Pochissimo da dire e molti soldi da spendere in ore per scrivere la sceneggiatura, sequenze da riprendere e canzoni i cui diritti acquistare. Amore al quadrato è una pessima commedia che per assenza di umorismo, mancanza di idee e per disparità tra spunto ed esiti figurerebbe benissimo nella galleria degli orrori italiana, quella delle commediacce nostrane il cui punto di forza è di non averne. Anche qui infatti a regnare è la piattezza che massaggia il cervello di chi guarda confortando lo spettatore sul fatto che non esiste nessuno sforzo da fare, perché non c’è nessuna novità, non c’è nessuna arguzia, né qualche invenzione che meriti attenzione, possono continuare a (non) seguire fino alla fine con distrazione e comunque arriveranno assieme al film ad una meta che sanno di conoscere fin dall’inizio.

L’unico dettaglio degno di stima è, come sempre in questi casi, lo spunto. L’idea che ha convinto qualcuno a stanziare un budget, che anima il trailer e che cerca di vendere un un click su Netflix è quella di L’incantevole Creamy. Una ragazza ha una doppia vita da insegnante elementare e attrice/modella da cartellone, quando svolge il secondo lavoro (come Klaudia) è discinta, usa parrucca e trucco accattivanti, quando svolge il primo (come Monika) ha capelli legati, abiti e occhialoni. Fa la modella per pagare il debito del padre e fa l’insegnante perché ama il lavoro con i bambini. Un uomo che non crede nell’amore si innamora della modella e conosce l’insegnante grazie a sua figlia, senza capire che è la stessa persona. Una versione di lei farà da Cyrano per l’altra consigliando all’uomo come corteggiarla e conquistarla.

Intorno a questi due personaggi esiste un mondo così stucchevole da suonare subito fasullo e anche l’elemento di eterno fascino di una donna che è due cose contemporaneamente (oggetto sessuale e persona comune, donna che tutti guardano e donna che nessuno guarda, infallibile e imbranata) si scontra con la più solida incapacità di scrivere un buon film. Amore al quadrato è infatti anche decente nella messa in scena, come molto cinema polacco è formalmente ineccepibile, ma è inquietante nella scansione, nel ritmo e nell’idea che ha di pubblico. Così bassa e infame da offendersi durante la visione.

In una grande carrellata di stereotipi sui gusti delle donne e quelli degli uomini, un impenitente donnaiolo frequentando le due versioni della stessa donna scopre che cos’è l’amore. Tra musiche di terribile fattura, cibo di lusso, auto di lusso, cambi d’abito e bambini saccenti che sono “la voce della verità”, Amore al quadrato è una micidiale sequenza di colpi allo stomaco che accetta e rilancia la sfida con la peggior televisione generalista italiana a chi lavora meno sulla scrittura. Impensabile ovviamente trovare tracce di un’idea diversa da quella tradizionale di femminilità, che nonostante l’evidente potenza (essere due cose al tempo stesso, una delle quali di grande successo, insegnare agli altri e fare da punto di riferimento) alla fine avrà comunque bisogno di essere salvata da un uomo.