Al centro di The Man Who Killed Don Quixote c’è una lavorazione di un film su Don Chisciotte, avvenuta 10 anni prima degli eventi che vediamo, che ha rovinato la vita a tutti. Fa ovviamente ridere viste le note difficoltà attraverso le quali Terry Gilliam è riuscito a completare questo progetto, ma fa ancora più ridere se si considera che la trama è quella originale, quindi in anticipo su quel che sarebbe successo poi a un film che poteva accontentarsi di esistere per essere già un trionfo e invece a sorpresa è anche buono.

Don Chisciotte è un’altra maniera per Gilliam per sedersi in quel punto della confusione umana in cui non è più chiaro cosa sia vero e cosa falso (e dopo un po’ non importa nemmeno più) e godere della bellezza del caos mentale, quando le cose false sono più concrete di quelle vere. Sia per troppa droga, sia per leggende, sia per scombussolamento da viaggi nel tempo, sia per eccesso di fantasia o perché le bugie di un regime sembrano più forti della verità, nei film di Gilliam ben presto i protagonisti (e noi con loro) arrivano in quel territorio in cui nulla è più chiaro e tutto allucinato. E lì parte la loro vera avventura ripresa (almeno da Paura e Delirio a Las Vegas) attraverso le lenti deformanti di Nicola Pecorini.

Stavolta ovviamente è la mitologia a confondere tutto, il regista che gira una pubblicità a tema Don Chisciotte nei luoghi in cui girò il suo primo film (su Don Chisciotte) ritrova comparse e attori che sono rimasti invasati, lo costringeranno ad essere Sancho Panza in un’avventura giocata tra chi crede di essere in un romanzo di Cervantes e i suoi committenti pubblicitari (tra cui un magnate della vodka) vestiti in costume cavalleresco per una festa locale. La follia di credersi in un’avventura diventerà più vera del vero ma non importa. Non importa cosa accade davvero, importano la confusione e i suoi effetti, importa vivere in un mondo in cui la realtà diventa come un sogno (o un incubo), abbandonare il nostro mondo per uno contaminato dall’immaginario, dalle fantasie e dall’irreale, in cui tutto è possibile e le conseguenze rischiano sempre di essere vere.

Gilliam vuole fare di Adam Driver (regista/Sancho Panza) un cartoon, dei villain delle macchiette e si perde un po’ dell’appeal sessuale che li dovrebbe muovere, fino al suo classico finale irrisolto, così usuale da non suonare più come un difetto ma più come un vezzo. Stavolta però il modo in cui in ogni momento alza la posta della follia lucida, in cui il protagonista capisce di non riuscire a non finire preda dell’imbuto di eventi e assurdità che lo circondano, delle coincidenze, dei comici scambi e delle occasioni per redimere il suo passato, funziona più che in altri film. In più The Man Who Killed Don Quixote (grazie al cielo!) centra diversi momenti capaci di sintetizzare tutto questo con una chiarezza tale da motivare un’impresa lunga 25 anni, come quando Driver squarcia un telone nel momento in cui su di esso è proiettato il volto di Sancho, di fatto uscendo dallo schermo in quelle vesti ed entrando nel film cambiato da un solo attraversamento o quando, lui che è un regista, sembra il primo a capire di essere vittima della maledizione di Chisciotte e comincia ad assecondarla per non morire. Come Gilliam.