Con Kitao Sakurai dietro la macchina da presa, lo stand-up comedian Eric André si presta in Bad Trip a un’operazione surreale e caotica, che mescola lo scherzo da candid camera (dove gli attori mettono in situazioni imbarazzanti o spiacevoli persone che non sanno di essere riprese) alla costruzione di una trama lineare di chiara fiction, creando un road movie sull’amicizia visto nell’ottica della commedia surreale, che fa della comicità animalesca e fisica la sua marca distintiva. Il risultato, tuttavia, è negativamente spiazzante. Bad Trip infatti confonde continuamente lo spettatore su quale sia il suo vero livello di finzione, cercando di restituire la realtà di gag che al contrario sembrano fintissime (appunto le candid) e cercando allo stesso tempo, con la trama principale, l’empatia tipica della finzione. Né la realtà né la finzione vengono però compiute fino in fondo e Kitao Sakurai si ritrova in un gran bel pasticcio da cui non gli è più possibile uscire.

La storia parla di Chris (Eric André) e il suo migliore amico Bud (Lil Rel Howery), due esempi di “vita buttata” che non sanno cosa fare del loro futuro. Un giorno Chris incontra la sua cotta del liceo Maria (Michaela Conlin), che sta per ritornare a New York, dove lavora come gallerista. Fuliminato dall’amore, Chris decide di andare a trovarla: dopo aver rubato l’auto alla sorella di Bud, Tricia (Tiffany Haddish) una galeotta violenta appena evasa di prigione, i due si mettono in viaggio, non sapendo che nel frattempo Tricia si è messa sulle loro tracce per farli fuori. A questa trama Bad Trip affianca però continue gag in cui Chris e Bud mettono in scena loro vena comica tutta lividi (si fanno molto male) e liquidi (gli effluvi corporei, di ogni genere, sono necessari per questo tipo di comicità – sangue, vomito, sperma) i cui risvolti sono sempre fisicamente dolorosi e sessualmente espliciti: Chris e Bud che si incastrano i genitali, Bud che affonda nella tazza di un bagno pubblico, Chris che si accoppia con un gorilla… e così via.

L’idea che ci si fa di Bad Trip già in pochi minuti è quella però di un lavoro poco immediato e invece molto studiato di messa in scena, che ha una grande consapevolezza – da parte di attori e non – di come si svolgerà il tutto. La riprova della finzione (oltre al fatto che Eric André non interpreta se stesso ma un personaggio) è proprio quella delle “vittime”, che non hanno mai reazioni spropositate, come in qualche modo chiederebbe lo standard della candid, ma sono sempre piuttosto calme nonostante tutto. L’impressione, fortissima, che si ha guardando Bad Trip è che si tratti quindi di un film totalmente scritto, in ogni sua parte, a cui vengono forzatamente accostate inquadrature sfocate e da angolazioni improbabili, zoom e cambi di prospettiva. Lo stile candid, che dovrebbe aumentare l’effetto realtà e convincere sulla verità dello scherzo, va qui in direzione opposta al suo normale uso: è talmente caricato, moltiplicato e “denunciato” (con un montaggio spesso serrato) da risultare finto e mai credibile. E anche se potrebbe non esserlo, e le comparse potrebbero essere genuinamente stupite, ciò sembra non contare: la finzione ormai è di tale grado che supera ogni pretesa di verità. L’effetto è molto fastidioso, ma la scelta stilistica ha conseguenze gravi sulla comicità stessa: le gag risultano infatti troppo finte per far ridere davvero. Al massimo, fanno sorridere: ma la consapevolezza, fortissima, è che non bisogna prendere niente sul serio, mai.

Se la comicità animalesca e sempre sessualizzata può non essere per tutti (e ce n’è parecchia, e parecchio esplicita), questa, a prescindere da come viene inquadrata o montata, funziona comunque di per sé, ovvero risulta coerente con i personaggi e la surrealtà generale del tono. Il vero problema è però proprio il modo in cui Sakurai pensa la forma generale del film: senza tutta quella scusa della candid il film avrebbe funzionato decisamente meglio. La parte migliore è infatti l’unica sequenza in cui i due protagonisti si fanno di acidi e la regia e il montaggio possono finalmente rendere conto di quel delirio in modo libero, allungando forme e creando un mondo totalmente psichedelico e delirante. Peccato che si tratti di qualche minuto.

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