Non c’è contenuto di internet che necessiti di una rete neutrale più dello streaming. YouTube in primis ma anche Netflix, Amazon Prime Video e chiunque trasmetta una grossa mole di dati ha bisogno di farlo a grandi velocità. Fino a ieri tutto questo era garantito, da oggi, qualora lo volessero, i service provider potranno fare in modo che sia garantito solo per chi paga. Netflix & co. potranno certamente permetterselo chiunque voglia far partire una compagnia o volesse provare a gestire big data o molti clienti di un servizio di successo, potrebbe non poterselo permettere.

La neutralità della rete è in poche parole il concetto politico più importante legato ad internet. I suoi fondatori e poi gli organi governativi americani incaricati di regolare le telecomunicazioni, la Federal Communications Commission nello specifico, lo hanno protetto negli ultimi 25 anni, cioè da quando esiste internet di massa, il world wide web. Questo concetto, a meno di ricorsi, nuove decisioni e clamorose marce indietro, è ufficialmente finito per decisione della stessa FCC.

La neutralità della rete è in poche parole il concetto politico più importante legato ad internetSignifica che fino ad oggi le compagnie private che forniscono la connettività ad internet (non solo a chi da casa ha un abbonamento, ma soprattutto a chi con la rete ci lavora e trasmette contenuti) sono state obbligate a fornirli a certe condizioni, cioè l’uguaglianza di servizio per tutte le destinazioni (nessun sito può essere bloccato a meno di decisioni giurisprudenziali) e a pari qualità (nessuno può andare più veloce di altri). In buona sostanza fino ad oggi internet era equiparato al servizio telefonico, un bene erogato dallo stato (tramite aziende private), un bene comune a cui tutti hanno accesso alla medesima maniera.

Quel che è successo oggi è che la FCC ha stabilito che non si occuperà più di far valere queste regole, e che dunque queste regole non esistono. Tutto ciò non ha nessuna conseguenza diretta, ma ogni provider potrà se lo vorrà (e lo vorranno) offrire servizi differenti, tariffe differenti per livelli diversi di traffico. È la libera impresa, il fatto che non essendo più un bene pubblico la connettività sarà soggetta alle leggi di mercato, dunque chi eroga il servizio potrà scegliere di massimizzare i profitti chiedendo di pagare per connessioni migliori, creando due (o più) classi di traffico online: i siti che pagano per andare più veloci e quelli che non pagano e vanno più lenti.

 

 

La decisione è frutto della nuova amministrazione repubblicana e del nuovo amministratore della FCC nominato 11 mesi fa: Ajit Pai. Dopo diverse lotte è riuscito a far approvare il nuovo regolamento. L’affare è grosso e moltissimi gruppi di protesta si stanno organizzando per dei ricorsi che richiederanno diversi mesi per un responso. Il nuovo regolamento è operativo immediatamente invece. I commenti del partito Repubblicano sono molto entusiasti e lo stesso entusiasmo è venuto dai service provider come Comcast, che ci hanno tenuto a specificare che non cambierà niente per internet e in modo molto americano hanno spiegato che si tratta di liberalizzare un settore per renderlo davvero competitivo, cosa da cui solitamente i consumatori traggono un vantaggio. Purtroppo in questo settore, la competizione è molto scarsa e i clienti non ne traggono vantaggio necessariamente.

Tutto ciò riguarda unicamente il traffico sul territorio statunitense e visto che ormai quasi tutti i servizi maggiori hanno server europei da cui originare il proprio traffico per le destinazioni europee, noi non ce ne dovremmo accorgere né dovremmo essere toccati da questi cambiamenti. Almeno direttamente. Perché è anche vero che tutti godiamo di ciò che internet è diventato e sappiamo bene che internet è quel che è proprio perché la rete è sempre stata neutrale, perché ad un certo punto Google ha potuto fare concorrenza a quello che era il colosso delle ricerche, Yahoo! o anche con il suo servizio di posta al monopolista Hotmail. Ma anche Facebook ha vinto la lotta con MySpace, che sembrava invincibile. Ma anche piccoli negozi hanno fatto concorrenza ad altri più grandi, piccole testate a grandi testate e via dicendo a tutti i livelli. Il motivo per cui le startup sono una realtà che prima non esisteva (almeno non a questo livello) è che nel business della rete non c’erano barriere all’ingresso. L’idea era l’arma, non il denaro per pagare il servizio per far funzionare l’idea.

È evidente che il settore dell’intrattenimento sarà il primo ad essere colpito. I videogiochi si giocano in streaming, i film si vedono in streaming, le serie tv si vedono in streaming, e tutto questo richiede grandissime velocità per funzionare bene. Quelle sono le aziende che più hanno interesse a pagare qualsiasi cifra e i grandi colossi che lo gestiscono al momento di certo possono permetterselo. Chi altro potrà fare concorrenza venendo da zero (nel mondo della rete) come fece Netflix anni fa se avere successo, avere tanti clienti da servire significa pagare (oltre alla banda per la quale si paga da sempre) anche una crescente connessione veloce?

A vedere il bicchiere mezzo pieno un risvolto positivo però c’è. Almeno dal nostro punto di vista. Tutto il resto del mondo che non sono gli Stati Uniti (Europa in testa), diventa un territorio appetibile per le startup, uno in cui possono fare affari e fornire servizi senza pagare nulla di extra. Luoghi in cui internet è ancora internet.

Foto: Wikipedia | Vignetta: Joe Heller