Dune: parte uno sembrava condannato a scomparire nella confusione provocata dalla pandemia al sistema dell’intrattenimento statunitense. La controversa uscita in day and date su HBO Max poteva essere una condanna a morte per il kolossal. Il regista, Denise Villeneuve, ha spiegato ad Empire che prima dell’uscita aveva già fatto pace con la cosa, grato di avere avuto la possibilità di raccontare almeno una prima parte della saga di Frank Herbert. Le cose sono andate diversamente. Con 400 milioni di dollari incassati (risultato clamoroso considerato il periodo storico) la seconda parte ha avuto subito il via libera. Non solo quindi hanno avuto la possibilità di continuare quanto fatto, ma Dune: parte due, spiega il regista, ha potuto andare ancora più grande, osando di più.

Il perfezionismo per Dune

Le location sono fondamentali in una space opera come Dune. Il perfezionismo di Villeneuve e del direttore della fotografia Greig Fraser li ha portati a settimane di “casting” delle dune e dei granelli di sabbia sia per il primo che per il secondo capitolo. Pur rappresentando lo stesso deserto di Arrakis, i luoghi in cui sono state girate le scene non sono gli stessi. Hanno lavorato di scouting per trovare le scenografie migliori evitando il più possibile i teatri di posa. 

Una troupe selezionata si è occupata interamente sequenze dei vermi delle sabbie per tre mesi di riprese. Hanno costituito un’unità specializzata nella rappresentazione di questi mostri del deserto. Si sono concentrati in particolare sul rendere plausibile i momenti in cui questi enormi esseri vengono cavalcati. Al posto di girare tutto in computer grafica hanno deciso di filmare comunque le sequenze dal vivo nel deserto. “Solo perché non hai un ‘piccolo’ elemento, non significa che butti via l’intero proposito di essere onesto e reale” ha spiegato Fraser. La sinergia tra elementi riprodotti a computer e la creazione di più possibili elementi reali in scena era già stato particolarmente apprezzato fruttando al film Oscar (tra i sei vinti) per scenografie, effetti speciali e fotografia. 

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Cosa cambia dalla parte uno alla parte due di Dune

Villeneuve rassicura i cultori del libro: nel secondo film si recupererà una scena musicale non inserita nella prima parte. Potremo vedere Josh Brolin nei panni di Gurney Halleck suonare il celebre strumento musicale ideato da Herbert: il baliset. Dune: parte due, continua il regista, sarà fondamentalmente un film di guerra, mentre il primo era più contemplativo. 

Al centro c’è una storia d’amore tra Paul e Chani. Il modo in cui Paul guadagnerà la sua fiducia, come lei gli aprirà il suo cuore, come entrambi troveranno un modo per liberare il mondo di Chani dalla morsa degli Harkonnen. È un film molto più emozionante. 

A fare da contrappunto ci sarà l’atteso Feyd-Rautha, interpretato da Austin Butler. Il nipote del Barone Harkonnen è ha una crudeltà opposta a quella di Rabban. Il casting è merito di Baz Luhrmann che aveva raccomandato l’attore a Villeneuve dopo avergli mostrato alcune scene durante la lavorazione di Elvis. Nella versione di David Lynch il personaggio era interpretato da Sting in una maniera decisamente colorita. Per il regista Butler ha invece dato a Feyd-Rautha una connotazione mista tra un killer psicopatico, un maestro di spade, un serpente e Mick Jagger (riferimento al leggendario progetto di Dune di Jodorowsky dove il cantante avrebbe dovuto dare il volto proprio a Feyd-Rautha).

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Il Bene Gesserit in Dune: parte due

La sorellanza del Bene Gesserit ha conquistato la fantasia di Denis Villeneuve per il loro essere delle “burattinaie dell’universo”. In fase di sceneggiatura la parte di Lady Jessica è stata rimaneggiata per darle più spazio con un arco narrativo più ampio. Un ampliamento che ha permesso di dedicare le scene anche a Lady Margot Fenring, Léa Seydoux, una Bene Gesserit menzionata solo due volte nel romanzo. In Dune: parte due ha invece uno spazio molto maggiore. Il regista non vuole commentare le ragioni di queste modifiche al libro, vuole mantenerla avvolta nel mistero.

Riguardo alle possibilità di avere una terza parte rimane vago. Sarà il box office, come sempre, a dover parlare. Nota però che Herbert scrisse il primo libro di Dune (la cui storia termina con il secondo film) come una critica del colonialismo, la dipendenza dal petrolio e le varie minacce all’esistenza dell’uomo. Quando Paul Atreides diventò un eroe agli occhi dei lettori, fu come se la sua esortazione a non fidarsi dei leader carismatici in maniera acritica, fosse caduta nel vuoto. Scrisse così Messia di Dune. Una prospettiva di cui Villeneuve ha tenuto conto nel finale del secondo film e che vorrebbe approfondire con un terzo. Il futuro, però, non è ancora garantito. 

Fonte: Empire

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