funzionare ma che finisce per risultare meccanica, priva della carica adrenalinica che aveva reso memorabile il primo capitolo</strong>. La struttura narrativa a incastro, che nell&#039;originale creava un mosaico affascinante di storie criminali interconnesse, qui diventa una girandola confusa che gira su se stessa senza trovare una direzione. Le singole tessere possono essere visivamente accattivanti e gli attori danno il massimo per iniettare energia nei loro personaggi archetipici, ma manca quella scintilla vitale che trasformava la violenza stilizzata in poesia visiva.</p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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</div><p><strong>Sin City 2 resta fedele all&#039;estetica che ha reso celebre il franchise: il bianco e nero contrastato con occasionali esplosioni di colore, i primi piani drammatici, le ombre taglienti che disegnano geometrie impossibili sui volti dei protagonisti</strong>. Ma fedeltà stilistica non equivale a necessità narrativa. Quello che doveva essere un ritorno trionfale a Basin City si rivela piuttosto una passeggiata turistica in un luogo che conoscevamo già, ripulito però da quella sporcizia esistenziale che lo rendeva autentico nella sua finzione.<strong> Il problema fondamentale è che Una donna per cui uccidere si sente come un prodotto costruito per replicare una formula piuttosto che per raccontare storie che avevano bisogno di essere raccontate</strong>. Nove anni separano i due film, un&#039;eternità nel cinema contemporaneo, e questa distanza temporale si percepisce non come maturazione ma come disconnessione. </p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/robert-rodriguez-adatta-frank-miller-in-questo-sequel-su-prime-video-che-pero-non-emoziona">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Il film su Prime Video che delude le aspettative: analisi di un sequel che replica la formula visiva dell&#039;originale ma perde l&#039;urgenza espressiva e l&#039;anima del primo film.</summary>
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        <title>Diamanti e pugili: su Prime Video, Brad Pitt nel film di Guy Ritchie ancora perfetto dopo 26 anni</title>
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        <updated>2026-09-19T12:01:03+00:00</updated>
        <published>2026-09-19T12:00:44+00:00</published>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p><strong>Sono passati ventisei anni da quando Brad Pitt, Guy Ritchie, Jason Statham e un cast di volti riconoscibilissimi si sono riuniti per creare Snatch - Lo strappo, un crime caper disponibile su Prime Video che oggi funziona esattamente come nel 2000</strong>. Un quarto di secolo è un&#039;eternità nel mondo del cinema, eppure questo film continua a essere citato, rivisto, celebrato. Non è invecchiato di un giorno. Anzi, sembra uscito ieri. Per Guy Ritchie, Snatch non rappresentava tecnicamente l&#039;esordio. Quel merito spetta a Lock, Stock and Two Smoking Barrels, uscito appena due anni prima. Ma diciamoci la verità: <strong>è Snatch che ha conquistato l&#039;immaginario collettivo in modo definitivo</strong>. Le due pellicole condividono molto, dal cast al ritmo frenetico, dalla struttura narrativa intrecciata allo stile visivo riconoscibile. Ma Snatch ha qualcosa in più, una scintilla che lo ha reso immortale nella cultura pop.<br><br>Il film è un perfetto esempio di crime comedy, un genere che richiede un equilibrio difficilissimo tra tensione e leggerezza. Ritchie orchestra diverse storyline che si intrecciano con la precisione di un orologio svizzero.<strong> C&#039;è Turkish, il promoter di boxe interpretato da un giovanissimo Jason Statham al suo secondo ruolo importante, che insieme al socio Tommy, interpretato da Stephen Graham agli albori della carriera, cerca disperatamente un pugile per il loro prossimo incontro</strong>. La soluzione arriva nella forma di Mickey O&#039;Neil, campione di bare-knuckle boxing e membro della comunità dei Travellers irlandesi.<strong> Ed è qui che entra in scena Brad Pitt con una performance che da sola vale il prezzo del biglietto</strong>. Il suo accento è talmente incomprensibile da risultare ridicolo, eppure funziona alla perfezione. Non è un difetto, è una scelta geniale. Pitt parla così velocemente e con una cadenza così marcata che persino gli altri personaggi faticano a capirlo, trasformando la barriera linguistica in elemento comico e narrativo insieme. </p><p>Quell&#039;accento assurdo è diventato iconico proprio perché spinge oltre ogni limite del realismo fino a tornare indietro, dall&#039;altra parte, dove diventa essenziale per il personaggio.<strong> Ma Snatch non è solo Mickey O&#039;Neil. Ci sono diamanti rubati, incontri truccati, gangster che spiegano il significato della parola &quot;nemesi&quot;, colpi di scena emotivi improvvisi</strong>. Ogni elemento si incastra nell&#039;altro fino a formare un&#039;unica storia coesa, raccontata con un ritmo che non concede un secondo di respiro. È un film che ti tiene incollato allo schermo dal primo all&#039;ultimo minuto, e che alla seconda visione rivela dettagli che erano sfuggiti la prima volta. <strong>Lo stile registico di Ritchie è in piena forma in Snatch. I movimenti di camera frenetici, i montaggi serrati, le dissolvenze creative, i freeze frame accompagnati da didascalie ironiche</strong>: tutto ciò che ha reso il regista britannico riconoscibile è già qui, perfettamente formato. E siccome Ritchie non ha mai veramente cambiato il suo approccio negli ultimi venticinque anni, guardare Snatch oggi è come vedere un film contemporaneo.</p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/diamanti-e-pugili-su-prime-video-brad-pitt-nel-film-di-guy-ritchie-ancora-perfetto-dopo-26-anni">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Dopo 26 anni, l&#039;accento incomprensibile di Brad Pitt in questo film resta leggendario. Analisi del capolavoro di Guy Ritchie che non invecchia mai.</summary>
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        <title>Gary Oldman non riesce a salvare questo film su Prime Video che vorrebbe replicare Caccia a Ottobre Rosso</title>
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        <updated>2026-09-16T15:42:58+00:00</updated>
        <published>2026-09-16T15:42:55+00:00</published>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>Gerard Butler torna sul grande schermo, e questa volta lascia a casa urla, muscoli in bella vista e la sua solita recitazione sopra le righe.<strong> In Hunter Killer - Caccia negli abissi (disponibile su Prime Video), diretto da Donovan Marsh, l&#039;attore scozzese interpreta Joe Glass, comandante di un sottomarino nucleare americano con un nome che suona come uscito da un generatore automatico di personaggi action</strong>. Joe Glass. Duro, essenziale, inequivocabile. Peccato che il film che lo contiene sia tutto tranne che essenziale. La premessa non manca di ambizione: un sottomarino americano e uno russo vengono silurati simultaneamente in acque internazionali. Coincidenza o complotto? <strong>Glass viene inviato a investigare, accompagnato da un equipaggio che include il compianto Michael Nyqvist nei panni del capitano russo Andropov, un veterano del mare con più dignità di tutto il resto del cast messo insieme</strong>. Nel frattempo, al Pentagono, un nervoso Gary Oldman interpreta un capo di stato maggiore che ingurgita integratori vitaminici e urla metafore scacchistiche alla presidente degli Stati Uniti. </p><p>Poi sparisce per un&#039;ora buona, lasciando gli spettatori a chiedersi se anche lui si sia annoiato. <strong>Quello che dovrebbe essere un thriller geopolitico serrato si trasforma rapidamente in un interminabile gioco di Battaglia Navale cinematografico</strong>. Due ore piene, pesanti come un carico di siluri mal distribuiti. Il ritmo langue, la tensione evapora e la sceneggiatura si impantana in sottotrame superflue.<strong> La peggiore è una sequenza parallela con un commando di marine che fanno irruzione in territorio russo per missioni che sembrano rubate da un film di Michael Bay di serie B</strong>. Muscoli, esplosioni, mascolinità tossica servita fredda: tutto quello che ci si aspetterebbe dal solito Gerard Butler, ma che qui viene relegato a personaggi secondari mentre la star principale fa il pensieroso.<br><br><strong>Perché, ed è questo il dettaglio più straniante, Butler ha deciso di cambiare registro</strong>. Niente più pugni, niente più testosterone a fiumi. Joe Glass è un comandante riflessivo, quasi cerebrale, che ama le sue navi come Cousteau amava il mare e ragiona come Poirot davanti a un enigma.<strong> È un tentativo lodevole di dimostrare versatilità attoriale, forse una risposta alle critiche che da anni lo dipingono come un rappresentante dell&#039;action urlato</strong>. Ma il problema è che il film non sa cosa farsene di questa nuova versione dell&#039;attore. La regia di Marsh non riesce a sfruttare il cambiamento, e il risultato è un protagonista che sembra fuori posto nel proprio thriller. Le scene sottomarine, che dovrebbero essere il cuore pulsante del film, tradiscono un montaggio frettoloso e disomogeneo. Le inquadrature di Butler che impartisce ordini con sguardo fermo sembrano girate in un altro film rispetto ai modellini di sottomarini che scivolano in una vasca da studio. <strong>L&#039;artificialità è palpabile, l&#039;immersione (è proprio il caso di dirlo) impossibile</strong>. Si percepisce la mancanza di coesione visiva, come se troupe diverse avessero lavorato su set separati senza mai confrontarsi.</p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/gary-oldman-non-riesce-a-salvare-questo-film-su-prime-video-che-vorrebbe-replicare-caccia-a-ottobre-rosso">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Gary Oldman non basta a salvare questo thriller sottomarino su Prime Video che delude le aspettative.</summary>
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        <title>Charlie Hunnam irriconoscibile in questo remake su Prime Video: la trasformazione ha scioccato i critici</title>
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        <updated>2026-09-16T15:30:24+00:00</updated>
        <published>2026-09-16T15:30:21+00:00</published>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p>Quando il regista danese Michael Noer ha deciso di riportare sullo schermo la storia di Henri Charrière, il famoso galeotto francese diventato scrittore di fama mondiale, sapeva di trovarsi di fronte a una sfida titanica.<strong> Il Papillon originale del 1973, con Steve McQueen e Dustin Hoffman, era diventato un classico del cinema carcerario, un film che aveva segnato un&#039;epoca</strong>. Eppure Noer ha scelto di affrontare questo remake con un approccio radicalmente diverso: più sporco, più brutale, sostanzialmente più crudo. Il risultato è un film che divide la critica americana, capace di impressionare per la sua ferocia visiva ma accusato di non scavare abbastanza in profondità nei temi e nei personaggi che mette in scena.<strong> La pellicola del 2018, disponibile su Prime Video, con Charlie Hunnam nel ruolo di Henri &quot;Papillon&quot; Charrière e Rami Malek in quello del falsario Louis Dega, attinge non solo dalle autobiografie letterarie di Charrière</strong> (Papillon e Banco), ma anche dalla sceneggiatura del film del &#039;73 firmata da Lorenzo Temple Jr. e Dalton Trumbo.</p><p>Questa scelta ha permesso allo sceneggiatore Aaron Guzikowski di prendersi maggiori libertà creative, mettendo da parte i dubbi degli storici moderni sull&#039;autenticità delle memorie di Charrière per concentrarsi su una narrazione che funzioni cinematograficamente.<strong> Il punto di partenza è la Parigi del 1931, dove Henri è uno scassinatore giovane e sicuro di sé che si gode la bella vita insieme alla fidanzata Nenette</strong>, interpretata da Eve Hewson. Ma quando uno dei suoi datori di lavoro criminali scopre che ha mentito su una transazione, trattenendo più del dovuto, Henri si ritrova ingiustamente accusato di omicidio e condannato all&#039;ergastolo nella famigerata colonia penale di Devil&#039;s Island, nella Guyana francese. <strong>Durante il viaggio via mare verso la sua destinazione infernale, Henri stringe un&#039;alleanza con Louis Dega</strong>, un contraffatore eccentrico e fisicamente fragile che accetta di finanziare i tentativi di fuga di Henri in cambio della sua protezione dagli altri detenuti. </p><p>Questa partnership diventa il cuore emotivo del film, anche se la critica ha sottolineato come il &quot;bromance&quot; tra i due protagonisti non venga sviluppato abbastanza per raggiungere l&#039;impatto emotivo sperato.<strong> Nonostante le ottime performance di Hunnam e Malek, il legame tra Henri e Louis rimane dipinto a tratti larghi, perdendo occasioni per approfondire la complessità della loro relazione in condizioni così estreme</strong>. La forza del Papillon di Noer risiede nella sua rappresentazione senza compromessi della vita carceraria. Il regista non si tira indietro nel mostrare la realtà squallida e violenta della colonia penale, creando un&#039;esperienza viscerale che lascia lo spettatore come immerso nel fango e nella sporcizia insieme ai protagonisti.<strong> Merito della fotografia vérité di Hagen Bogdanski, celebre per Il segreto degli occhi, che cattura ogni dettaglio sordido con una vivezza cruda e quasi documentaristica</strong>. Gli interni squallidi del production designer Tom Meyer e i costumi sbiaditi della costumista Bojana Nikitovic completano un quadro estetico che trasuda miseria e degrado. </p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/charlie-hunnam-irriconoscibile-in-questo-remake-su-prime-video-la-trasformazione-ha-scioccato-i-critici">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Charlie Hunnam e Rami Malek su Prime Video, nel remake più crudo e violento del classico del 1973. Temi e confronto con l&#039;originale.</summary>
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        <title>Su Prime Video, Mark Wahlberg dà un&#039;ottima prova in questo film che tutti hanno dimenticato </title>
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        <updated>2026-09-16T15:12:05+00:00</updated>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <p><strong>Prime Video ha recentemente aggiunto al suo catalogo Patriots Day - Caccia all&#039;uomo, film del 2016 diretto da Peter Berg che rappresenta una testimonianza cristallina di cosa significhi vedere Mark Wahlberg al massimo delle sue capacità attoriali</strong>. Un&#039;occasione preziosa per riscoprire un interprete che, negli ultimi anni, sembra aver smarrito la bussola della qualità, scivolando tra progetti dimenticabili e flop commerciali che hanno appannato una carriera un tempo luminosa.<strong> La parabola di Wahlberg è emblematica. Partito negli anni Novanta con Renaissance Man, l&#039;attore ha costruito la sua reputazione con scelte coraggiose e collaborazioni prestigiose</strong>: da Fear al fianco di Reese Witherspoon fino all&#039;acclamato Boogie Nights di Paul Thomas Anderson, dove ha dimostrato un talento drammatico inaspettato per chi lo conosceva solo come rapper. Quella capacità di sorprendere, di abitare personaggi complessi con naturalezza disarmante, sembrava destinata a definire un&#039;intera carriera.<br><br>Eppure, scorrendo la filmografia recente, il panorama si fa desolante. Certo, qualche sprazzo di luce come Arthur the King del 2024, ma sono eccezioni che confermano una regola scomoda: gli ultimi anni hanno visto una sequenza imbarazzante di fallimenti artistici e commerciali.<strong> Film dimenticati prima ancora di uscire dalle sale, scelte produttive discutibili, personaggi bidimensionali che non rendono giustizia alle sue potenzialità</strong>. Come se qualcosa si fosse inceppato nel meccanismo. Patriots Day arriva quindi come un promemoria necessario, quasi doloroso nella sua efficacia. Il film racconta la tragedia del Boston Marathon Bombing del 14 aprile 2013, quando due bombe esplosero durante la maratona cittadina, seminando morte e terrore. La narrazione mescola abilmente realtà storica e finzione<strong>: Wahlberg interpreta il sergente Tommy Saunders del dipartimento di polizia di Boston, personaggio inventato che funziona come rappresentante composito dei veri primi soccorritori presenti quel giorno</strong>.<br><br>La performance di Wahlberg in Patriots Day è stata accolta con un 86% su Rotten Tomatoes, dato che testimonia non solo la qualità del film ma l&#039;efficacia del suo lavoro attoriale. <strong>Qui non ci sono guizzi narcisistici o protagonismi soffocanti: c&#039;è un attore maturo che serve la storia, che sa quando ritirarsi e quando occupare lo schermo, che bilancia vulnerabilità e determinazione con un controllo millimetrico del registro emotivo</strong>. <strong>Guardare Patriots Day oggi significa confrontarsi con una domanda scomoda: dove è finito questo Mark Wahlberg? </strong>Quello capace di ancorare una narrazione complessa, di portare credibilità a materiale difficile, di essere contemporaneamente everyman e eroe senza scadere nella caricatura? La risposta probabilmente risiede nelle scelte produttive degli ultimi anni, nella tentazione di progetti commerciali facili, nel progressivo allontanamento da registi e sceneggiature di sostanza. Il film di Berg dimostra che il talento non è evaporato, semplicemente è stato mal indirizzato. </p><div class="scribble-block"><div class="oembed">
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</div><p>Wahlberg possiede ancora gli strumenti per essere un interprete rilevante nel panorama hollywoodiano contemporaneo, ma serve la volontà di tornare a rischiare, di affidarsi a progetti che abbiano qualcosa da dire oltre al mero intrattenimento mordi e fuggi. <strong>Patriots Day funziona anche come cinema civico, quel genere di racconto che trasforma una tragedia collettiva in narrazione condivisa, elaborazione pubblica del trauma</strong>. Non cade nella retorica patriottarda né nella spettacolarizzazione del dolore: rispetta le vittime, onora i soccorritori, racconta il male senza compiacersene. <strong>È cinema adulto, responsabile, quello che dovrebbe essere la norma ma che è diventato raro in un&#039;industria sempre più infantilizzata</strong>.<br><br><strong>La disponibilità su Prime Video rende questo recupero particolarmente accessibile</strong>. In un&#039;epoca di scrolling infinito e attenzione frammentata, Patriots Day chiede concentrazione e restituisce coinvolgimento autentico. Non è intrattenimento passivo: è un&#039;esperienza che lascia il segno, che ricorda perché il cinema può ancora essere uno strumento potente di comprensione e memoria collettiva.<strong> Per chi ha seguito la carriera di Wahlberg con affetto e crescente disillusione, questo film rappresenta una sorta di boccata d&#039;ossigeno</strong>. La prova tangibile che l&#039;attore non è perduto, solo temporaneamente smarrito. Resta da vedere se questa riscoperta in streaming possa fungere da stimolo, da spinta verso scelte future più consapevoli. Il talento c&#039;è, dimostrato nero su bianco in Patriots Day. Manca solo la voglia di utilizzarlo di nuovo al massimo delle sue potenzialità, lontano dalle sirene dei progetti facili e dalle tentazioni del box office a tutti i costi. Se sei fan di Mark Wahlberg, non puoi perdere <a href="https://www.badtaste.it/articoli/questo-film-di-vendetta-con-mark-wahlberg-sta-spopolando-su-netflix-21-anni-dopo-la-sua-uscita" rel="false">questo film che sta spopolando su Netflix</a>.</p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/su-prime-video-mark-wahlberg-da-unottima-prova-in-questo-film-che-tutti-hanno-dimenticato">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Il thriller sul bombardamento di Boston 2013 diretto da Peter Berg riaccende il talento di Mark Wahlberg.</summary>
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        <title>Su Prime Video, c&#039;è un disaster movie catastrofico con Amy Smart che ti farà dimenticare Twister</title>
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        <updated>2026-09-16T15:03:35+00:00</updated>
        <published>2026-09-16T15:03:32+00:00</published>
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            <name>Alba Rossi</name>
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            <figure><img src="https://media.badtaste.it/eyJidWNrZXQiOiJyZWFsbHliYWQiLCJrZXkiOiJtZWRpYS1saWJyYXJ5XC80MDY5NTdcL1VuYS1zY2VuYS1kaS0xMy1taW51dGVzLmpwZyIsImVkaXRzIjp7InJlc2l6ZSI6eyJ3aWR0aCI6MTAwMH19fQ==?signature=e32e571c66de3dca0a451384975f2f943a2bfb7a9b5722003cc8df40fc8f9b01" alt="Una scena di 13 minutes"></figure>
            <p><strong>Tredici minuti. È questo il tempo che hai a disposizione quando un tornado tocca terra e devi metterti in salvo. Non quattordici, non quindici: tredici maledetti minuti che possono fare la differenza tra la vita e la morte</strong>. Ed è proprio questo il cuore pulsante di 13 Minutes, il thriller catastrofico disponibile su Prime Video, diretto da Lindsay Gossling che promette di far rivivere al pubblico le stesse vertigini che Twister ci regalò negli anni Novanta. <strong>Il film vede protagonista Trace Adkins, star della musica country-western che negli ultimi decenni ha costruito una solida carriera anche come attore, affiancato da un cast di tutto rispetto</strong>. Amy Smart, indimenticabile nei film comici Just Friends con Ryan Reynolds e nella saga adrenalinica Crank al fianco di Jason Statham, porta sul grande schermo la sua presenza carismatica. </p><p>Con lei, Thora Birch, l&#039;attrice che tutti ricordiamo per il suo ruolo in American Beauty di Alan Ball e nel cult Hocus Pocus, insieme a Peter Facinelli, il Dr. Carlisle Cullen della saga Twilight, Anne Heche e Paz Vega. La trama segue quattro famiglie diverse le cui vite si intrecciano drammaticamente mentre cercano disperatamente di raggiungere un luogo sicuro prima che una devastante tempesta di tornado si abbatta su di loro.<strong> Il titolo stesso del film non è casuale: rappresenta esattamente il lasso di tempo cruciale che separa chi riesce a mettersi al riparo da chi viene travolto dalla furia della natura</strong>. Per garantire la massima autenticità nella rappresentazione di questi fenomeni atmosferici estremi, la regista Gossling ha collaborato alla scrittura della sceneggiatura con Travis Farcombe, un vero cacciatore di tornado.<strong> </strong></p><p><strong>Questa scelta creativa non è affatto banale: significa che ogni dettaglio, dalla formazione del vortice alle reazioni delle persone, dalla devastazione del paesaggio alle procedure di sopravvivenza, è stato costruito con precisione quasi documentaristica</strong>. Il risultato dovrebbe essere un&#039;esperienza visiva e narrativa che non si limita allo spettacolo fine a se stesso, ma che riflette la realtà terrificante di chi vive in zone ad alto rischio tornado. <strong>I film catastrofici hanno sempre esercitato un fascino particolare sul pubblico</strong>. Da The Towering Inferno a Titanic, passando per The Perfect Storm con George Clooney e Dante&#039;s Peak con Pierce Brosnan, Hollywood ha capito da tempo che le storie di sopravvivenza di fronte alle forze della natura toccano corde profonde nell&#039;animo umano. Twister di Jan De Bont, con il compianto Bill Paxton e Helen Hunt, rimane il punto di riferimento indiscusso per i thriller sui tornado, ma negli anni il genere si è evoluto.</p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/su-prime-video-ce-un-disaster-movie-catastrofico-con-amy-smart-che-ti-fara-dimenticare-twister">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Questo film con Amy Smart e Trace Adkins è un thriller catastrofico sui tornado diretto da Lindsay Gossling. Trama e cast del disaster movie.</summary>
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