Hitchcock sosteneva che la durata dei film dovesse essere adeguata alla tenuta della vescica umana. E come dargli torto. Eppure il cinema dei grandi incassi sembra correlato direttamente a un’esperienza di sala lunga. Rientra in questo sicuramente la dimensione dell’evento cinematografico, ma anche uno stretto legame tra il budget, il percorso nella filmografia dei registi, le ambizioni del prodotto e la durata. Si pensi alle quasi 4 ore del re assoluto del box office: Via col vento. Ma anche Avengers: Endgame supera le tre ore così come Titanic. Avatar tra questi sembra un mediometraggio con i suoi “soli” 160 minuti.

Le produzioni indipendenti invece tendono a creare storie più brevi, non disponendo dei mezzi necessari per coprire lunghe sessioni di riprese. Nonostante non ci sia più un costo per i metri di pellicola spesi, è ancora vero che a film più lunghi corrispondono più giorni sul set e quindi più costi per attori e maestranze.

Nemmeno gli esercenti vanno pazzi per le “opere fiume”. Il motivo è semplice: per fare un maggior numero di presenze, e quindi di incassi, la sala deve cercare di fare più proiezioni possibili nell’arco della giornata. Possibilmente variando l’offerta. È stato osservato che la maggior parte dei film family viene proiettato dalle 9 del mattino alle 19. Lo slot successivo, che inizia alle 20 e si protrae oltre la mezzanotte è riservato generalmente a un pubblico più adulto. Non è sempre così, spesso i film possono intrecciare i pubblici o essere programmati in maniera estesa su tutta la giornata. La durata dei film è però un dato importante per scegliere se proporre un titolo o soprassedere.

I programmatori devono infatti mettere le loro carte su un “tavolo fisso” (per forza di cose) di circa 16 ore. Alla durata di una pellicola corrisponde anche un tempo aggiuntivo di trailer e spot. A questo va sommato uno slot di almeno 30 minuti ogni proiezione per pulire la sala e fare uscire ed entrare il pubblico. Tempo che aumenta ancora in tempo di protocolli sanitari e sanificazioni.

In un’ipotetica finestra di programmazione dalle 9 del mattino fino a mezzanotte, un film di 80 minuti si può proiettare fino a sette volte. Un’opera-fiume di tre ore invece occupa la sala così tanto che permette soli tre ricambi di pubblico.

La media dei film proiettati in sala è di 96.5 minuti e di questi film solo il 5.8% dura più di 140 minuti.

Ma allora chi, tra i filmaker, è disposto a fare film più lunghi della media?

Una ricerca estremamente dettagliata del blog stephenfollows.com ha individuato un’interessante correlazione tra la durata dei film l’esperienza di chi è in cabina di regia.

Attraverso un enorme set di dati di 282,459 film fatti tra il 1949 e il 2020 è stata studiata la correlazione tra la lunghezza della storia e lo stadio nella carriera del regista.

I risultati mostrano che i registi con più esperienza tendono a fare film più lunghi rispetto alla loro opera prima. La durata media degli esordi è di 96.2 minuti, mentre quella per un lungometraggio di un regista con cinque film prodotti è di 100.2 minuti. 

Questa discrepanza si è acuita negli ultimi 20 anni. Le cause sono imputabili a diversi fattori. Il dato potrebbe essere influenzato da una progressiva riduzione del costo di ripresa (con il montaggio e la ripresa digitale). Ma è probabile che sia anche il crescente potere contrattuale del regista verso i produttori a convincerli a prendere rischi maggiori.

Il fenomeno osservato varia però in base al genere. Sebbene tutti abbiano una correlazione positiva tra la durata del film e l’esperienza del regista, per il musical (unica eccezione) non è così. I documentari sono il genere in media più corto (86 minuti) mentre il musical è quello in assoluto più lungo con una durata media di 107 minuti.

Eppure i registi con più esperienza tendono a creare musical più brevi, mentre quelli agli esordi aumentano la durata dei film musicali.

Questa è l’unica eccezione inversa. Invece la regola vale per tutti i generi, in particolare modo per tre di questi.

I film di fantascienza, seguiti dai drammi e dai thriller appartengono ai generi che maggiormente mostrano una forte correlazione positiva. Insomma: un regista al primo film farà un’opera sci-fi molto più breve di uno con più titoli nella filmografia.

È facile capire perché: molto spesso sono i primi due film a decidere il destino di una carriera. L’industria non tollera i fallimenti, soprattutto da chi deve ancora far sentire la propria voce. Invece quando un artista affermato arriva su un genere che può spesso assumere dimensioni importanti in termini di budget, è più probabile che, se ha già dato prova delle sue abilità, la produzione sia disposta a sostenerlo.

Più denaro, più fiducia, implicano anche la possibilità di trasporre sceneggiature con più pagine che richiedono un alto numero di giorni di lavoro. Ed il pubblico – lo deduciamo – può essere più propenso a dare fiducia e pagare il proprio biglietto per un kolossal dalla durata importante.

Cosa ne pensate del rapporto tra la durata dei film e l’esperienza dei registi? Fatecelo sapere nei commenti!

Fonte: Stephen Follows