Sì è svolto stamane un grosso incontro dal titolo Dove Va Il Cinema Italiano?.

Era organizzato dall’Anica, quindi presieduto, introdotto e condotto per buona parte dal suo presidente Francesco Rutelli, è intervenuto anche il ministro Franceschini (il cui intervento riguardante i tempi della nuova legge cinema abbiamo già pubblicato qui) e ha ospitato un paio di panel più due corpose discussioni di autori prima (da Genovese a Guaglianone, da Milani a Giovannesi fino a grandi vecchi come Stefano Rulli, giovani svegli come Matteo Rovere e esponenti del mondo più d’autore come Elisa Amoroso) e produttori poi. Tutto era finalizzato a fare il punto sullo stato economico e artistico del nostro cinema, e a dare uno sguardo avanti verso il futuro, sfide, problemi e possibili soluzioni.

Sono incontri che avvengono periodicamente anche se era da tanto che non si vedeva una simile affluenza di addetti ai lavori. Non c’erano infatti solo giornalisti ma produttori di tutte le taglie, esercenti e distributori. Lo scopo di questi eventi, al di là degli slogan, è fare in modo che tutti possano sentire i pareri di tutti. Più che arrivare ad una sintesi (cosa impossibile per un simile tipo di ritrovo) si cerca di comprendere le tesi, le esigenze, gli interessi e le motivazioni di ognuno per comprendere cosa è condiviso, cosa è combattuto e perchè.
Fare insomma in modo che tutti abbiano diritto di parlare al resto della filiera o almeno ai suoi rappresentanti.

Non aspettatevi dunque da questo resoconto una risposta alla domanda che fa da titolo, perché non c’era una risposta nemmeno nel convegno, ma cercheremo di riassumere 5 ore di incontro e di opinioni non in ordine cronologico, non assecondando quando ha parlato chi, ma cercando di spiegare quali sono state le opinioni e chi le ha espresse, quali siano state le tesi promosse e cosa pensino della situazione attuale alcuni rappresentanti delle varie parti dell’industria.
Questo nei casi migliori. Nei casi peggiori (valutazione che dipende dal vostro punto di vista) vi proponiamo un po’ di frasi da segnarsi e ricontrollare tra qualche anno, per vedere l’effetto che fanno.

INTRODUZIONE

Marco Chimenz produttore e presidente dell’European Producers Club ha aperto i lavori con una presentazione che ha stonato con il resto della mattinata per il suo stampo internazionale (piena di slide, di numeri, di fatti che portano a conclusioni, di grafici e anche di una punta di umorismo).
Le parti più interessanti dell’intervento che per certi versi ha illustrato tendenze note all’industria (come l’emergere dei contenuti degli Over The Top, cioè imprese che offrono servizi via internet tipo Apple, Amazon o Netflix) hanno riguardato:

  • Il fatto che in Europa se si considerano i 5 mercati di riferimento (Germania, Inghilterra, Francia, Spagna, Italia) il nostro è quello che produce più film e con un trend in crescita di anno in anno
  • La spesa totale per contenuti sceneggiati per la televisione negli ultimi 10 anni in Italia, che è stata di 10 miliardi di euro
  • Il fatto che questa spesa sia in calo dal 2009, perdendo il 2,5% l’anno
  • Le statistiche sui film più visti in tv nel 2014-2015, che parlano di un audience medio di 4,9 milioni a film, e del 2016, anno in cui ci sono stati più film stranieri nei più visti ma il totale è sceso a 4,8 milioni e infine che per le fiction la media è di 4,5 milioni di spettatori.

I PARERI DI AUTORI E PRODUTTORI

Al centro dei discorsi di tutti ci sono stati due film, Lo Chiamavano Jeeg Robot e Perfetti Sconosciuti, che da quando sono usciti e hanno avuto il meritato successo che gli è stato tributato sono diventati la pietra di paragone per tutti, quello che il nostro cinema dovrebbe fare o che forse in un certo senso ha sempre fatto: cinema popolare e di genere, cinema che viaggia all’estero.
È stato interessante in questo senso il parere di Stefano Rulli, storico sceneggiatore di buona parte del cinema e della tv italiana tra gli anni ‘80, ‘90 e 2000 (Suburra, La Meglio Gioventù, La Piovra, Mio Fratello È Figlio Unico):

Il genere non è contrapposto per forza al cinema d’autore, nonostante abbiamo sempre pensato lo sia (io mi dovevo vergognare di scrivere La Piovra se volevo fare cinema d’autore). Dobbiamo invece ragionare sul genere e non per negare la nostra componente autoriale ma perché un film come Jeeg in fondo ha raccontato quel che noi raccontiamo da sempre: le borgate, la mafia, la delinquenza, solo con una cornice di genere, adatta e accattivante.
Non occorre cambiare le idee, quelle vanno bene, va cambiato come le raccontiamo, con quale stile, con quale approccio, che poi sono quelle componenti che possono farti entrare in rapporto con un pubblico che sia europeo.

Sulla falsariga di questo, il regista Riccardo Milani (Scusate Se Esisto, Benvenuto Presidente, Auguri Professore) era stato anche più diretto:

Ad un certo punto, dopo i primi film, mi sono stufate di girare produzioni che non incassavano, me ne vergognavo. Bisogna parlare al pubblico, mi piacerebbe che un film come Indivisibili [scritto da Nicola Guaglianone ndr] facesse tanti soldi ma non è così, bisogna fare qualcosa che parli al pubblico.

Ovviamente questo non ha potuto non chiamare in causa il diretto interessato, Nicola Guaglianone per l’appunto, che oltre ad Indivisibili ha scritto anche Lo Chiamavano Jeeg Robot assieme a Menotti:

Deve entrarci in testa che non esistono film necessari, non esiste il fatto che il pubblico non capisce qualcosa, semmai è l’autore che non racconta bene e che non si possono inseguire i gusti del pubblico, se no si finisce a fare le brutte commedie che vediamo ora, tutte uguali. Il bisogno occorre crearlo in un certo senso, bisogna stare un po’ più avanti, io ci ho provato con Jeeg. Abbiamo in questo paese il peso del concetto di cultura, qualcosa in nome della quale si occupano i teatri ma sarebbe bello in realtà formare degli artigiani, non è che possono essere tutti autori o poeti. Rischiamo di insegnare qualcosa che è impossibile insegnare, il talento, quando invece possiamo insegnare il cinema come quello che è: un mestiere.

Proprio un regista di film d’autore, Claudio Giovannesi, ha forse riassunto al meglio la questione parlando di un suo film, Fiore:

Non comprendo la divisione tra cinema d’autore e commerciale, dove lo mettiamo Spielberg? Ma lo dico anche in prima persona, perché io rubo a mani basse da tutto. Per Fiore ho preso da Bresson ma anche da Twilight o da Il Tempo delle Mele e Cenerentola. Questi film per me hanno lo stesso identico valore.

Un po’ più autoriferito il parere di Nicola Giuliano di Indigo (La Grande Bellezza, Il Ragazzo Invisibile):

Parlate della difficoltà di fare cinema di genere o di innovazione, noi ci proviamo da sempre, ci ho messo 5 anni a fare Il Ragazzo Invisibile perché nessuno voleva finanziarlo, l’idea era di lasciare quel segmento al cinema americano. Il problema è che chi prende decisioni su come allocare dei budget dipende dai risultati che fa, e se decide di produrre prodotti simili tra loro ed omogenei a quelli che sono già andati bene, nessuno gli potrà dire che ha fatto delle scelte azzardate. Va bene che si fanno troppi film ma il problema è la scelta editoriale, c’è qualcuno che deve decidere e valutare sceneggiature e piani editoriali, decidendo cosa si fa e cosa no, invece per anni abbiamo detto che dobbiamo finanziare a pioggia per tenere in piedi l’industria, dare un po’ a tutti, con i risultati che vediamo: troppi film che non trovano spazio in sala. E questa persona che decide se lo fa male va a casa, se invece lo fa bene rimane al suo posto. Insomma non dobbiamo dare 70.000€ a 600 film e poi tanto uno di quelli andrà bene ai festival e sembrerà un risultato di cui vantarsi, ma dobbiamo sceglierne pochi a cui dare di più e sceglierli perché qualcuno ha letto il copione e ha capito che è buono.

Paolo Genovese ha richiamato da un lato i grandi vecchi e dall’altra introdotto un tema a cui tiene molto e di cui parla spesso, la morte delle sale in rapporto alla scarsa cultura del cinema in Italia, per rimediare alla quale invoca l’insegnamento di cinema nelle scuole:

I Taviani dicevano: “Cerchiamo di dare al pubblico quel che potrebbe piacergli” e in quel condizionale sta tutta l’innovazione, ciò che non è scontato proprio per non dare fotocopie sbiadite, trovare qualcosa di nuovo ma pensando.
La sala potrebbe morire, e se vogliamo mantenerla viva occorre tenere presente che è la cultura l’unica cosa che può spingere le nuove generazione a ripopolarle. Io ho tre figlie e soffro perché i ragazzi passano la vita davanti ad uno schermo ma noi non gli insegniamo a leggere le immagini perchè non c’è un insegnamento di cinema a scuola [dopo quest’affermazione si è levato un ampio applauso dalla sala ndr]

Quello del lento diminuire del pubblico in sala è stato un tema che tutti gli intervenuti in un modo o nell’altro ci hanno tenuto a toccare ognuno per rimarcare la necessarietà di quella fruizione (necessarietà sia artistica che economica) ed solo uno, Claudio Giovannesi, per affermare qualcosa di diverso:

Con i miei amici mi è capitato che mi dicessero: “Oh bello il tuo film ma mi dispiace l’ho visto scaricato, scusa” ma tutti me l’hanno detto eh. Allora mi chiedo se si possa quantificare tutto questo, si possa fare in modo di calcolarlo? O ancora, io l’altra sera mi sono comprato Robin Hood a 1,99€ su Kindle ma non si può fare lo stesso per i film? [dall’affermazione sembra che Giovannesi non sappia che i film sono in vendita o noleggio su device come il Kindle o altri tablet, in realtà è probabile che lo sappia ma che intendesse chiedere se non si possano vendere i film proprio a prezzi come 1,99€ e in contemporanea alla sala ndr]
A me non mi crea problemi che il mio pubblico guardi i film sul telefonino, la sala come dice Valerio Mastandrea è come il vinile, una cosa un po’ di qualità. Per esempio Dafne, la protagonista di Fiore, i film che le consigliavo li guardava sul cellulare e non è un problema.

All’opposto logico di questo parere si trova quello di Alessandro Usai, amministratore delegato di Colorado Film (Fuga di Cervelli, Come Dio Comanda, Il Peggior Natale della Mia Vita, Io Non Ho Paura):

Cinema è quel che passa per la sala prima, poi parliamo del resto. Perché la sala volenti o nolenti oggi è l’unico elemento che differenzia il fatto che una cosa sia cinema. E oggi andare in sala è una scelta più consapevole, lo si fa solo se c’è un’urgenza di vedere un certo film, se no il pubblico si rivolge a tutti i canali successivi.

Proprio questo tema della tv contrapposta al cinema è stato toccato tangenzialmente sia da Mario Gianani di Wildside (In Treatment, La Mafia Uccide solo d’Estate, 1992, Forever Young, Young Pope):

Avevamo un problema di qualità e internazionalità con la produzione televisiva, poi in 7 anni un player nuovo e diverso, Sky, ha cambiato tutto e ora siamo richiestissimi anche all’estero. Al cinema deve succedere e succederà la stessa cosa, arriverà un nuovo player a cambiare la testa e l’internazionalizzazione dei nostri film.

che poi dalla chiosa di Stefano Rulli:

Contate che il teatro ci ha messo 100 anni a capire quale sia il suo ruolo dal momento che esiste il cinema e ora le serie tv stanno sconvolgendo l’immaginario e l’industria in maniera non diversa

Tornando alla questione delle sale è stato analitico e preciso Nicola Giuliano di Indigo (La Grande Bellezza, Il Ragazzo Invisibile):

Noi qui celebriamo il de profundis della sala ma nel resto del mondo non va così, in altri paesi non succede. Io poi non ho ricette ma mi domando se nel corso degli anni non abbiamo forse lanciato un messaggio chiaro allo spettatore giovane, dicendogli che questa roba, il racconto per immagini, non è che valga poi molto perché la puoi avere gratis nella bustina delle patatine, facendo un abbonamento al telefonino o scaricando come e quanto puoi nella vita. Credo che gli abbiamo detto in molti modi che questa roba non vale niente e ora gli diciamo: “Vai a pagare il biglietto”, peraltro in sale scomode e con proiezioni fuori fuoco. Mio nipote mi ha riso in faccia quando gli ho chiesto se avesse visto Il Ragazzo Invisibile in sala.

Quello che sembrava avere un quadro più strutturato nella sua testa era Angelo Barbagallo, produttore e cofondatore con Nanni Moretti della Sacher Film:

Qualche anno fa l’ANICA ha commissionato alcuni studi sulla composizione del pubblico delle sale ed era emerso un dato interessante: la metà degli italiani non va al cinema mai, la metà della metà di quelli che ci vanno lo fa una volta sola, a Natale, invece di quell’altra metà che ci va di più una buona fetta è fatta da chi lo frequenta due-tre volte l’anno. Alla fine poi rimane una fetta molto piccola, tipo 2 milioni di persone che ci vanno moltissimo, sono quelli che determinano i nostri incassi, gli altri determinano il successo solo degli eventi, ci vanno solo in casi straordinari.
Mi sono convinto nel tempo che al cinema oggi ci vada chi non ha posto in casa come i ragazzi. I nostri figli sono cresciuti con una disaffezione per il cinema causato dal prodotto che gli abbiamo proposto, per troppi anni l’offerta non è stata straordinaria e ha vissuto solo di qualche picco, specie sul cinema medio. Questo fa sì che i nostri figli anche se sono dei cinephile non vadano a vedere i film italiani e se ci vanno lo facciano da soli, in sala con gli amici vanno a vedere il cinema americano. La sala sicuramente continuerà ad esistere, noi dobbiamo muoverci perché continui a farlo anche per il nostro cinema.

Poi inaspettatamente Barbagallo ha chiuso con una frase più sibillina:

I ragazzi hanno un problema a capire quel che leggono e guardano e questo porta al caos nella società dell’immagine.

Di nuovo Alessandro Usai di Colorado ha sottolineato un dato giusto ed interessante riguardo il problema del gradimento del prodotto italiano, contrapponendosi all’idea che i film che facciamo non interessino il pubblico:

I film italiani in realtà interessano al pubblico, perché quando passano in tv fanno ascolto, il problema è che non hanno le caratteristiche di spettacolarità degli americani e quindi non si ritiene necessario vederli in sala. In tv invece capita che vadano meglio di film americani che in sala hanno incassato 5 volte tanto e il paradosso è che siccome gli acquisti televisivi si fanno sulla base dell’incasso in sala, quel film italiano che ha fatto più audience è stato pagato meno di quello americano perché al cinema aveva fatto meno spettatori.

Semplice ed essenziale il parare di Matteo Rovere di Ascent (Smetto Quando Voglio) e regista di Veloce Come Il Vento:

Non dobbiamo occuparci del fatto che il pubblico stia abbandonando la sala o che le società strutturate non stiano facendo più film per la sala, dobbiamo credere nell’industria, nel fatto che ognuno abbia il suo posto in un ingranaggio. Io voglio un produttore che mi dica cosa fare, che mi indichi il film che può incassare. L’autore deve fare Jeeg Robot ma il produttore deve indicargli la strada per arrivare nelle sale, un sistema che dia modo ai film di correre verso la fruizione, del resto accade in tutta Europa.

L’intervento di Elisa Amoroso, sceneggiatrice di Bambini, ha però sparigliato gli argomenti e introdotto il fatto che non tutti i film sono uguali, non tutti hanno stesse disponibilità e stesse ambizioni:

Anni fa ho diretto un piccolo documentario, con un budget al di sotto dei 50.000€, finanziato non dall’industria ma in maniera indipendente, eppure è andato in sala creando un piccolo fenomeno a Roma perchè era rimasto 4 mesi in una sala sola sempre piena.

È stato allora Nicola Giuliano di Indigo a coniare una fortunata metafora per descrivere questa situazione, incrociando questo discorso con un altro a cui molti hanno alluso, cioè che si fanno troppi film ma moltissimi di questi troppi film non esistono, sono produzioni ridicole, minuscole, che non fanno ritorno economico e stanno in sala un giorno di fatto come se non esistessero:

Sappiamo tutti che ci sono due campionati, quello dei film sostenibili industrialmente e quello dei film di ricerca, che non è un termine dispregiativo ma indica quei film che si fanno sapendo che non faranno una lira, quelli che si fanno perchè sai che sono i primi passi di una carriera che poi può incontrare pubblici ampi ed internazionali. Quindi non si deve guardare ai film che fanno tre lire pensando che siano il disastro o il male, quelli hanno economie diverse, internazionali, fatte di coproduzioni e di fondi europei che nel lungo periodo possono anche non essere perdenti ma scoprire i nuovi autori che poi avranno più successo in Italia e all’estero.

Questo discorso ha acceso Emanuele Nespeca (produttore di Banat, Sonetaula, Ciao Brother e Il Futuro):

A me va bene che ci siano due campionati e mi andrebbe bene anche fare la serie B o la Lega Pro, di fatto però sono campionati che non esistono. Ci vorrebbe più contaminazione non solo nei generi ma nella distribuzione, l’abbattimento delle famose finestre, perchè se mi spendo 40.000€ di budget per la promozione di un film tutto subito magari uno spettatore di Caltanissetta ha voglia di vederlo ma non ce l’ha vicino e potrebbe invece trovarlo in libreria o in download.
Come sapete Gabriele Mainetti racconta spesso che “Jeeg Robot l’ho portato a tutti i produttori e mi hanno detto di no”. Allora una volta gli ho detto “Oh ma a me mica me l’hai portato” e lui mi ha confessato che quando dice così intende che l’ha portato a 4-5 produttori, non a tutti, perché i produttori italiani nella sua testa ma anche nella vulgata sono 5 massimo 10, cioè i più grossi.
Bisogna smettere di pensare che l’industria si faccia in pochi, la si fa condividendo le idee in una grande rete di persone che producono.

Si è allora acceso Alessandro Usai di Colorado, dichiarando di pensarla in maniera opposta:

Credo che tra i limiti del nostro sistema ci sia il fatto che è troppo frammentato e che questo a lungo andare danneggerà il prodotto. Anche i prodotti di nicchia che però ambiscono ad un pubblico mondiale come possono essere i film di Michael Haneke sono produzioni importanti, non piccole, certo poi hanno una linea editoriale loro che trova la propria economia sommando l’incasso di 180 paesi e non di uno, ma sono grosse. Noi invece abbiamo troppe società sottocapitalizzate e troppo poche strutturate e pronte per l’estero. Ma lo dicono i dati, non io.