Appassionato di ricostruzioni storiche (Vajont, Piazza delle cinque lune, Barbarossa), duro e puro dell'ideologia padano-cattolica, semiologo e regista che ama pensare il cinema in grande, Renzo Martinelli con 11 Settembre 1683 setta un nuovo standard per il cinema italiano.

Solitamente giudicato per le proprie idee, in antitesi con quelle in linea di massima propugnate dal nostro cinema e per nulla smussate, Martinelli viene archiviato come autore dall'ideologia aberrante, sorvolando sul semplicismo e il pressappochismo del suo cinema, che invece merita una trattazione diffusa. Perchè se il brutto classico che il cinema italiano ci presenta (il brutto mocciano, il brutto neriparentiano, vanziniano o ancora il brutto regionale) è sempre uguale a se stesso, intollerabile proprio per questo motivo, sciatto, ripetitivo, pigro e insolente nel riproporre sempre le medesime soluzioni, il brutto martinelliano è vitale, 11 sett.jpgsempre diverso e sempre sorprendente.

11 Settembre 1683 racconta la storia della battaglia per la salvezza di Vienna dall'invasione musulmana che si stava per realizzare quando, nell'anno in questione, le truppe provenienti dall'oriente arrivarono a poco dalla capitale austriaca, fermate in extremis da un'audace manovra dell'esercito polacco accorso in salvezza non solo della nazione vicina, ma dell'Occidente tutto.

La ricostruzione storica finanziata dalla RAI si connota subito come un prodotto dalla messa in scena paratelevisiva, fiaccata dalla convinzione di essere cinema internazionale. Vengono così affiancati esterni con poche comparse (solo in certe inquadrature si vedono quelle moltiplicate al computer) a interni spesso ridicolmente ritoccati, fino a paesaggi con improbabili aggiunte. La povertà del digitale non è però mera conseguenza di budget esigui rispetto alle intenzioni, quanto pura follia filmica. Ci sono esplosioni in digitale, colpi di cannone o incendi talmente brutti da ricordare il cinema di serie C cubano che inspiegabilmente non sono stati realizzati dal vero, o anche interni piazzati su un greescreen con meno cura dei programmi comici televisivi. E' insomma un brutto oltre il confine usuale, segno più evidente di un'impresa che vuole arrivare a 100 ma si ferma inevitabilmente a 1.

Soffermarsi solo sul comparto visivo sarebbe però ingiusto, perchè 11 Settembre 1683, sposta in avanti il concetto di velleità, ridefinendone ambiti e disastri anche dal punto di vista narrativo.

La scelta è di riportare la storia con evidenti paralleli con l'attualità, fondendo diverse mitologie già passate al cinema (da 300 a Braveheart), in modo da catalizzare intorno al prete protagonista un universo mitico che ne rafforzi la metafora di uomo della provvidenza, vero artefice (attraverso la grazia di cui è investito) della salvezza dell'Occidente. E sebbene le coordinate storiche appaiano sempre chiare, molto meno lo sono quelle narrative, già precarie di loro ma definitivamente uccise da un didascalismo urlato che si misura con il numero di volte che nei dialoghi viene ripetuto il nome di chi sta parlando e con quello in cui è rimarcato come la conquista militare sarà anche una conquista religiosa, indugiando sulla distruzione dei simboli del cattolicesimo o la loro conversioni in simboli islamici.

In più, in un furore epico che sembra voler aggiungere trama su trama, i personaggi sono costretti a incontrarsi, scontrarsi e discutere di continuo, senza una precisa coordinazione nel montaggio o anche solo nella giustapposizione delle scene. Le diverse sequenze non solo sembrano accostate senza precisa cura per il flusso del racconto ma anche al loro interno sono costellate dalla ferrea convinzione di una portata epica di cui in realtà non c'è traccia.

Tutto alla fine si scarifica per il fine del film: la dimostrazione storica della superiorità della religione, della morale e quindi dell'attegimento cristiano sull'islam.